Robert Kagan e la visione distorta dei neocon

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Un tempo considerato un neoconservatore, Robert Kagan in realtà è un friedmaniano. Come Thomas Friedman del New York Times, Kagan è specializzato nella ultrasemplificazione elegante, e produce regolarmente polemiche artificiali che sono allo stesso tempo persuasive e fuorvianti. Prese sul serio, possono perfino essere pericolose.

Friedman descrive sé stesso come “un credente nell’idea della super-storia, la nozione secondo la quale tutti portiamo con noi stessi una grossa lente, una grossa cornice, attraverso la quale guardiamo il mondo”. Fissarsi sulla grossa cornice consente a Friedman, secondo le sue parole, di “mettere in ordine gli eventi e decidere quali sono importanti e quali no”. Scegliete la cornice corretta – o quella più conveniente – e tutto diventa chiaro. Questo è lo stesso approccio di Kagan, assieme alla tendenza a sfruttare una retorica del tipo “agite ora o tutto sarà perduto”.

Alcune ideologhi politici sono particolarmente suscettibili alle super-storie che pretendono di spiegare tutto: gli toglie il problema di pensare. Eccellenti esempi di questo fenomeno ricorrente includono l’esperto marketing di George Kennan sul “contenimento” come base della grande strategia statunitense all’inizio della Guerra Fredda, e la rivelazione impeccabile di Francis Fukuyama quattro decenni dopo la fine della Guerra Fredda.

L’ultima entrata di Kagan in questo campo è un saggio immensamente lungo che, di recente, è apparso sul Washington Post. Il titolo di questo saggio è “Gli uomini forti restituiscono il colpo”. Mentre ricama la sua argomentazione con parecchie migliaia di parole di riempimento, Kagan riassume utilmente la sua tesi con una singola frase: “Oggi l’autoritarismo emerge come la più grande sfida per il mondo democratico liberale – una sfida profondamente ideologica e strategica”.

Detto in soldoni, il mondo è nuovamente diviso in due campi: noi contro loro, bianchi contro neri, bene contro male, proprio come ai vecchi tempi.

Oltretutto, sostiene ancora Kagan, troppi conservatori americani si stanno allineando con la parte sbagliata. Sta diventando sempre più difficile, scrive, distinguere tra gli sforzi conservatori per “proteggere le tradizioni politiche e culturali” e, dall’altra parte, quelli per “proteggere l’ascendenza dei cristiani bianchi”. Fermandosi appena prima di lanciare un’accusa generale, Kagan sostiene che un numero crescente di conservatori rifiuta i principi sanciti nella Dichiarazione di Indipendenza e “si trovano in sintonia con i più convinti leader anti-americani del mondo”. Questi includerebbero gli oligarchi che al momento governo Russia, Cina, Ungheria, Venezuela, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto, i quali tutti insieme formerebbero la nuova lega del male. Detto in poche parole, secondo Kagan, i conservatori – alcuni? Molti? La maggior parte? – sono anti-americani.

Consultando la sfera di cristallo che gli è stata molto utile quando ha appoggiato la guerra preventiva per rovesciare Saddam Hussein, Kagan dice che nel futuro “la distinzione binaria tra governi liberali e non-liberali sarà l’unica cosa importante”. Oltretutto, a meno che il campo delle democrazie liberali – ovviamente guidate dagli Stati Uniti – non metta da parte le sue differenze per lanciare una grande crociata contro l’ondata autoritaria, il male trionferà sicuramente.

A osteggiare tale crociata sono quei guastafeste americani che “insistono affinché ci asteniamo dal confrontare i grandi poteri autoritari presenti oggi in Eurasia”. In altre parole, siamo di nuovo negli anni trenta. Ancora una volta, gli isolazionisti che fanno comunella con l’asse del male stanno complicando le cose. Per provare il tutto, scrive, basta guardare le azioni dell’amministrazione Trump.

Il saggio di Kagan invita a queste brevi riflessioni:

Primo, notate come il suo saggio spolveri e riproponga degli argomenti proposti da Kagan e altri neoconservatori dopo l’11 settembre per promuovere la guerra globale al terrorismo. Quello che abbiamo qui è un cattivo whisky proposto con una nuova etichetta. Forse i lettori non riescono a notarlo, ma alcuni dovrebbero ricordare le disastrose conseguenze che sono occorse l’ultima volta che Kagan ha chiesto azioni per liberare il mondo dal male.

Secondo, l’insistenza di Kagan nell’assegnare un’etichetta comune ai regimi di Vladimir Putin, Xi Jinping, Nicolas Maduro, Mohammed bin Salman, el-Sisi, etcetera – suggerendo che questi siano uniti da una causa e da una visione del mondo comune – è puro nonsenso. L’autoritarismo contemporaneo non deriva da, né richiama esplicitamente, una ideologia. Le sue origini sono disparate come le sue manifestazioni. Non è una cosa, ma molte cose.

Terzo, Kagan ignora il famoso adagio di Tip O’Neill per il quale “tutte le politiche sono locali”. Kagan preferisce trattare tutte le politiche come cosmiche. Prendere questo approccio rende inutile il tenere in considerazione il contesto e la storia locale, senza contare le precedenti politiche mal consigliate degli Stati Uniti che hanno contribuito in grossa misura alle disfunzioni evidenti in posti come il Venezuela e l’Arabia Saudita.

Quarto, dire che il mondo contemporaneo è binario è fuorviante come dire che il mondo degli anni ‘50 e ‘60 era bipolare. Tale falso costrutto crea ulteriori equivoci. Il punto di partenza è riconoscere la multi-polarità dell’ordine internazionale.

Quinto, Kagan si sbaglia quando suggerisce che le azioni di Trump siano l’espressione del conservatorismo contemporaneo. Trump è tante cose – narcisista, impulsivo, pigro, male informato – ma non un conservatore. Per quanto riguarda la sua amministrazione, la miglior definizione è: incoerente.

Pochi possono eguagliare il talento di Robert Kagan nel creare dichiarazioni pesanti che trasmettono un’apparenza di intuizione e autorità. Più e più volte, gli eventi lo hanno contraddetto. E con questo ultimo saggio, il suo record non cambierà.

(da American Conservative – traduzione di Federico Bezzi)

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