Tributo a Keith Flint, icona della musica elettronica

Tributo a Keith Flint, icona della musica elettronica

Due giorni fa, a soli 49 anni, ci ha lasciato una delle più grandi icone della musica contemporanea: il frontman dei Prodigy Keith Flint. È difficile scrivere ora, ma ci pare doveroso rendere omaggio a lui e agli altri componenti dei Prodigy (Maxim Reality e Liam Howlett), che, insieme, hanno dato vita ad uno dei più grandi gruppi che hanno calcato le scene dell’elettronica.

Emersi nei primi anni ’90 con l’album “Experience” e alcuni singoli di successo (tra cui “Charly”, “Everybody in the place”, “Out of space”), i Prodigy iniziarono a dominare le scene della cultura rave del periodo. Ritmi indemoniati, orizzonti lisergici, tastiere indiavolate, stile influenzato dal drum and bass e dal jungle. Tutto questo e molto altro si può trovare nel loro primo (e unico) album del periodo dei “rave party”, che contribuì a sdoganare quella che era una sottocultura underground presso il grande pubblico.

Eppure, a partire dal biennio 1993-94, questa ondata (complici anche svariate leggi restrittive promulgate nel Regno Unito) cominciò ad affievolirsi. Quei “repetitive beats”, come il Criminal Justice and Public Order Act del 1994 li definì, iniziarono a mutare di tono, seguendo un cambio tra le sottoculture giovanili. Con la crisi dell’identità rave, si aprì una nuova era della musica elettronica: e i Prodigy ne furono i demiurghi.

Nel 1994 (pochi giorni fa il 25esimo anniversario), il gruppo rilasciò il suo secondo album: “Music for the jilted generation”. Una rivoluzione copernicana. Ritmi cupi e densi, chitarre, stile aggressivo e sprizzante testosterone, testi duri che affrontavano di petto tematiche sociali anche scomodo, musiche oscure appartenenti fino ad allora alla “nicchia” che diventavano a tutti gli effetti “pop”. Qui nacquero i Prodigy come noi li conosciamo. E nacque uno stile che anni dopo verrà definitivo “big beat”, ed associato anche ad altri grandi gruppi come i Chemical Brothers, i Crystal Method, i Leftfield, Fatboy Slim, per citare i più noti.

Tributo a Keith Flint, icona della musica elettronica

In questo secondo album i Prodigy non abbandonarono certi stili ereditati dal rave. In particolare, la controcultura anti-autorità (vedasi il singolo “Their Law”), ma furono molte le direzioni che il gruppo inglese decise di battere. Da ascoltare (e riascoltare) tutt’ora capolavori cupi e claustrofobici come “No Good” e “Poison”, che tranquillamente sovrastano gran parte dell’elettronica odierna.

Se i Prodigy dominarono, a metà anni ’90, le classifiche inglesi ed europee, il salto oltreoceano avvenne pochi anni dopo: precisamente nel 1997. In quell’anno uscì il loro album più famoso a livello mondiale, “Fat of the land”. Keith Flint abbandonò il suo fare “bonario” e i capelli lunghi per abbracciare un look semi-punk (la caratteristica doppia cresta multicolore, borchie, occhi neri, tatuaggi ovunque) e diventare la voce del gruppo. I membri del gruppo si diedero una nuova fisionomia, anche estetica.

Tributo a Keith Flint, icona della musica elettronica

A livello musicale, “Fat of the Land” dominò le classifiche mondiali. Arrivò primo in Germania, Regno Unito, Stati Uniti e in tutta Europa, ottenne un’infinità di dischi d’oro e di platino. Si stima che nel 2019 abbia venduto oltre 10 milioni di copie. Da questo album provengono capolavori senza tempo come “Firestarter”, “Breathe” e “Smack my bitch up”. Uno stile incendiario, violento, fieramente “ripetitivo”, innervava quel sound che rappresentò l’apice della loro carriera e un punto di non ritorno per la musica contemporanea.

Un capolavoro che, come tutti i grandi successi, non mancò di far discutere per i suoi contenuti “politicamente scorretti”. Dai testi ammiccanti alla piromania di “Firestarter”, alle rime “misogine” e “sessiste” di “Smack my bitch up” (il sample che viene ripetuto durante la canzone è il famoso “Change my pitch up / smack my bitch up”), fino alle veementi proteste per il video della stessa canzone. Considerato da alcuni il video musicale più controverso mai fatto, in esso i Prodigy impressero tutto la violenza visiva e anti-sistema delle loro liriche: scene di uso di droghe, sesso, vomito, pestaggi, molestie sessuali, furto, vandalismo, e chi più ne ha più ne metta. Qualcosa di così estremo che tutt’oggi è ancora censurato sui grandi network televisivi e musicali.

Dal 2004 in poi, dopo una lunga pausa dovuta all’abbandono di uno dei componenti storici (Leeroy Thornhill), il gruppo diede alla luce altri 4 album, con fortune alterne: recensioni miste ma sempre grandi successi musicali. Lo stile rimase molto fedele a quello di “Fat of the land”, ma sempre in direzioni innovative e mai banali.

Il primo lavoro del nuovo corso fu “Always outnumbered, never outgunned”, che ottenne un successo limitato, ma non mancò di produrre polemiche: dalla violenza di alcuni testi, al video di “Hot ride”, con scene di vandalismo da parte di un gruppo di bambini.

Pochi anni dopo, uscì quello che forse resta il loro miglior album nel nuovo corso: “Invaders must die”. Già dal titolo si percepisce lo stile veementemente provocatorio, che tuttavia conobbe un relativo “re-styling”. Alla violenza dei beat si accompagnano tracce dalle tonalità diverse, più sfumate, ritmi meno prevedibili e testi ancor più curiosi. Da questo album provengono altre canzoni tutt’oggi “cult” come “Omen” e “Warrior’s Dance”.

Infine, gli ultimi lavori del gruppo sono datati 2015 e 2018. “The Day is my enemy” prima e “No Tourists” poi. Stile ormai consolidato e grande successo di pubblico, due gioielli da aggiungere ad una lunga e splendida carriera. E Flint, come sempre, mattatore assoluto con i suoi testi.

Una storia grandissima quella dei Prodigy, che ha lasciato strascichi indelebili in tutto il panorama musicale. E ora Keith, che così tante volte ci ha fatto ballare e ci ha dato la carica, ci lascia un vuoto che non potrà più essere colmato – se non riascoltando, per l’ennesima volta, i suoi capolavori. Grazie per tutte le splendide emozioni che ci hai lasciato, Keith!

(di Leonardo Olivetti)

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