Alla cerca del Graal: Otto Rahn

Alla cerca del Graal: Otto Rahn

“Parzifal disse: <<Se la cavalleria può procurare, con la lancia e con lo scudo, la fama in vita e il Paradiso all’anima, essere cavaliere è sempre stato il mio desiderio>>”. W.V. Eschenbach, Parzifal.

Soll, villaggio rurale del Tirolo austriaco, inizi di primavera, 1939. Due ragazzini, ai piedi di una foresta, trovano quel che rimane di un corpo avvolto in un mantello, gli insulti del tempo e la caducità della carne hanno tolto ogni possibile fisionomia umana, accanto ai resti due bottiglie, sonniferi e alcool, la polizia identificherà quei resti con un nome e un cognome: Otto Rahn.

Alla cerca del Graal: Otto Rahn
Otto Rahn

Rahn fu un “cercatore”, un moderno cavaliere medievale, una sorta di nuovo trovatore a metà strada tra poesia, sogno, visione e studio sul campo. Anche un idealista dicono alcuni, oltre che avventuriero e letterato nonché ufficiale delle SS. L’aura di leggenda e di storia che circondano questo oscuro e tormentato personaggio, sono da sempre fonte di ispirazione e studio ad ogni latitudine, si dice che lo stesso Indiana Jones fosse ispirato anche a questo pallido e, a suo modo eroico, scrittore tedesco.

Rahn nasce nell’Assia (Germania centrale) nel 1904, fin da giovane sviluppa una passione fuori dal comune per l’arte trobadorica, uno dei nomi che arriva al cuore infuocato del giovane è quello di Guiot de Provins, troviero settentrionale e non provenzale, ma simbolo raggiante di quell’arte che affascinerà ed ispirerà lo stesso Dante. Il fatto che alcuni temerari filologi accostino Guiot con il Kyot provenzale citato (probabilmente come espediente letterario) da Wolfram von Eschenbach nel suo Parzifal, attira Rahn nell’orbita dell’epopea occitana, che ha come uno dei massimi punti di tensione la tragica vicenda dei Catari e del loro sterminio presso la fortezza di Montsegùr, piccolo villaggio della Linguadoca.

Alla cerca del Graal: Otto Rahn
I resti della rocca di Montségur

Rahn, da buon tedesco e da scrittore devoto all’epica medievale germanica, oltre che francese, non poteva non essere febbrilmente attratto dal Parzifal, opera già glorificata dall’arte immortale di Richard Wagner. Von Eschenbach fu senz’altro un faro per molti studiosi della sua generazione e non solo, ancora oggi si ricorre al suo poema epico per tentare di decodificare (romanticamente) l’ideale mappa che condurrebbe al Santo Graal. Il passo che conduce quindi a seguire questa via tortuosa è inevitabilmente breve, il Montsalvat del poema diviene il Montsegùr dei Catari, l’ultima dimora del Sacro Calice sarebbe dunque la fortezza che vide l’ascesi e la caduta dell’eresia dei Puri, tesi già nota allo stesso Rahn tramite le teorie del francese Antonin Gadal.

Memore di questi studi si reca in Linguadoca, dove conduce numerose ricerche presso la zona pirenaica adiacente al sito di Montsegùr e in numerose caverne, dove ritrova e documenta molti interessanti graffiti Catari, tra i quali figurerebbero anche coppe o calici dall’inequivocabile valore simbolico. Tornato in Germania scrive il suo libro più poetico e importante: “Crociata contro il Graal” (1933), nel quale espone il suo pensiero, illustra le suggestive esperienze relative alle sue spedizioni e tratteggia, attraverso la rievocazione del dramma dei Catari, la sua personale visione del Graal. Il 1933 è anche l’anno del Nazionalsocialismo e la sopracitata opera prima del nostro non tarda ad arrivare e a influenzare un certo Heinrich Himmler. Sempre attento alla sfera mistico-magica e soprattutto simbolico-rituale; Himmler, dopo aver inserito Rahn nel circuito legato alla società di ricerca Ahnenerbe, promette di sovvenzionare un altro libro dello studioso e, tre anni dopo, lo recluta nell’Ordine Nero a tutti gli effetti.

