Le idee di Valerio Malvezzi contro l'ultraliberismo (parte 1)

Le idee di Valerio Malvezzi contro l’ultraliberismo (parte 1)

1. Introduzione

Leonardo Sciascia, scrittore e drammaturgo siciliano vissuto nel XX secolo, fu uno spirito anticonformista e libero, capace di una critica massimamente lucida della contemporaneità. In un’intervista rilasciata nel 1979 e pubblicata nel maggio di quello stesso anno dal giornale “L’Ora“, egli pronunciò una frase di straordinario impatto: “L’eresia è di per sé una grande cosa, e colui che difende la propria eresia è sempre un uomo che tiene alta la dignità dell’uomo“.

Tale riferimento, tale citazione, non viene fatta casualmente, nel contesto di questo articolo. Infatti, esso andrà ad affrontare il pensiero di un economista, Valerio Malvezzi, che la narrazione dominante volentieri definirebbe – e definisce – un eretico. A maggior ragione, egli lo è nell’attuale clima di caccia alle streghe e maccartismo intellettuale che imperversa attorno a tematiche scottanti e delicate, ma importantissime, quali il debito pubblico, l’Unione Europea, la sovranità della nazione Italia.

La narrazione dominante è quella del neoliberismo: la menzogna è il suo efficace metodo di comunicazione, come brillantemente argomentato da Paolo Maddalena, presidente emerito della Corte Costituzionale. Per questo, la posizione del summenzionato economista risulta piuttosto sgradita: egli porta in alto e con orgoglio il vessillo della propria eresia, non piega la testa di fronte alla macchina del fango, ed anzi rincara la dose ad ogni suo intervento pubblico (in televisione, sui suoi profili personali dei social network, sugli articoli che scrive).

Il suo obiettivo è dare loro battaglia con una sana informazione, con dati e statistiche, con la conoscenza e con il dialogo: accanto alle persone di ogni giorno, alla ricerca della verità. Perciò, in un’ottica filosofica e politica, in quanto la filosofia è amore per il sapere e la politica è concretizzazione della “polis”, della comunità e di tutto ciò che la contraddistingue.

Valerio Malvezzi, alessandrino, già Deputato del Parlamento italiano e membro della Commissione Finanze, è Professore a contratto di Comunicazione Finanziaria all’Università degli Studi di Pavia e co-fondatore di Win The Bank, consulente strategico per enti pubblici ed aziende private. I suoi studi, la sua esperienza ed i ruoli che ha ricoperto e ricopre, hanno fatto sì che maturasse in lui ciò che, antecedentemente, è stato denominato un convinto e fiero “pensiero eretico“.

Ebbene, in questa sede si cercherà di enuclearne i punti nodali, partendo da alcuni interventi pubblici del professore, sempre coesi ed educati, ma anche carichi di pathos: tipico di chi ha scoperto e compreso un’ingiustizia, e si impegna con tutto se stesso per affrontarla.

Il campo di gioco (o di battaglia) è quello della macroeconomia, l’avversario è il temibile dogma ideologico del neoliberismo, alfiere e difensore del pensiero unico in materia, e la causa è quella della verità. Del resto, come insegnava (ed ammoniva) George Orwell: “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è rivoluzionario“.

2. La narrazione dominante: il neoliberismo

Non è facile dare una definizione onnicomprensiva del neoliberismo, essendo quest’ultimo molto ampio nelle proprie sfere di influenza sul reale. Senza ombra di dubbio, l’economista statunitense Susan George è riuscita a condensarne i paradigmi fondamentali in poche e stringate, ma ficcanti, parole: “L’idea che il mercato debba essere autorizzato a prendere importanti decisioni politiche e sociali; l’idea che lo Stato debba ridurre volontariamente il proprio ruolo nell’economia, o che le imprese debbano avere una totale libertà; l’idea che i sindacati debbano essere tenuti a bada e che ai cittadini debba essere concessa una minore, e non una maggiore, protezione sociale“.

