Stati Uniti, si parla di default americano: ma è possibile?

Stati Uniti, si parla di default americano: ma è possibile?

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Negli Stati Uniti, è stata recentemente lanciata una notizia del tutto clamorosa, avente a che fare con le finanze pubbliche americane, che in Italia non ha praticamente ricevuto alcuna attenzione, ma che merita senza ombra di dubbio di essere presa in esame e messa sotto la lente d’ingrandimento: niente di meno del fatto che a Washington DC stanno parlando di un possibile default degli USA a settembre dell’anno 2019. Una scadenza subitanea, che – in via del tutto ipotetica – non lascerebbe spazio alcuno per manovrare in direzione della salvezza dello Stato e dei suoi conti.

Il think tank del Bipatisan Policy Center – come, nel Bel Paese, ha riportato soltanto la versione italiana di Sputnik News -, con sede nella capitale, ha ammonito il Tesoro statunitense sulle spese estive che attenderanno il governo Trump, e che inevitabilmente aumenteranno il debito pubblico a stelle e strisce. Il direttore della sezione “Economia”, Shai Akabas, ha infatti dichiarato: «Gli ultimi dati testimoniano che il rischio del giorno X possa arrivare ad inizio settembre, soprattutto se il reddito federale diminuirà».

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Come si può leggere in un lungo articolo sul Washington Post, a commento del paper (in formato di somma di diapositive) pubblicato sul sito del BPC con il titolo “Analisi del limite del debito: tutto ciò che è necessario sapere in 30 slides”: «Il governo degli Stati Uniti potrebbe rimanere senza soldi per pagare tutti i suoi debiti agli inizi di settembre, se il Congresso non si affretterà ad alzare il tetto del debito – ha detto lunedì [8 luglio 2019, N.d.R.] un think tank -: un periodo di tempo che potrebbe obbligare i legislatori ad agire molto prima del previsto.

Il Bipartisan Policy Center ha affermato che il Dipartimento del Tesoro potrebbe violare il limite di prestito in due mesi, dal momento che il governo ha introdotto entrate fiscali molto inferiori rispetto a quanto era stato progettato per quest’anno. Il BPC usufruisce di modelli economici per prevedere la capacità del governo di saldare i propri debiti, e le sue stime sono spesso studiate dalla Casa Bianca e dai leader del Congresso».

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Le possibilità che il governo degli Stati Uniti possa, letteralmente, andare in fallimento, trascinando con sé tutto il Paese, e per ciò stesso tutta la popolazione americana, ha avuto una qual certa eco a livello nazionale oltreoceano, ma ha anche – in via del tutto ovvia – stimolato il dibattito a riguardo.

Ad esempio, come riportato sempre da Sputnik News, Artem Deyev, direttore del Dipartimento analitico di AMarkets, ha dichiarato che parlare di default per gli Stati Uniti è quanto mai prematuro: infatti, Casa Bianca e Federal Reserve potrebbero candidamente ricorrere ad un ulteriore aumento dei prestiti ed a correzioni in corsa delle manovre di bilancio. Nonostante i pessimismi di alcuni analisti, che disquisiscono di «bomba del debito», dando di fatto credito alle tesi del Bipartisan Policy Center.

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Tuttavia, a questo punto, occorre ragionare sulla questione, prendere in considerazione tutte le fattezze e tutte le variabili, e porsi senza remore la domanda fatidica: è davvero possibile che gli Stati Uniti vadano in default? È davvero possibile che il governo americano possa finire i soldi? Qual è la linea economica di questo think tank, che lo spinge sino al punto di affermare che il proprio stesso Paese – una delle prime economie mondiali – possa fallire?

A onor del vero, una posizione di tal fatta – catastrofista e cataclismatica – era stata espressa proprio dal BPC… Già nel lontano 2011, sotto l’amministrazione Democratica di Barack Obama: sempre attraverso un paper in formato di diapositive, pubblicato sul loro sito nel luglio del 2011 e dal titolo “Analisi del limite del debito“.

Il loro report, approfondito e munito di dati e statistiche, era stato ripreso anche dal mondo finanziario anglosassone. In particolare, Jim Leaviss, responsabile presso la M&G Investments (società di investimento globale, leader europeo nell’asset management), si era occupato di tale questione. «Se vanno avanti così rischiano il default entro 20 anni. [… ] Secondo le stime il rosso di Washington arriverà a toccare i 14.300 miliardi di dollari entro aprile-maggio. Intanto, la politica di riduzione della spesa di Obama non convince i bond fund manager, che non vedono convenienza nel finanziare il debito americano ai tassi attuali e con un serio rischio inflattivo alle porte».

