Ucraina, elezioni presidenziali: scollamento tra elettori e candidati

Ucraina, elezioni presidenziali: scollamento tra elettori e candidati

 

Il 31 marzo in Ucraina si voterà per l’elezione del presidente. La campagna elettorale è in pieno svolgimento. Rimane però aperta la questione delle due autoproclamatesi Repubbliche Popolari del Donbass, quella di Donetsk e quella di Lugansk, che seppur non riconosciute a livello internazionale, “de facto”, ormai sono separate dall’Ucraina. Della Crimea nemmeno a parlarne, in quanto dal 2014 è già parte integrante della Federazione Russia, indietro non tornerà. Tuttavia proprio sulla base dell’insistenza con la quale i candidati alla presidenza del paese continuano a rivendicare la sovranità sui due territori, queste elezioni potrebbero non avere quei canoni di validità che invece sono previsti dalla carta costituzionale ucraina:

All’Articolo 102: Il presidente dell’Ucraina è il garante della sovranità statale, dell’integrità territoriale dell’Ucraina, del rispetto della Costituzione dell’Ucraina, delle libertà e dei diritti dell’uomo e dei cittadini.
All’Articolo 103: Il Presidente dell’Ucraina è eletto dai cittadini dell’Ucraina sulla base del suffragio universale, uguale e diretto a scrutinio segreto per un periodo di cinque anni.

Territorio ridimensionato rispetto al 2014

In sostanza, se il presupposto è che l’Ucraina oggi abbia gli stessi confini territoriali precedenti al 2014, quindi, in egual misura, bisognerebbe supporre che tutti i cittadini dell’Ucraina siano messi in condizioni e desiderino votare per il loro presidente. Sappiamo benissimo che questo presupposto ora è solo formale poiché in riferimento al Donbass e alla Crimea il voto, in pratica, non includerà coloro che formalmente Kiev continua a rivendicare come suoi cittadini ma che, di fatto, non lo sono più.

Pertanto le due varianti sulla questione concorrono ad adombrare il risultato delle elezioni: o il presidente eletto non rappresenterà il voto di tutti i cittadini dell’Ucraina (presunta integra), o l’Ucraina, in realtà, oggi esercita la propria sovranità su un territorio ridimensionato rispetto al 2014.

Su tale esito certamente gravano anche le responsabilità dell’Occidente per aver appoggiato la rivolta di Maidan a Kiev. Non va dimenticato che il 21 febbraio del 2014 venne raggiunto un accordo per la soluzione della crisi sottoscritto dal presidente ucraino Viktor Yanukovich e dai tre leader dell’opposizione. Per l’Unione Europea ai negoziati parteciparono i ministri degli Esteri di Germania Frank-Walter Steinmeier e di Polonia Radoslaw Sikorski. Tuttavia, nessuno di questi paesi o l’UE in generale, applicarono mai sanzioni ai golpisti per la successiva grave violazione di questo accordo. L’Europa chiuse gli occhi sostenendo con le parole e coi fatti il nuovo governo insediatosi. Lo stesso da parte americana.

Sebbene il presidente ucraino Petro Poroshenko, nel 2014, ottenne una vittoria nel primo turno delle elezioni col 54,7% dei voti, non fu mai percepito come leader dai manifestanti; nel suo mandato presidenziale di quattro anni e mezzo ha quasi completamente perso la fiducia di chi lo votò, raggiungendo oggi un consenso intorno al 7%.

In un certo senso si è ripetuta la situazione della presidenza di Viktor Yushchenko nel 2004, quando gli sforzi degli americani e degli europei inventarono un terzo turno delle elezioni presidenziali non previsto da nessuna legislazione e Yushchenko, il candidato dell’Occidente, sconfisse Yanukovich con un risultato del 51,99% dei voti.  . Cinque anni dopo, il consenso per Yushchenko era già diminuito al 5-7%, e perse clamorosamente le elezioni presidenziali del 2010 con un flop del 5,75%, vinte da Yanukovich al secondo turno contro Yulija Timoshenko.

L’Occidente e le esportazioni di democrazia

Ne possiamo dedurre che la democrazia che l’Occidente per la seconda volta impone all’Ucraina sta fallendo. La lezione da trarne, in generale, è che i “leader” che gli americani e gli europei pongono sul seggio presidenziale attraverso i disordini di piazza, perdono rapidamente il loro sostegno popolare, artificialmente gonfiato. In altre parole la democrazia promossa dall’Occidente, in questo caso in Ucraina, si trasforma in “anti-democrazia” quando poi si prende atto che il presidente favorito dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea non è ben voluto dalla sua gente e perde vistosamente popolarità.

Secondo un ricerca effettuata dal Gruppo Sociologico “Rating” nell’ambito del progetto “Ritratti delle Regioni” (che dal 16 novembre al 10 dicembre 2018 ha condotto un’indagine tra i cittadini dell’Ucraina oltre i 18 anni a Kiev e in tutte le regioni del paese, eccetto i territori della DNR, LNR e Crimea), tra i vari dati ottenuti è risultato che “in nessun caso” il 50,3% degli intervistati intenzionati a recarsi alle urne voterebbe Poroshenko. Questa impopolarità del presidente ucraino è riscontrabile in tutte le regioni dell’Ucraina tranne che a Lviv.