Insomma, idee niente affatto in linea con lo “zeitgeist” del Dopoguerra, completamente aberranti rispetto agli eccezionali risultati ottenuti grazie alle politiche keynesiane perseguite fino agli anni Ottanta. In quel frangente storico, esse furono sostituite, su primigenia spinta di Thatcher e Reagan, da quelle della Scuola di Chicago, ispirata a quella austriaca di Von Hayek.

Anche l’Italia, sulle ali del serpente monetario europeo, dello SME e della percepita necessità di integrazione continentale (e globale), iniziò a perseguirle. Tuttavia, tali teorie, od ideologie, economiche erano già state respinte, per le loro assurdità a-morali, dai Padri Costituenti della Repubblica. Infatti, essi avevano individuato nelle politiche liberiste spinte all’estremo le vere cause delle due Guerre Mondiali: i densi ed intensi verbali della Costituente lo testimoniano.

Il neoliberismo fu attuato, e maturò, soprattutto dopo i due shock petroliferi degli anni Settanta e le rispettive crisi (come ce ne sono state tante altre nella storia) dei Paesi coinvolti. Esso richiede sacrifici e povertà con false promesse e disastrosi risultati e si perpetua attraverso una capillare penetrazione culturale, che distorce finanche la percezione della realtà, pervertendo le menti. Esso dispensa rimproveri, spaccia le sue menzogne per verità inossidabili e disprezza la popolazione, de-umanizzata in un ammasso di monadi e meri consumatori, reificati a strumento di profitto.

L’uomo viene schiavizzato per il numero, perde valore ed acquista un prezzo: al posto delle “sofferenze delle persone”, ci si preoccupa dell'”assillo dei riequilibri contabili” (per usare le parole del maestro Federico Caffè). Lo Stato politico viene ritenuto spregevole ostacolo alla teologia del Dio Mercato, con la colpa di poter garantire ai propri cittadini una vita degna di essere vissuta. Una distopia criminale, insomma: i danni ai popoli, le tensioni sociali, la forbice della ricchezza, sono soltanto alcuni dei suoi emblemi.

Ma esso è stata creato dall’uomo, e dall’uomo può essere distrutto, o sorpassato: un mondo diverso è possibile, ed anzi è desiderabile. Jason Hickel, docente alla London School of Economics, sostiene che “…dobbiamo rivendicare l’idea di libertà. […] Invece di accettare che la libertà significhi scardinare l’economia dai vincoli della società democratica, dobbiamo affermare che la vera libertà comporta il controllo dell’economia per aiutarci a realizzare obiettivi sociali specifici, democraticamente raggiunti e ratificati collettivamente. Questo è, senza ombra di dubbio, il retroterra culturale anche di Valerio Malvezzi, le cui tesi anatomizzano questa realtà e propongono soluzioni squisitamente morali.

2.1. Il paganesimo economico

Come specificato nell’introduzione, l’economista di cui si sta disquisendo è un eretico, che conferisce dignità alla sua tesi e quindi all’uomo ed alla pluralità di opinione che ne contraddistingue la società. O, meglio, che ne dovrebbe contraddistinguere la società: infatti, l’avversione al neoliberismo nasce non soltanto dall’illogicità delle sue ricette, ma anche dall’occupazione unilaterale che queste hanno compiuto di tutti i principali canali di informazione nei confronti della popolazione.

Per decenni, è stata ammessa un’unica narrazione dominante, una sola teoria, che ha schiacciato le altre: non per superiorità di efficacia e concretezza, ma perché i gangli fondamentali della comunicazione e dell’economia sono stati prima intercettati e poi conquistati, assaltati. Nondimeno, hanno fatto carriera soltanto coloro che hanno spacciato tale teoria come la migliore possibile, come la più desiderabile, come irreversibile (lo stesso aggettivo usato da Mario Draghi, presidente della BCE, riguardo all’Euro: una curiosa coincidenza): megafoni acefali di un modello economico che ha avuto effetti nefasti, ed il cui abisso non hanno il coraggio – o la volontà – di guardare (essendo, nietzscheanamente, non oltre-uomini, bensì ultimi uomini).

