Bettino Craxi

Bettino Craxi, ecco perché merita una via (Prima parte)

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Il 19 gennaio 2000, ad Hammamet, Tunisia, moriva l’ex leader socialista Bettino Craxi. A vent’anni di distanza, l’eredità politica dello statista nato nel 1934 a Milano fa ancora discutere e divide profondamente, come dimostra il dibattito aperto dal sindaco di Milano Beppe Sala sull’opportunità di dedicare una via al leader socialista. Da una parte troviamo i «manettari» sostenitori dell’operazione Mani Pulite che lo considerano un «latitante», e non gli perdonano le condanne a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo ENI-SAI il 12 novembre 1996 e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le tangenti della Metropolitana Milanese il 20 aprile 1999 (ma su questo toneremo a breve). Dall’altra i suoi sostenitori, come la figlia Stefania, convinti che Bettino Craxi sia stato vittima di «un’ingiustizia umana» ancor prima che giudiziaria e che fosse, in realtà, un perseguitato politico.

Basterebbe il suo operato da presidente del Consiglio e segretario socialista per riabilitarlo, ma in questa prima parte ci concentreremo solamente sulle torbide vicende giudiziarie che lo hanno investito. Con l’ipotesi di una «manina» che arriva direttamente da Washington. Una vendetta per la sua fermezza nel caso Sigonella? O altro? Nessuna teoria del complotto ma fatti documentati – come vedremo in seguito – che nessuno ha mai approfondito in maniera rigorosa. Perché?

Le ombre sui processi contro Bettino Craxi

Evitiamo di incappare in ipocrisie inutili, con una premessa. Nessuno mette in discussione il fatto che in Bettino Craxi – come in ogni altro personaggio politico – ci potessero essere luci e ombre, aspetti positivi e negativi. Ma nel caso dello statista milanese le luci superano di gran lunga le ombre. Gli eredi di quelli che lanciavano le monetine contro Bettino Craxi davanti all’Hotel Raphael la sera del 30 aprile del 1993 – gli stolti che festeggiavano la fine della Prima Repubblica, che ci aveva portato a essere la Quarta potenza mondiale – dimenticano di dire che il processo ENI-SAI per corruzione fu viziato da profonde irregolarità. Tant’è che il 5 dicembre 2002 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha emesso una sentenza d’appello – che condanna la giustizia italiana per la violazione dell’articolo 6 (“equo processo”), paragrafo 1 e paragrafo 3, lettera D (“diritto di interrogare o fare interrogare i testimoni”) della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, in ragione dell’impossibilità di «contestare le dichiarazioni che hanno costituito la base legale della condanna», condanna formulata «esclusivamente sulla base delle dichiarazioni pronunciate prima del processo da coimputati (Cusani, Molino e Ligresti) che si sono astenuti dal testimoniare e di una persona poi morta (Cagliari).

Come riporta Il Messaggero dell’epoca, la Corte ha sottolineato in particolare come la stessa Corte di Cassazione italiana in una sentenza del novembre 1996 abbia rilevato che Craxi è stato «condannato esclusivamente sulla base delle dichiarazioni pronunciate prima del processo da coimputati (Cusani, Molino e Ligresti) che si sono astenuti dal testimoniare e di una persona poi morta (Cagliari)». I difensori di Craxi «non hanno potuto contestare le dichiarazioni che hanno costituito la base legale della condanna», hanno aggiunto i giudici europei. «E’ una soddisfazione – ha aggiunto Bobo Craxi – perché fu palese sin dall’inizio l’accanimento giudiziario contro mio padre Bettino e il reiterato ed irrispettoso comportamento del tribunale milanese che lo condannò violando norme, quelle del Giusto Processo, che oggi sono scolpite nel nostro ordinamento legislativo. Bettino Craxi ebbe ragione due volte, la prima a ritenersi perseguitato dalla giustizia che usò due pesi e due misure, la seconda a voler appellarsi alla Corte Europea per i Diritti Umani, questo pronunciamento favorevole che condanna l’Italia giustizialista è dedicato alla sua memoria».

Dunque, per quanto riguarda l’accusa più grave mossa nei confronti di Bettino Craxi – la corruzione – ci sono dei seri e ragionevoli dubbi. Ricordiamo poi che Craxi fu assolto nel processo per le tangenti Intermetro, dal tribunale di Roma nel 1999 e nel processo alle irregolarità degli appalti per la costruzione della metropolitana di Lima, in Perù; l’estraneità dell’ormai defunto Craxi venne riconosciuta, sempre a Roma, nella sentenza che assolse tutti i co-imputati nel 2002.