La crisi del potere in Ucraina

Di volta in volta, però, questi esperimenti dell’Occidente costano sempre di più: se la “rivoluzione arancione” del 2004 non causò vittime di massa e Yushchenko si limitò ad esaurire la pazienza degli ucraini con riforme economiche infruttuose, la cosiddetta “rivoluzione della dignità” del 2014 ha messo al potere un gruppo di persone che ha portato la guerra nel paese. Nel paese sono aumentati i lutti e la democrazia è precipitata. Ecco perché la stampa in Occidente preferisce discutere i rating dei vari candidati alla presidenza, senza approfondire il tema principale: “la crisi di legittimità del potere” in Ucraina, indipendentemente da chi vincerà le elezioni il 31 marzo 2019.

Ecco secondo una ricerca dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev la proiezione delle preferenze verso i vari candidati espresse in % (nello schema seguente non sono inclusi i tanti e marginali candidati che secondo l’indagine sono sotto lo 0%):

Yurij Bojko – 6,2 %
Svyatoslav Vakarchuk – 2.7 %
Aleksandr Vilkul – 1 %
Anatolij Gritsenko – 5,4 %
Vladimir Zelensky – 10,6 %
Oleg Lyashko – 7%
Evgenij Muraev – 2,3 %
Petro Poroshenko – 6,8 %
Andrej Sadovyj – 1,7 %
Yulija Timoshenko – 11,5 %
Aleksandr Shevchenko – 3.2 %

Nemmeno due personaggi famosi come l’intramontabile leader del Partito Comunista Petr Simonenko al 0,2% e l’ex-pilota precedentemente incarcerata in Russia Nadia Savchenko allo 0,1% sono riusciti a raggiungere l’1%.
Un elenco monotono, dove in sostanza tutti i candidati sono perdenti. E se si considera che oggi la sociologia ucraina è disperatamente azzoppata poiché le persone hanno paura a rispondere alle domande, allora queste cifre sono pure incerte. Tuttavia, la stampa è piena di “analisi” su chi vincerà: il 12% di Timoshenko, il 7% di Poroshenko, o uno di loro due che nel secondo turno andrà in ballottaggio con Zelensky al 10% ec. ec.

Oggi in Ucraina, il vero “leader” è colui per il quale l’80-90% degli elettori non voterà: molti ucraini non voteranno, altri non saranno autorizzati a votare (i seggi elettorali nella Federazione Russa sono stati aboliti, mentre invece gli elettori ucraini voteranno in Finlandia, Georgia o Kazakistan..), altri ancora voteranno per il candidato perdente a loro preferito. Finora, nessuna “unione” di candidati (sempre secondo il sondaggio dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev) sta guadagnando il 15% dei sostenitori.

Ancora al centro il Donbass

Tornando alla spinosa questione del conflitto nel Donbass il Centro Razumkov nella sua analisi “Monitoraggio dell’umore elettorale degli ucraini” ha ottenuto dei sorprendenti risultati. Nell’ultimo mese, il sostegno a soluzioni pacifiche è aumentato. Pertanto: il 31% degli intervistati sostiene la fine delle ostilità nel Donbass e il riconoscimento di questi territori (DNR e LNR), il 27% è favorevole a concedere loro uno status federale come parte dell’Ucraina, l’8% sostiene la totale separazione di questi territori dall’Ucraina, al contrario, il 17% crede che sia necessario continuare l’azione militare fino al completo ripristino del potere ucraino su queste regioni. Gli indecisi sono il 17%. In altre parole il 66% degli intervistati è per la cessazione della guerra.

Sempre la stessa indagine rileva che per la maggior parte degli intervistati (64%), ciò che soprattutto manca in Ucraina, è la pace, inoltre il 78% degli ucraini ritiene che il paese stia procedendo nella direzione sbagliata. Il conflitto militare nell’Est del paese (66%) e la corruzione dilagante (43%) sono visti come i due problemi principali a livello nazionale. A livello personale, invece, l’aumento delle tariffe per i servizi pubblici, i bassi salari e le basse pensioni e l’aumento dei prezzi per i beni di base sono visti come i problemi più gravi.

In base a tale proiezione il candidato “ideale” alla presidenza dell’Ucraina dovrebbe essere una persona che abbia, innanzi tutto un piano reale, piuttosto che fantasmagorico, per porre fine al più presto alla guerra nel Donbass, oltre a un programma di riforme sociali ed economiche coerenti che riducano l’onere economico sulle persone, insopportabile per la maggioranza della popolazione.

Lo scollamento con gli elettori

Tuttavia, tale candidato non appare nell’elenco (lo dicono le % di consenso) e la gente non crede più nei proclami altisonanti e nelle promesse dei vari candidati alla presidenza. Tale sfiducia è percepibile nei dati della ricerca del Gruppo Sociologico “Rating”: solo il 31% degli intervistati si aspetta che la situazione in Ucraina migliori a seguito delle imminenti elezioni, il 35% degli intervistati ritiene che la situazione non cambierà, il 15% afferma che peggiorerà.

Nell’Ucraina del post-Maidan dopo l’enfasi data alla “rivoluzione della dignità” i cittadini reputano ora le votazioni una mera procedura formale con la consapevolezza che il potere che li rappresenterà non esprimerà i loro interessi.

(di Eliseo Bertolasi)

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