Da questo punto in poi iniziano il declino dell’uomo e la risalita del mito, vicende personali e lotte intestine all’interno dell’Ordine escludono Rahn e, di fatto, lo isolano dagli interessi del Partito e dalle vicende delle SS. Sanzioni punitive lo portano anche a regimi di “riabilitazione” come ufficiale di sorveglianza e addestramento nei campi di Dachau e Buchenwald, esperienze che segnano la sua psiche. La sua omosessualità (poi confermata dal biografo Hans-Jürgen Lange tramite la sua corrispondenza) non aiuta la sua indole incline all’alcool e alla depressione. Malgrado la bufera il libro promesso a Himmler arriverà nel 1937: “Luzifers Hofgesind, eine Reise zu den guten Geistern Europas(La corte di Lucifero), vedrà la luce e come l’angelo caduto evocato nel titolo, sarà presagio di un’oscura caduta verso l’abisso cui molti dei cavalieri destinati all’eterna ricerca del Graal, cadono prima o dopo.

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Luzifers Hofgesind, eine Reise zu den guten Geistern Europas

Anche se il Lucifero evocato da Rahn è da leggere in chiave sapienziale e “luminosa”, alla maniera della dottrina catara, appunto, le vicende che seguono la pubblicazione di questo resoconto dei suoi viaggi attraverso “gli spiriti buoni dell’Europa”, sono tutt’altro che lucenti: paranoie, l’ombra dello spionaggio della Gestapo (pare a causa dei suoi rapporti di amicizia con scrittori francesi e svizzeri ostili al regime) e il crescente distacco di Himmler, precipitano Rahn in un vortice che lo spinge, di fatto, a quella decisione estrema messa in atto ai piedi di un’anonima foresta tirolese nell’inverno del ‘39.

Il fascino eterno della Queste del Saint Graal rimane intatto e attraversa i secoli con lo Spirito eternamente giovane del primo cavaliere, ha in se l’anima pura di Galaad, figlio di Lancillotto, la sana follia innocente di Parzifal e l’inconsapevole ingenuità di Bors, i tre leggendari eroi preposti dai poeti medievali a scoprire il segreto del Sacro Calice. Le vicende che hanno segnato il cammino dell’uomo e la sua nobile (e vanitosa) “ricerca” della vita eterna, hanno visto la sfera del tangibile unirsi a quella del sogno, della visione, della pura mistica, ovvero di quel personale ed intimo rapporto che talvolta l’essere umano può intessere col “Divino” senza intermediari.

In questo ciclo epico rientra a tutti gli effetti il nostro Otto Rahn, cavaliere cortese e impavido cercatore, solitario come gli antichi cavalieri, memore di una massima che appare nel suo primo libro, ovvero: “I miei antenati erano pagani, e i miei progenitori eretici”, Rahn sceglie di abbandonare il suo corpo alla maniera catara, il suicidio detto “Endura”, prevedeva infatti di lasciarsi morire, di rifiutare in toto quel corpo che per loro era solo una prigione dalla quale evadere.

Il brano che lui stesso riporta nel suo “Crociata contro il Graal” è emblematico e feroce, nella sua luminosa pacificazione del “tutto”: “La loro dottrina, alla maniera dei Druidi, accettava il suicidio, ma domandava che questo avvenisse non per porre termine ad una vita di disgusto o di paura, ma per un perfetto abbandono della materia. Questo tipo di Endura fu permessa quando ci si trovava in un momento di mistico abbandono e di divina bellezza… Era il primo veloce passo verso il suicidio. Per velocizzarlo si richiedeva coraggio, ma all’atto finale di una definitiva ascesi si richiedeva l’eroismo. La conseguenza non è poi così crudele come potrebbe apparire”.

Alla cerca del Graal: Otto Rahn

Qui finisce l’uomo, Otto Rahn, con le sue fragilità, i suoi dubbi, le sue passioni, rimane però l’antica vocazione templare a difendere, non senza mettere a repentaglio ogni cosa, la propria volontà di ascendere alla Luce della conoscenza, la ferrea volontà di uscire dalla tenebra del pensiero preconfezionato, del dogma indiscutibile, delle facili risposte che, oggi più che mai, ci vengono imposte come verità definitive. Rahn, come gli antichi cercatori, ci insegna che la vera ricerca è eterna, che trascende l’uomo e ci impone di armarci e di montare a cavallo, ieri come oggi, per inseguire le proprie visioni, per cercare quella strada mai tracciata che conduce “al di là dell’ostacolo”.

(Nicola Bianchi)

 

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