Difatti, Malvezzi denuncia questi decenni come un periodo di oscurantismo, dove è prevalso – nella teoria e nella pratica – quello che lui chiama il “paganesimo economico”. Una nuova religione politeista e contingente, che ha deliberatamente e scientemente, secondo precisa pianificazione, cambiato il sistema economico mondiale: essa ha posto il Dio Mercato e la Dea Speculazione come intoccabili enti supremi, teleologicamente indiscutibili.

Questi numi della discordia hanno un loro altare, quello dell’austerità, e le loro vittime sacrificali, ovverosia cittadini ed imprenditori ridotti criminalmente alla povertà per il benestare dei già forti, i vincitori della globalizzazione in questo gioco a somma zero, dove la politica pare aver perduto le proprie armi e le proprie forze ed energie (od il volerle utilizzare). I doni delle divinità agli uomini sono giganteschi, ma per pochi, elitari, poiché la maggioranza neppure sa dell’esistenza degli oracoli cui chiedere soccorso: ed anche se lo sapesse e lo facesse, ne otterrebbe un secco diniego.

Il neoliberismo si serve, inoltre, di parole truccate, di artifici retorici, di orpelli magniloquenti, per persuadere milioni di persone che la realtà non sia quella che esse stesse stanno vivendo, ma quella edulcorata che viene loro propinata: cioè, una menzogna. Ad esempio, nel Vecchio Continente a molti Paesi dell’Unione Europea è stata sottratta la sovranità monetaria attraverso un accordo di cambi fissi (rispettante il “political trilemma” di Obstfeld-Taylor) ed una moneta senza Stato, con lo sfacciato raggiro dell’indipendenza finanziaria e dell’indipendenza dalla politica.

Trattasi della stessa sovranità per la quale, tra gli altri, l’attivista panafricano ed identitario Kemi Seba sta combattendo in Africa, al fine di emancipare il continente dal colonialismo francese post-coloniale, esercitato per il tramite del franco CFA. Questa operazione di sottrazione ha sublimato la possibilità dei cittadini di mandare a casa le persone sgradite che non agissero nel loro interesse: l’assolutismo dei potenti è pericoloso, perché non nasce da un processo democratico.

Un’altra impostura è la libera circolazione dei capitali, delle merci e degli uomini: essa ha distorto il concetto di libertà, tramutandolo in azzeramento dei diritti dei lavoratori, attraverso una malsana competizione che rimpingua il Capitale, ingrossa chi ci può investire ed impoverisce chi, con il proprio lavoro, lo rende produttivo.

Così, i lavoratori sono stati precarizzati, costretti a vivere nell’incertezza e costretti alla produttività a tutti i costi, che sembra una cosa buona ma che nasconde ed occulta dietro di sé la deflazione salariale. Quest’ultima abbassa stipendi e compensi in nome dei profitti, sfregia vite in nome dei guadagni, riconduce senza esitazione ad una sorta di servitù della gleba, ma in versione glamour, perché globalizzata e condotta sempre in viaggio e senza radicamento.

I neoliberisti trattano le persone come fossero meri numeri e statistiche, sfruttando l’asimmetria di conoscenza con il resto della popolazione per perseguire i propri interessi, attraverso anglismi e parole altisonanti che camuffano terribili politiche economiche.

Persuadono l’opinione pubblica della bontà di operazioni che, buone, non lo sono per niente. Una chiara dimostrazione è, tra le altre, la “spending review“, mero modo di dire che si stanno tagliando i servizi per far quadrare i bilanci: ovverosia, si sta togliendo allo Stato (cioè, alla rappresentanza politica dei cittadini) la facoltà di intervenire nella “res publica” a loro difesa. Lo scopo di un Paese, giustappunto, non è il pareggio di bilancio, ma la piena occupazione, e la Costituzione italiana lo sancisce chiaramente: non bisogna dare fiducia ai mercati, ma al popolo, democraticamente.