L’ipocrisia sul finanziamento illecito

Sul finanziamento illecito, Piero Sansonetti su Il Dubbio pone delle domande molto interessanti che qui vi riproponiamo, anche alla luce del memoriale di Bettino Craxi che doveva essere consegnato a una commissione d’inchiesta che non fu mai aperta.

1) Se è vero – e non mi pare che nessuno mai abbia nemmeno provato a smentire questo dato – che tutta la politica, per quasi cinquant’anni, è stata finanziata illegalmente, perché solo nel 1992 la magistratura ha deciso di intervenire?

2) Se è vero che tutta la politica era finanziata illegalmente, perché furono colpiti solo i partiti di governo, e in particolare il Psi?

3) Se è vero, come oggi dice il dottor Davigo, che i finanziamenti illegali sono continuati per anni, e ancora continuano, come mai nel 1994, e cioè dopo che Bettino Craxi era stato abbattuto, “Mani pulite” si fermò? Craxi era un obiettivo speciale per il pool milanese? La sua sconfitta fu considerata un risultato sufficiente per il successo dell’inchiesta?

4) La scelta di affrontare il finanziamento illecito dei partiti coi “bulldozer”, che provocò di fatto la fine del partito politico – di massa, democratico e popolare – che avevamo conosciuto fino ad allora, fu sostenuta in qualche modo da forze estranee alla magistratura ( forse economiche, editoria, giornali) che erano interessate a nuove forme, leaderistiche e personalistiche, di politica, che riducessero al minimo il tasso democratico, e semplificassero il processo decisionale e il rapporto tra politica e altri poteri?

Lo storico discorso di Bettino Craxi su Tangentopoli

La verità dell’ex ambasciatore Usa: «Ci fu una regia contro Bettino Craxi»

In un’intervista rilasciata a La Stampa nel 2012, l’ex ambasciatore americano in Italia Reginald Bartholomew, prima di morire, racconta che intervenne per spezzare i legami tra il Consolato Usa a Milano e il pool di Mani pulite.«Quella era la stagione di Mani Pulite – racconta l’ex ambasciatore – un pool di magistrati di Milano che nell’intento di combattere la corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia come l’Italia” osserva l’ex ambasciatore. «La classe politica si stava sgretolando – ha ricordato Bartholomew – ponendo rischi per la stabilità di un alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo».

L’ex ambasciatore, sottolinea Il Giornale, quel punto «rivendica il merito di aver rimesso sui binari della politica il rapporto fra Washington e l’Italia». In che modo? Pose fine a quello strano legame diretto che si era creato tra il Consolato e il pool di Mani pulite – tollerato dal suo predecessore Peter Secchia – e riportò la gestione dei rapporti a Roma, all’ambasciata.

Mani Pulite: «C’è pupazzo manovrato da Washington»

Ben più inquietanti le parole di Steve Pieczenik, consulente del Dipartimento Usa nel 1978 in materia di terrorismo, componente del comitato di crisi voluto da Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno, durante il rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Br. Incalzato su Bettino Craxi, che tentò in modo convinto di aprire una trattativa su Aldo Moro, Pieczenick si fa scappare una rivelazione inquietante che conferma molte ipotesi formulate su Tangentopoli e il ruolo americano che favorì la vicenda di Mani Pulite. «Non mi preoccupai sul possibile ruolo di Craxi, era stato già neutralizzato, gli stavamo dietro da tempo. Avevamo il coltello dalla parte del manico, sapevamo qualcosa su di lui. Craxi era comunque compromesso, si era compromesso da solo».

Che uno dei protagonisti di Mani Pulite fosse «un pupazzo manovrato dagli Stati Uniti» lo rivela un rapporto inviato dall’ambasciata americana in Italia al Dipartimento di Stato Usa nel febbraio del 1993. Il documento, riportato dalla Stampa e firmato da Daniel Serwer, allora capo della diplomazia statunitense, non svela il nome del «pupazzo» ma dimostra come quell’operazione fu probabilmente «avvallata» dagli Stati Uniti.
(Roberto Vivaldelli)

 

 

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