Confindustria senza vergogna, liberista coi soldi degli altri

Confindustria senza vergogna, liberista coi soldi degli altri

Buongiorno, mi chiamo Piccolo di nome, Medio di secondo nome e Imprenditore di cognome. Son veneto, vicentino per l’esattezza, indegno figlio di un padre da trincea, che l’azienda l’ha tirata su da solo sul serio, il che vuol dire senza aiuti pubblici di sorta (se non molto dopo, quando c’era la Liretta, con quella certa quale competività valutaria rispetto ai nostri più diretti e feroci concorrenti, i Tedeschi).

Sono iscritto a Confindustria perché così fan molti (benché sempre di meno) e perchè ci sta sentirsi parte di qualcosa, vedere e farsi vedere alle assemblee, e informarsi su come fanno a sfangarsela, i colleghi. E poi, insomma, c’é sempre l’aupiscio o speranza che facendo massa, si possa anche contare come lobby.

Anche se so perfettamente che fra noi é come in politica: c’é la gara alle poltrone e alla visibilità, basta vedere le primedonne industriali, i forbiti presidenti che parlano e straparlano in tv e sui giornali.

A me, sia chiaro, lo Stato sta francamente sulle balle. Tasse voraci, tonnellate di scartoffie, tempi da lumaca in coma: per il mio lavoro, per la mia ditta, che é l’unica cosa che conta per me dopo (ma non tanto dopo) la famiglia, lo Stato é un nemico. Ben che vada, un ostacolo.

Istintivamente contro lo Stato

Per questo sono d’istinto anti-statalista e, anche se non ho mai letto von Hayek (che era a favore di un reddito universale di cittadinanza: sarà mica stato un grillino ante-litteram?), non posso non dirmi liberista, o neo-liberista che dir vogliate. Il mercato è la mia stessa vita: sul mercato finisce quel che produco, dal mercato ricevo il profitto che rende possibile far andare l’impresa. E possibilmente farla crescere.

Ho letto quel che ha scritto su Il Foglio il numero uno di Confindustria Vicenza, Luciano Vescovi: sostiene che “L’’imprenditore veneto, nella stragrande maggioranza dei casi, lavora in azienda con la passione di chi ha un ideale: la molla che fa scattare questa passione non è la sete di denaro, è la stessa che scatena la passione amorosa. Un fuoco straordinario alimentato da pulsioni profonde, dalla ricerca di soddisfare bisogni radicali e intimi, prima ancora che da bisogni materiali“. Retorica da padroncino del secolo scorso.

L’ideale é far profitto e ancora profitto. Certo, per l’agiatezza dei miei cari, per dare il premio di produttività ai miei dipendenti (che io chiamo collaboratori, per velare la gerarchia), per creare magari un prodotto nuovo e migliore. Per il mio ego obiettivamente ipertrofico.

Ma voglio essere onesto: l’ideale é il capitale che produce altro capitale. Si chiama capitalismo. L’amore é un’altra cosa, Vescovi, perché l’amore é sempre gratuito, altrimenti non é. Poi, soprattutto nel suo caso, si tratterebbe di amore non del prossimo, ma di sè stessi. Che a casa mia si chiama, banalmente, egoismo (di classe).

Ma torniamo alle cose serie. Il mercato dev’essere più libero possibile. Anche perché la mia merce finisce all’estero, e le esportazioni (anzi export, perchè ormai l’italiano è stato sostituito dalle sigle e dall’inglesorum) meno barriere hanno, meglio é.

Insomma, come diceva il Berlusca che era uno di noi (a parte la mega-giga-iper-sussistenza di Stato che ebbe dai governi degli anni ’80, specie da Craxi che era socialista di nome ma liberale di fatto): meno Stato, più mercato. Alla fin fine chiedo solo di poter fare quel che so e voglio fare meglio, affari, con meno impedimenti di sorta.

Le battaglie dal fiato corto

Mi sovviene un dubbio, però. Se noi dell’industria vera, media e piccola, non assistita tipo la ex Fiat, se siamo per natura sostenitori della supremazia del privato sul pubblico, perché la mia associazione sta ingaggiando una specie di “Madre di tutte le battaglie” su un treno? Sì, lo sapete dai, la Tav, o meglio il Tav, il Treno ad Alta Velocità (che poi sarebbe capacità, perché mi hanno spiegato che ci andrebbero le merci, non le persone come viene già adesso sulla linea Milano-Roma, ad esempio).

Anche a me al primo impatto é venuto da pensare che più si costruisce e si realizza, e più si dà una mano alla nostra Italia in declino industriale (-2,7% a novembre 2018 rispetto all’anno precedente, ma secondo me la colpa non può essere di questo governo: si era insediato appena cinque mesi prima!). Però ho fatto due conti e ho ragionato, e questa storia del Tav a tutti i costi non mi torna più.

Da uomo d’azienda sono abituato a valutare in base ai numeri, su cui poi eventualmente mi prendo un rischio (e se no, che impresa sarebbe, la mia?). Ora, leggo di analisi costi-benefici secondo cui, facendo il conto della serva, il costo supererebbe i benefici. Così almeno secondo il governo.

Secondo la mia associazione, invece, le cifre direbbero l’opposto. La matematica non dovrebbe essere un’opinione, giusto? Invece lo é sempre, perché se c’è una cosa che ho capito della politica, é questa: in politica non esistono verità scientifiche e valide per tutti, ma sempre e solo punti di vista di parte, legittimi ma parziali, e vince quello che ha acquisisce più potere per imporsi. Punto e fine.

Come imprenditore privato, mi accollerei anche il rischio. Ma i soldi in questione non sono miei: sono dello Stato. Cioè di tutti. Anche, non solo, miei. E’ questo che non mi quadra: come mai noi industriali siamo – giustamente – così rigorosi coi privati, e non lo siamo più quando i conti sono pubblici? Perché, da tendenziali liberisti che siamo contro i “lacci e lacciuoli” (Guido Carli) dello Stato-gabbia, quando ci conviene diventiamo keynesiani alle vongole, invocando lo Stato-mamma che con miliardate iniettate dall’alto ci fa arrivare una fonte di guadagno che con il mercato c’entra poco e nulla?

Liberisti, ma coi soldi degli altri: troppo facile (come é troppo facile dimenticare le responsabilità di Confindustria e delle altre categorie nell’aver dato sempre filo, credito e appoggi ai “tecnici” o pseudo-tali, da Amato a Ciampi a Prodi a Monti, devastatori di questo nostro sventurato Paese).

(di Alessio Mannino)

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