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“Utero in affitto” diventa “Gravidanza solidale”: la Neolingua colpisce ancora

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“Gravidanza solidale”. Perché “Maternità surrogata” non basta più e soprattutto non è convincente. La neolingua si evolve e il Parlamento le corre dietro.

L’utero in affitto diventa gravidanza solidale ed altruista da favorire e regolamentare, come scrive La Repubblica all’indomani del deposito della proposta di legge a firma Guia Termini – componente della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni, ex grillina oggi nel gruppo misto – congegnata in collaborazione (concorso sarebbe la parola più adatta) con l’associazione Luca Coscioni.

 

La “gravidanza solidale” contro gli “inopportuni divieti”

 

Una proposta di legge per superare gli “inopportuni divieti” – così dichiara la Termini a Bergamo News – della legge 40 del 2004 con la quale il legislatore, nel sanzionare penalmente l’abominevole pratica della commercializzazione di neonati avrebbe commesso, ad avviso della deputata, “uno dei più grandi errori”.

Secondo i promotori della legge, la gravidanza solidale servirebbe a ridurre rischi delle pratiche low cost – stranamente, Paesi come Armenia, Bielorussia, Georgia, Ucraina ed India sono tra quelli in cui la pratica è maggiormente diffusa – e ad assicurare l’autodeterminazione nelle scelte procreative dei singoli.

Ovviamente, come spesso accade, la proposta della  è ammantata di pathos e buone intenzioni come nella migliore tradizione progressista: non si tratta affatto di sdoganare una pratica egoistica che mira alla soddisfazione dei desideri di adulti danarosi a spese di bambini e donne sfruttate.

L’obiettivo dichiarato è consentire anche a donne che per ragioni di salute non possano affrontare una gravidanza, di procreare.

D’altronde, se qualcuno abbocca alla favoletta secondo cui lo scopo del DDL Zan sarebbe la tutela dei disabili, possiamo anche credere che l’utero in affitto serva ad aiutare donne con malformazioni o malate – è ricorrente il riferimento alla sindrome di Rokitansky – a diventare mamme.

Il fatto che la proposta miri a consentire l’accesso all’utero in affitto anche ai single è solo un dettaglio insignificante. Servirà anche ai maschi che non possono partorire perché la natura, infingarda, non li ha dotati di utero?

Da un lato, quindi, Fratelli d’Italia al fine di arginare il turismo procreativo propone di dichiarare l’utero in affitto – sì, proprio la “gravidanza solidale” – reato universale, dall’altro c’è chi medita di legalizzarlo e favorirlo a tutti i livelli.

D’altronde, per quanto si ostinino a negarlo, quello di consentire anche nel nostro Paese la compravendita di neonati è un sogno nel cassetto della sinistra italiana da molti anni: proposte come la stepchild adoption o lo stesso DDL Zan sono chiaramente finalizzate ad aprire varchi più o meno ampi all’ingresso di questa pratica nel nostro ordinamento.

Con buona pace dei diritti dei bambini, di cui sembra importare ben poco a chiunque e delle donne di cui, almeno sulla carta, importa a tutti.

A meno che i diritti della donna non collidano con il disegno progressista: in quel caso la donna può essere mortificata, mercificata, ridotta ad incubatrice in nome del bene superiore.

Come al solito, divieto di opporsi: anche nel mondo LBGT

Il dissenso, che sull’argomento “gravidanza solidale” è trasversale, non è contemplato. Coloro che nel mondo arcobalenato si sono schierati contro l’utero in affitto sono stati immediatamente messi all’indice: è il caso di Arcilesbica che sull’argomento ha assunto posizioni vicine a quelle di Giorgia Meloni tanto inaccettabili da richiederne l’espulsione da Arci e Ilga (International Lesbian and Gay Association – l’associazione internazionale che riunisce più di 400 gruppi omosessuali e lesbici di tutto il mondo) o di Domenico Dolce, che qualche anno fa, con le sue dichiarazioni, scatenò polemiche e reazioni violentissime che portarono anche al boicottaggio del marchio Dolce&Gabbana.

Nel 2015, lo stilista dichiarò a Panorama: “Non abbiamo inventato mica noi la famiglia. Ne è icona la Sacra Famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Utero in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Ma lei accetterebbe di essere figlia della chimica? Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni”.

Evidentemente, il buon senso non è più di moda. Neppure se griffato.

(di Dalila di Dio)

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