Mahmood, perché chi parla di integrazione sta facendo propaganda

Mahmood, perché chi parla di integrazione sta facendo propaganda

Quando all’Ariston è stata annunciata la vittoria del brano “Soldi”, sapevamo tutti cosa aspettarci. Il post perplesso di Salvini, il tripudio dei giornali d’opposizione per la vittoria dello “Straniero”, “Morte al Sanremo Sovranista! (Sic)”. Tutto dannatamente prevedibile, e particolarmente triste.

I maggiori giornali hanno subito incoronato Mahmood, vincitore della sessantanovesima edizione del Festival, simbolo dell’integrazione che vince, della battaglia per lo ius soli, la risposta culturale al populismo becero e razzista, insomma, chi più ne ha più ne metta.

Sembra inutile dire che c’è una differenza tra immigrazione clandestina e regolare ma, di questi tempi, ciò che per buonsenso sembra scontato necessita invece spiegazioni elementari. Il caso specifico di Mahmood poi non si presta affatto a qualsiasi congettura del fronte filo integrazione: come riportato da molti giornali, per motivi familiari, sin da bambino il cantante è cresciuto con la madre italiana e questo tanto rivendicato (dagli altri) melting pot di culture, per forza di cose, non riguarda l’esperienza personale del soggetto.

Dall’Unione Sarda al portale Eurofestival, le dichiarazioni circa l’abbandono da parte del padre egiziano in tenera età vengono sfruttate per aggiungere quel sapore tragico sulla sua storia; eppure a conti fatti, è proprio questa mancanza a smontare la tesi dell’integrazione tanto propagandata: quale mescolanza, quale “incontro di civiltà”, se il fattore che lo rende straniero, agli occhi di questi, è totalmente assente nella sua crescita?

Sia chiaro, a differenza degli sciacalli, a noi non interessano i drammi o gli episodi intimi e privati di Mahmood, ma serve specificare come questo ragazzo sia cresciuto ed evoluto in un ambiente tutt’altro che multiculturale. Il paragone con le banlieue francesi (modello tra l’altro non proprio felice per inneggiare al multiculturalismo) non sta in piedi. Fa sorridere come siano proprio gli autoproclamatosi antirazzisti a sottolineare, in ogni articolo, post, dichiarazione, la discendenza non autoctona dell’artista: Mahmood per loro è uno straniero, non un cantante. Non si vede una singola analisi tecnica della vittoria, nessun riconoscimento che non sia quello del “far rosicare Salvini”.

Dispiace per un ragazzo, per un cantante, che si ritrova ad aver raggiunto un traguardo notevole (indipendentemente da cosa si pensi di Sanremo) per la propria carriera, vedersi etichettare addosso il titolo di “vincitore straniero” in primis dai suoi apologeti o presunti tali. Se non è razzismo questo.

(di Antonio Pellegrino)

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