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Tuttavia, come nell’anno corrente 2019 si può pacificamente constatare, gli Stati Uniti non sono andati in fallimento. Anzi, hanno progressivamente aumentato il proprio debito pubblico, attuando misure in deficit grazie al finanziamento sia degli investitori internazionali (ivi comprese soprattutto la Cina, ma anche la Russia ed altri Stati geopoliticamente coinvolti nello scacchiere internazionale) sia della Federal Reserve, che ha acquistato titoli di debito del Tesoro in accordo con il Tesoro stesso, che in tal modo ha potuto attuare le proprie spese militari, sociali, politiche e via discorrendo.

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A prescindere dai dibattiti che si possano fare sulla possibilità di mutare – ed è, invero, una battaglia sacrosanta, una battaglia di civiltà – l’attuale origine debitoria della moneta, un aspetto va però sottolineato: nel momento in cui uno Stato sia l’unico, per se stesso, ad avere la facoltà di battere moneta, direttamente od attraverso dei propri organismi (come le Banche Centrali) non potrà mai fallire. Ovverosia: sarà sempre capace di far fronte alle proprie spese, e sarà sempre capace di garantire il pagamento dei propri debiti. Trattasi del concetto cartalista di “sovrano”.

Questo meccanismo è parte intrinseca ed inalienabile della natura della moneta moderna, nata nel 1971 con la decisione unilaterale di Richard Nixon di mettere fine agli accordi di Bretton Woods, e quindi al gold exchange standard: da allora, la valuta, per essere emessa, non ha bisogno di alcuna riserva materiale che la copra e garantisca, ma può essere “stampata” senza alcun limite quantitativo, per tutto il numero che sia necessario a garantire la piena occupazione a tutti i cittadini di un Paese.

È una rivoluzione che anche a moltissimi studiosi del campo è sfuggita, e che per la popolazione è fondamentalmente passata sotto traccia, la quale però rappresenta una svolta copernicana nella politica economica: cioè, nel momento in cui uno Stato possieda la propria sovrana moneta e non si indebiti in valuta estera (che difatti non può emettere), non potrà mai «finire i soldi».

Questi non sono, infatti, un bene finito, ma uno strumento di scambio di beni e servizi potenzialmente infinito: non crescono sugli alberi, non vengono coltivati nei campi, non vengono estratti dalle miniere, ma rappresentano un’invenzione umana priva di valore intrinseco (ne hanno solo se politicamente riconosciuti dai cittadini e dallo Stato che li tassa) che può essere stampata senza barriere (se non quella di evitare l’inflazione), o creata contabilmente attraverso il click di un computer.

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È esattamente questa peculiarità monetaria che – per ritornare all’argomento principe – sfugge al Bipartisan Policy Center: gli Stati Uniti sono muniti di moneta sovrana, il dollaro, ed a prescindere dalle metamorfosi e mutazioni del suo valore a livello internazionale, potranno sempre ripagare i propri debiti ai rispettivi creditori, che si tratti di Stati o privati. I titoli di debito USA, infatti, sono emessi in dollari: il governo, attraverso la FED, garante del debito e prestatrice illimitata di ultima istanza [1], non potrà mai finire i soldi. E questo vale per tutte le Banche Centrali, il cui statuto parla chiaro sin dal 1694 (anno della fondazione della Banca d’Inghilterra): possono – anzi, dovrebbero sempre – operare in passivo di bilancio.

Un concetto, un fatto inattaccabile, che nel gennaio del 2014, a Francoforte, confermò niente di meno che Mario Draghi, all’epoca governatore della Banca Centrale Europea, in una sua risposta ad un giornalista: «Tecnicamente no. Non possiamo finire i soldi [“We can’t run out of money”, N.d.R.]. Quindi abbiamo ampie risorse per far fronte a tutte le nostre emergenze».

Questa specifica misura è tra quelle che la Modern Money Theory, che ha di recente acceso un ampio dibattito negli Stati Uniti, suggerisce – descrivendo il funzionamento dell’attuale sistema monetario – per raggiungere la piena occupazione: la moneta è lo strumento con il quale si attua il ciclo del lavoro e, dal momento che essa può essere infinita, non ci devono essere limiti all’emissione almeno fino a quando ogni singolo cittadino non abbia un lavoro con il quale mantenere sé, la propria famiglia e condurre un’esistenza degna di essere vissuta.