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In tutto ciò, Malvezzi tiene a sfatare un mito ultradecennale: oggi non esiste nessuna crisi, ma è in atto un cambiamento deliberato e pianificato del sistema economico, con l’obiettivo di trasferire la ricchezza dai poveri ai ricchi. Del mantra internazionale neoliberista, il Nostro intende denunciare le nefandezze e le assurdità: intende incriminarne il paganesimo economico, che da tempo viene propagandato a reti unificate.

3. Un cambiamento deliberato e pianificato del sistema economico

La tesi di Valerio Malvezzi sulla crisi partita nel 2007-2008 negli Stati Uniti con i mutui “subprime” è che non si tratti affatto di una crisi, bensì della parte ultima di una metamorfosi, progettata a tavolino e con dovizia di particolari, del sistema economico mondiale.

Le manovre di attuazione di questo piano risalgono agli anni Settanta e sono state compiute da governi progressivamente più compiacenti, che hanno chinato il capo, e così rinunciato al valore della “polis” e della rappresentatività democratica. A tutto detrimento della popolazione ed a tutto vantaggio dei potentati economici, i quali hanno avuto in tal modo gioco facile a finanziarizzare sempre di più l’economia stessa.

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I grandi iniziatori di questo processo – l’abbandono del keynesismo per un neoliberismo a piè sospinto – furono Margaret Thatcher nel Regno Unito (una curiosità: ella fu molto critica nei confronti della moneta unica europea) e Ronald Reagan negli Stati Uniti. La finanza superò in tal modo la produzione, i salari iniziarono a stagnare, contemporaneamente all’iperbolica salita della produttività, e l’ulteriore apertura internazionale dei mercati de-responsabilizzò gli Stati. Anzi, cercò progressivamente di escluderli dagli scambi mondiali ed impedì loro di intervenire a favore di settori economici che prima erano di loro competenza.

La conseguenza più deleteria di questa maxi-operazione fu l’ampliamento della forbice sociale della ricchezza, la quale fu trasferita dai poveri ai ricchi. I primi aumentarono vertiginosamente di numero (in Italia, ad esempio, sono triplicati), pur nel fenomeno del calo demografico, dovuto a sua volta all’impossibilità da parte dei giovani di vivere da soli (a causa dell’instabilità lavorativa) ed all’impossibilità da parte delle donne di fare figli (poiché non si potevano più permettere una tale scelta); i secondi si fecero ricchissimi, sempre più oligopolistici.

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In questo desolante panorama, la classe media ha iniziato progressivamente a scomparire, ed il processo è ancora tragicamente in atto.

3.1. L’inversione dell’ordine naturale delle cose

Il quadro testé descritto è alquanto desolante, oltre che immorale, e Malvezzi rileva, con grande lucidità argomentativa, il suo inizio nel completo ribaltamento della gerarchia dei valori. Difatti, un tempo, la finanza stava al di sotto dell’economia (era “funzionale“, per utilizzare le idee di Abba Lerner), la quale era dominata dalla politica, che a sua volta sottostava alla filosofia morale. Id est: le scienze create dall’uomo dovevano servire l’uomo stesso ed il suo benessere, nei contesti storici ove esso era inserito. Oggi, invece, questa piramide è stata capovolta.

Nei secoli antecedenti, il millenario conflitto nell’economia, da Aristotele ad Adam Smith, si situava fra coloro che ritenevano che l’obiettivo di tale scienza fosse ridistribuire la ricchezza e coloro che invece pensavano che essa dovesse far star bene la gente. In questo dibattito, comunque, la sovranità della politica (e della filosofia morale) non era mai stata messa in discussione. Invece, il paganesimo economico dell’ultimo trentennio ha conferito questa sovranità e questi diritti ai mercati, per i quali sono state sacrificate migliaia, milioni di persone: “Suicidi di Stato” è l’evocativa e potente espressione che il Nostro utilizza in merito alla situazione italiana.

