Trump ha ragione sulla Siria: lì parte la fine della guerra infinita

Trump ha ragione sulla Siria: lì parte la fine della guerra infinita

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Il Presidente Donald Trump, sulla questione della Siria, ha una prospettiva costruttiva e di lungo termine. Secondo Warren Davidson, membro del Congresso americano per l’ottavo distretto dello Stato dell’Ohio, e deputato Repubblicano, il consenso dei neoconservatori a stelle e strisce ha condotto a realizzare soltanto disastri. Perciò, nel momento in cui il Presidente volesse intraprendere finalmente una strada diversa, sarebbe quanto mai auspicabile supportarlo.

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L’allarme neocon per il ritiro di Trump dalla Siria

Il ritiro delle forze militari americane dalla Siria per ordine del Presidente Donald Trump, tanto qui quanto altrove, è assolutamente appropriato. Senza considerare che esso era atteso da tempo. Si tratta di un necessario ritorno alla tradizionale politica estera degli Stati Uniti. Si tratta di un rifiuto della dottrina neoconservatrice, che ha contribuito al fallimento delle azioni e delle situazioni in Medio Oriente.

Gli allarmisti neoconservatori non si fermeranno davanti a nulla, pur di continuare a sostenere il loro paradigma: ovverosia, condurre innanzi più guerre in più luoghi differenti del globo. Altri, che in principio avevano respinto la guerra in Iraq ed il successivo intervento in Siria, ora sgridano il Presidente Trump per aver lasciato quelle terre. Essi, insieme, stanno seguitando a dare forza ed a corroborare lo status quo di fallimento. Tuttavia, rifiutare questo status quo è fondamentale per il futuro dell’America.

 

Dal 9/11, guerra planetaria e fallimenti

A seguito degli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti hanno avuto a loro disposizione una chiara causa di guerra in Afghanistan. Appena tre giorni dopo il fatto, il Congresso ha autorizzato la guerra contro al-Qaeda. Pur tuttavia, ciò non spiega affatto il motivo per cui noi dovremmo essere militarmente coinvolti in Siria. In quel frangente storico, nessuno dei due Paesi era direttamente collegato all’organizzazione terroristica presa di mira dall’amministrazione a stelle e strisce.

Dopo la fine della Guerra Fredda, emerse un consenso bipartisan, in vista del fatto che la sicurezza americana sarebbe dipesa dalla diffusione della democrazia in tutto il mondo, per il tramite della persuasione o della guerra. In ogni caso, l’avversione post-vietnamita degli Stati Uniti alle guerre senza fine si è frapposta sulla strada di questo consenso trasformativo.

Pertanto, se la scelta del Presidente Trump in Siria del 2019 ha certificato la crisi neoconservatrice, invero il primigenio colpo di grazia per i neocon medesimi fu la guerra in Iraq a seguito dell’11 settembre. Per avviare il bombardamento, essi utilizzarono Colin Powell, con il fine di inquadrare questo conflitto dell’orizzonte post-vietnamita. Cioè, una guerra limitata con un obiettivo limitato: impadronirsi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.

Una volta giunti sul campo in Iraq, la missione subì una metamorfosi, trasformandosi in un tentativo e sforzo mal definito e non dichiarato di creare una repubblica democratica in Iraq. Sfortunatamente, quando è stata data loro la possibilità di votare, le varie fazioni irachene semplicemente hanno eletto dei personaggi autoritari, i quali hanno continuato la loro lunga tradizioni di conflitti, che hanno dominato la storia travagliata del Medio Oriente.

 

Una politica estera con obiettivi più limitati

Gli Stati Uniti non possono di certo essere indefinitamente i garanti della stabilità in Medio Oriente. Le azioni americane, alla fine, hanno rinforzato l’Iran, piuttosto che controllare i suoi incessanti sforzi per destabilizzare la regione. Arrivati a questo punto, dobbiamo riportare la politica estera americana ad obiettivi più limitati.

Il Presidente Trump, che porta a casa le nostre truppe dalla Siria, è un passo essenziale ed importante all’interno di questo lungo processo. Si tratta di un rifiuto, pur tardivo, del consenso imperfetto che ha causato gran parte delle fattualità di questa attuale situazione. Una direttiva volta ad uscirne non dovrebbe comportare un’evacuazione disordinata, ma dovrebbe invece consentire delle alternative migliori.

A dir la verità, occorre riconoscere che i militari americani rendono realizzabili anche le missioni folli. I nostri soldati, marinai, aviatori e Marines possiedono abilità, valore, creatività, intraprendenza e compassione davvero incredibili. Io condivido la fiducia che le sciabole americane hanno nella capacità dei nostri militari di risolvere i problemi. Tuttavia, più guerre in più luoghi non rendono l’America più sicura. Il consenso neoconservatore ha avuto, come lascito, un’America meno libera, meno sicura e gravata da un debito senza precedenti. [Qui, il deputato americano ignora la basilare equazione dei saldi settoriali per cui il debito sia necessario agli investimenti ed alla spesa pubblica, e non possa comportare il default per uno Stato dotato di sovranità, N.d.R.].

 

Da Trump e la Siria, un nuovo orizzonte di senso

Cosa succede ai curdi (il cui comandante, peraltro, ha trovato un accordo con Assad e Putin)? I leader della NATO devono chiarire alla Turchia che commettere un genocidio significherebbe perdere la sua adesione all’Alleanza Atlantica. Il gruppo trattato dovrebbe intraprendere azioni diplomatiche, economiche (come paventato da Trump) e – se necessario – militari, per impedire a qualunque alleato della NATO di impegnarsi in un genocidio. Ciò costringerà la Turchia a scegliere il suo futuro. La Turchia – avvisata da Trump medesimo – vuole un futuro con i suoi alleati i lunga data o desidera un percorso più oscuro che porti a Russia ed Iran?

In passato, i falchi della politica estera americana hanno sostenuto il loro consenso etichettando i loro oppositori come “isolazionisti“. Spesso ha funzionato. Ma, in qualità di ex Army Ranger e di diplomato alla West Point, so che se si vuole la pace, bisogna preparare la guerra. Ritornare alla tradizionale politica estera statunitense non è isolazionista.

Noi dovremmo prendere la politica estera più contenuta del Presidente Donald Trump (come dimostrato in Siria) come un nuovo inizio per la diplomazia americana. Forse il Congresso riuscirà persino a raccogliere la decisione di discutere apertamente e dibattere sulle guerre americane, piuttosto che fare affidamento ad un’autorizzazione di ben 18 anni or sono sulla liceità dell’uso della forza militare. Nel frattempo, l’esercito americano riposerà, si riorganizzerà e si preparerà per il futuro.

–> LEGGI ANCHE “DOMINIO MILITARE USA: RINUNCIARVI PER PORRE FINE ALLE GUERRE”

(Articolo di Warren Davidson su The American Conservative – Tradotto e rielaborato da Lorenzo Franzoni)

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