Notti Magiche

“Notti Magiche”, da canzone maledetta a talismano del trionfo europeo

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Notti Magiche, inseguendo un gol…”, così il ritornello della celebre canzone cantata dal duo Gianna Nannini – Edoardo Bennato in quel giugno 1990. Una canzone tanto celebre quanto maledetta o, se preferite, iettatrice. A prescindere dai gusti personali, chiaramente. E da una cronologia di eventi storici che quasi l’ha resa allegorica del declino del nostro Paese in molti ambiti, oltre a quello calcistico.

Notti Magiche e quel mondiale che poteva essere nostro

Notti Magiche, la conosciamo tutti così. Questo sebbene il titolo originale fosse Un’estate italiana, musica del popolarissimo Giorgio Moroder e testo, per l’appunto, di Nannini e Bennato.

Il brano era la canzone ufficiale dei XIV campionati mondiali di calcio. In molti, tra gli appassionati, sapranno certamente però che quei mondiali annoveravano quale favorita numero uno proprio la nazionale italiana, che aveva iniziato a sfornare una quantità di talenti probabilmente mai vista nella sua già ricca storia e, da formazione casalinga quasi predestinata a giungere alla finale, a competere per la sua quarta coppa del mondo.

Non fu così, come è storia conosciuta: un’Argentina modesta (ma che indovinò la partita) si frappose fra noi e il quarto alloro. E gli azzurri si dovettero accontentare di una onorevole – ma malinconica – medaglia di bronzo.

Insomma, il brano che doveva suggellare un trionfo si trasformò nel brano delle notti magiche altrui, quelle della Germania campione e appena riunificata politicamente.

Notti Magiche, il talismano di Euro 2020

Nella vita avvengono le cose più bizzarre. Tra queste, certamente non si può ignorare una melodia pubblicata oltre 30 anni fa per scopi completamente diversi come Notti Magiche che “fallisce” nei suoi “intenti spirituali” e che diviene, nei decenni a seguire, la metafora della sconfitta.

Una melodia dannata che come d’incanto si trasforma nell’inno ufficiale azzurro di Euro 2020 (insieme a, dietro le quinte, canzoni neomelodiche napoletane particolarmente popolari nello spogliatoio azzurro, ma questa è un’altra storia).

I ragazzi di Mancini l’hanno cantata praticamente dopo ogni partita. Incuranti della sua storia e di una scaramanzia che, se avesse preso il sopravvento, li avrebbe dovuti spingere a non nominarla nemmeno.

Ma forse proprio “scacciare la scaramanzia” in questo caso ha funzionato: gli azzurri diventano campioni d’Europa e quasi “raddrizzano” la storia con 31 anni di ritardo. Erroneamente si potrebbe pensare che l’avessero raddrizzata già con Germania 2006, dove i tedeschi vennero eliminati proprio dai nostri, che ci sarebbero laureati campioni del mondo qualche giorno dopo.

Ma l’insistenza di quel motivo è peculiare del torneo appena concluso: nel 2006 i ragazzi la cantarono a Berlino, a trionfo già avvenuto, mentre nell’attuale “Europeo itinterante” lo hanno fatto sempre, quasi a voler sfidare la sorte. Così, tre decenni dopo, Notti Magiche è ufficialmente la canzone che ha accompagnato Chiellini e compagni ad alzare, per la seconda volta nella storia, un trofeo europeo per l’Italia.

E dopo un “incidente di percorso” durato trent’anni, si appresta a venire ricordata così.

Un’Italia vincente e quelle Notti “spartiacque”

Quasi spontaneamente, l’evoluzione di Notti Magiche ci racconta in modo straordinariamente fedele la storia di un declino: quello del “Paese Italia”, e non solo dal punto di vista calcistico.

È sufficiente tracciare una panoramica di ciò che era il Belpaese nel giugno del 1990. Tra le prime potenze industriali del mondo, da qualche anno addirittura superiore alla Gran Bretagna e grosso modo al pari con la Francia, una Nazione che, nonostante la già debole costituzione e partecipazione popolare, negli anni Ottanta aveva recitato un ruolo più che interessante anche a livello geopolitico, oltre che economico.

Un Paese, insomma, forte. Nonostante gli italiani, già allora, si sentissero debolissimi e fortemente divisi. Ovviamente, questa forza si rifletteva anche nello sport nazionale, ovvero il calcio. La Serie A era definito il “campionato più bello del mondo”, ed era in assoluto il torneo più ambito da tutti i giocatori del pianeta.

Vincere uno scudetto in Italia non aveva così tanto meno valore che alzare al cielo una Coppa dei Campioni. E il 1990, probabilmente, fu l’apice.

Perché già alla metà degli anni Novanta, i nostri club non erano più dominanti in Europa come prima. Certamente competitivi, ma non in misura tale da generare quelle “finali tutte italiane” che avevano caratterizzato gli anni precedenti, o da arrivare costantemente nelle semifinali delle coppe.  E dal decennio successivo avrebbero definitivamente smesso di esserlo. Il Mondiale del 2006 fu un trionfo, ottenuto in gran parte con una generazione di talenti nata e crescita molto prima e già sul viale del tramonto.

Nel frattempo, al di fuori del calcio, il “Paese Italia” si deindustrializzava, distruggeva tutto il suo apparato pubblico, si sottometteva definitivamente alle regole di Maastricht perdendo anche quel poco di autonomia di cui aveva goduto fino a qualche decennio prima: quella economica.

L’Italia passò da essere quarta potenza industriale a ricadere verso la sesta, settima e, infine, nona posizione. Perse quel poco di influenza di cui godeva nel Mar Mediterraneo, a seguito della guerra in Libia del 2011. Un mix di decadentismo mortale, fino alla situazione drammatica in cui ci troviamo adesso.

Il Paese Italia è lontano dai fasti economici e perfino politici di un tempo. Fasti che, curiosamente, hanno iniziato a svanire proprio dopo quel mondiale, e quelle Notti Magiche altrui.

E quindi troviamo giusto giocare con la scaramanzia, perché quando non si ha nulla da perdere è giusto che sia così: chissà che questa “correzione” non possa trasformare non solo la canzone di Moroder in un talismano portafortuna per il calcio, ma non sia anche di buon auspicio per la vita di tutti noi.

(di Stelio Fergola)

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