Ma il bene delle persone non può essere perseguito con il “Fiscal Compact” o con le operazioni dei mercati finanziari: già Keynes sosteneva che i mercati fossero mossi dalla liquidità, mossa a sua volta dalla speculazione. Infatti, le aspettative degli imprenditori e dei lavoratori sono a medio e lungo termine, mentre quelle dei mercati sono a breve termine, il che crea un’incompatibilità di fondo fra le parti.

È sempre esistito un conflitto fra Capitale e Lavoro, come già prolissamente argomentava Karl Marx: la libera circolazione dei capitali favorisce, ovviamente, il primo a discapito del secondo, con l’aggravante della colossale menzogna per cui questa libertà (un concetto di per sé positivo) sia giovevole per tutti. La globalizzazione, la libera esportazione, le delocalizzazioni e la deregolamentazione sono il massimo simbolo di questo inganno universale, nel quale la filosofia morale e la politica si ritrovano costrette ad obbedire all’economia, a sua volta governata dalla finanza.

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Un inganno perpetrato attraverso la teoria del sacrifico, del diminuire gli sprechi, un indottrinamento di cui i cittadini sono ostaggi: le misure di austerità “lacrime e sangue” intraprese dal governo di Mario Monti fra 2011 e 2012, con tutti i danni che hanno arrecato al tessuto sociale ed economico del Bel Paese, ben la rappresentano.

La globalizzazione è divenuta “glebalizzazione“, i diritti sociali sono stati sostituiti dall’esasperazione di quelli civili, la libertà è stata assunta solo dal più forte per schiacciare il più debole: è, in certo qual modo, la legge della giungla, che non contempla solidarietà, bensì un’atomizzazione della comunità. Le privatizzazioni selvagge per migliorare qualità e tariffe dei servizi hanno invece condotto ad aumenti dei prezzi e ad un rinnovamento solo parziale dei servizi stessi.

Banalmente, un privato imprenditore cerca il guadagno, e l’investimento che compie deve dargli un profitto; uno Stato sovrano in regime di moneta FIAT, invece, potrebbe fattualmente non avere limiti di spesa: le privatizzazioni, in questo senso, hanno tolto di fatto allo Stato degli asset strategici da cui ottenere entrate (non a caso, nel Regno Unito stanno compiendo una lenta operazione di ri-nazionalizzazione delle ferrovie).

3.2. L’occupazione del sistema

Come è stato possibile che questo rovesciamento sia avvenuto sotto gli occhi di tutti, con un’evidente lacerazione delle sicurezze degli individui ed un’impennata clamorosa delle difficoltà sociali? Come già ripetuto più volte, i cultori del neoliberismo sono riusciti ad occupare i gangli fondamentali sia della politica economica sia dell’informazione: basti pensare alla controversa “legge bavaglio” al web (non controllabile al pari di televisioni e giornali) che il Parlamento Europeo ha recentemente approvato. Hanno così proseguito quasi indisturbati la loro opera nel mondo occidentale (e non solo).

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Malvezzi, a proposito, individua tre fasi differenti e successive – in Italia, ma non solo – con le quali sono state applicate le manovre di cui sopra:

1) dapprima, si è distrutto l’apparato pubblico – quello che i cittadini possono disciplinare attraverso le scelte dei loro rappresentanti politici, democraticamente deputati a farne le veci nelle sedi dovute – attraverso privatizzazioni;

2) in seguito, è stato smantellato l’apparato industriale italiano con la svendita dei suoi patrimoni ad investitori esteri, che hanno avuto gioco facile in un sistema a cambi fissi;

3) infine, si sta cercando di occupare anche il sistema bancario, attraverso acquisizioni, aggregazioni ed agglomerazioni di stampo oligopolistico, per una capillare dominazione che vada dalla pompa centrale sino ai condotti periferici (anche qui, con l’ausilio di mendaci parole magiche quali patrimonializzazione e tutela del sistema).

Link per la parte 2 di 3

(di Lorenzo Franzoni)

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