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Il contemporaneo “paganesimo economico” (per usare le parole di Valerio Malvezzi) nella narrazione della realtà trova la propria scaturigine teorico-tecnica nel monetarismo di neoclassica memoria, con i quali molti studiosi ed esperti attuano quelle che Warren Mosler ha chiamato (rifacendosi al maestro Galbraith) le «sette innocenti frodi capitali della politica economica» , gli unici ostacoli alla prosperità collettiva.

La risposta MMT all’idea del fallimento statunitense, paventato dal BPC, sarebbe semplice ed efficace: uno Stato sovrano non potrà mai essere insolvente, non avrà mai problemi di liquidità (se non politicamente scelti) e potrà sempre fare fronte alle proprie spese per la propria popolazione (infatti, non sono le tasse a finanziare la spesa). Inoltre, il debito non è un peso sulle spalle dei figli da pagare, ma l’attuale e normale metodo di emissione della moneta, per il quale non esiste un livello scientificamente provato da non oltrepassare: garantito dalla Banca Centrale illimitatamente, non costituirà mai un problema (neppure se detenuto da stranieri), in quanto rappresenterà semplicemente la somma dei deficit di bilancio del governo (cioè, delle spese compiute da quest’ultimo per i cittadini che rappresenta).

In conclusione, si può dire che il Bipartisan Policy Center di Washington DC, dopo la fallita previsione del 2011, potrebbe potenzialmente incorrere in un altro plateale errore: quello di aver dato gli Stati Uniti come spacciati entro settembre 2019. Infatti, il Paese a stelle strisce possiede moneta sovrana, e non potrà mai venir meno la sua capacità di assolvere i debiti. E così qualunque altro Paese nella medesima “sovrana condizione” [2]. I problemi possono avere a che fare con le risorse reali e materiali, con le risorse demografiche (e per ciò stesso umane) e via discorrendo, ma non potranno mai essere di natura finanziaria [3]. Ogni allarmismo a riguardo sarà, lapalissianamente, mendace.

(di Lorenzo Franzoni)

Note:
[1] Ruolo che, se non compiuto, potrebbe tranquillamente condurre ad una scelta politica lecita e doverosa, quella della sua nazionalizzazione per un suo completo controllo statale: per quanto, tuttavia, nella mentalità statunitense – a differenza, per esempio, di quella italiana, francese, russa o finanche tedesca – questa cosa difficilmente potrebbe essere contemplata o concepita.
[2] I Paesi dell’euro-zona, come quelli africani della comunità finanziaria del Franco CFA, ad esempio, non possono vantare questa condizione, in quanto adottanti una moneta che non possono emettere. Senza considerare, peraltro, che – specificamente per il Vecchio Continente – la BCE non garantisce i debiti sovrani degli Stati: cosa la quale, nelle spese per le loro esigenze, non può che penalizzarli e legarli mani e piedi a volontà che non dipendono sovranamente da loro (e dalla rispettiva democrazia politica).
[3] Nel senso di finanze pubbliche, non private (le quali, invece, sono più fragili e fallibili, per la loro medesima natura “privata”). Infatti, non incidentalmente, la crisi dei mutui sub-prime del 2007-2008 negli Stati Uniti e la (di poco successiva) crisi del debito nell’euro-zona sono state, contrariamente a quello che viene raccontato, crisi di debito privato. E questo conformemente proprio alla natura della moneta moderna: se, in regime di moneta fiat, lo Stato non si indebita, non lasciando di fatto moneta circolante nelle tasche dei cittadini attraverso operazioni di deficit spending, i cittadini sono costretti ad indebitarsi, poiché manca loro il denaro sonante con cui sostenere le loro spese; se invece lo Stato si indebita, sapendo di poter sempre garantire questo stesso debito, i cittadini si arricchiscono non soltanto di moneta, ma anche di infrastrutture, servizi di utilità sociale e così via. Sempre non incidentalmente, grazie ad una spesa pubblica ben gestita e ad una moneta sovrana, l’Italia negli anni Ottanta (prima del famigerato divorzio fra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia) era divenuta il Paese più ricco del mondo (con una percentuale, quanto alla propria popolazione, del 25% di risparmio rispetto al reddito).

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