Vercingetorige

Vercingetorige, il re dei Galli che sfidò Giulio Cesare

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Il nemico più pericoloso che Giulio Cesare dovette affrontare in Gallia fu sicuramente il re degli Arverni Vercingetorige. Secondo l’archeologo francese Venceslas Kruta, il nome che ci è stato tramandato non è altri che un nome “onorifico”. Esso starebbe infatti l’unione di diversi termini: ver sarebbe un superlativo, cingeto significherebbe “guerriero”, mentre rix ha la stessa origine di rex, ovvero re in latino. Il nome del grande nemico di Cesare significherebbe dunque “Il grandissimo re dei guerrieri”.

Noi conosciamo Vercingetorige attraverso la narrazione di Giulio Cesare ed altri autori classici fra cui Strabone e Floro. Una delle fonti più significative è  il De Bello Gallico di Cesare, l’opera che narra delle diverse campagne che l’hanno visto impegnato in Gallia, Germania e Britannia. Conoscere un grande eroe come Vercingetorige in parte attraverso le lenti del suo rivale è riduttivo, ma possiamo cercare di ricostruire al meglio la sua figura lavorando su ciò che le fonti materiali, archeologiche e documentarie ci hanno lasciato.

Cerchiamo dunque di fare chiarezza sulla figura di questo grande avversario di Roma, che verrà giustiziato a Roma il 26 settembre del 46 a.C.

Celti alleati di vercingetorige
Guerrieri Celti. Notare la diversità di armamenti da guerriero a guerriero.

La grande alleanza dei popoli Celti

Siamo nel 52 a.C., la Gallia è da anni il teatro di una guerra intermittente fra le legioni romane di Cesare e le diverse e divise tribù galliche. I Celti della Gallia, chiamati dai Romani comunemente Galli, sono diverse confederazioni di tribù, molto spesso in lotta fra loro. Non hanno saputo fare fronte comune contro i Romani; infatti alcune popolazioni, come gli Edui, si sono alleate addirittura con la Res Publica romana, altre invece continuavano a combattere.

Nel 52 la vittoria sembra ormai stretta fra le mani di Cesare, che ha già cacciato i Germani di Ariovisto e ha combattuto in Britannia contro i Celti che vivono là. Eppure la calma durerà poco. Vercingetorige infatti, come raccontano, era giovane – circa vent’anni e più- e desideroso di riscattare il suo popolo. La descrizione fatta da Cesare nel VII libro del De Bello Gallico è molto evocativa:

Similmente Vercingetorige, figlio di Celtillo, arverno, giovane influentissimo, il cui padre era stato l’uomo più autorevole della Gallia e, aspirando al regno, era stato giustiziato con pubblico decreto, convoca i suoi clienti e facilmente li imfiamma. Conosciuto il suo disegno, si corre alle armi.

Cesare, De Bello Gallico, VII

Al giovane si oppose subito lo Zio, del partito filoromano, che cacciò Vercingetorige e i suoi compari. Ma il nostro non si diede per vinto, mostrando grande tenacia e potenza:

Gobannizione, suo zio, si oppone, e con lui gli altri capi, che erano contrari ad un simile rischio. Cacciato da Gergovia, non desiste, e arruola nelle campagne gente miserabile e perduta. Forte di queste truppe, trae dalla sua quanti cittadini incontra; li esorta a prendere le armi per la comune libertà e, raccolte grandi forze, scaccia dal paese gli avverari che poco prima avevano scacciato lui. I suoi lo acclamano re.

Vercingetorige riesce quindi a rianimare lo Spirito dei Celti da anni sopito e sconfitto. Fa suonare i corni di guerra e infiamma l’anima delle diverse federazioni di popoli celtici.

Celti galli Vercingetorige

La battaglia di Alesia

Riaccesa la fiamma della guerra nel cuore dei nobili guerrieri gallici, Vercingetorige chiama a sé guerrieri per la difficile guerra da combattere contro Roma. I primi scontri con Cesare dimostrano la grande disparità di forze: i Galli saranno pure guerrieri orgogliosi e forti, ma non hanno coesione, non combattono come la legione romana, che marcia, combatte e vive come un sol’uomo. Così il giovane re dei Galli decide di cambiare tattica:

Vercingetorige, dopo tanti, continui rovesci, subiti a Vellaunoduno, Cenabo e Novioduno, convoca i suoi a concilio. Occorreva adottare, spiega, una strategia ben diversa rispetto al passato. Bisognava sforzarsi, con ogni mezzo, di impedire ai Romani la raccolta di foraggio e viveri. Era facile: avevano una cavalleria molto numerosa e la stagione giocava in loro favore.

I Romani non avevano la possibilità di trovare foraggio nei campi, dovevano dividersi e cercarlo casa per casa: tutte queste truppe, di giorno in giorno, le poteva annientare la cavalleria. Poi, per la salvezza comune, era necessario trascurare i beni privati; occorreva incendiare villaggi e case in ogni direzione, dove sembrava che i Romani si sarebbero recati in cerca di foraggio.

Le loro scorte, invece, erano sufficienti, perché sarebbero stati riforniti dal popolo nelle cui terre si fosse combattuto. I Romani o non avrebbero potuto far fronte alla mancanza di viveri o si sarebbero allontanati troppo dall’accampamento, esponendosi a grossi rischi. E non faceva alcuna differenza tra ucciderli o privarli delle salmerie, perché senza di esse non si poteva condurre una guerra.

XIV

La nuova strategia è subito un successo. Cesare viene messo alle strette sia dalla mancanza di rifornimenti, che dalle continue defezioni degli alleati. L’offensiva di Vercingetorige è infatti duplice; da una parte ha sollevato i Galli contro i Romani, riuscendo anche a portare dalla sua parte numerosi popoli che prima erano con i Romani, dall’altra attacca e combatte i popoli Celti traditori. Nemico entrambi della Repubblica e dei Celti alleati ad essa; il nuovo re degli Arverni è disposto a bruciare tutta la sua terra pur di vincere Cesare.

Vercingetorige: da Gergovia a Bibracte

Il trionfo più alto di Vercingetorige è la vittoria di Gergovia, ottenuta contro Cesare stesso. L’esito di questa battaglia, secondo il giudizio sia dagli autori antichi che di quelli moderni, è da incolparsi all’indisciplina di alcune legioni di Cesare che ruppero le righe e non ascoltarono gli ordini del proconsole.

Lo scontro che ha visto la vittoria dei Celti durante l’assedio di Vercingetorige ha infiammato ancora di più l’animo dei ribelli. Sarà infatti in seguito a questi eventi che il giovane re tocca l’apice del suo successo al concilio di Bibracte. Durante questo concilio la leadership di Vercingetorige verrà confermata da tutti i popoli gallici ormai alleatisi.

La cosa sfocia in una controversia, viene indetto un concilio di tutta la Gallia a Bibracte. Arrivano da ogni regione, in gran numero. La questione è messa ai voti. Tutti, nessuno escluso, approvano Vercingetorige come capo.

LXIII

Tutta la Gallia è ormai in fiamme, il giovane re degli Arverni è riuscito in un’impresa impossibile: riunire i Galli sotto un’unica autorità. Ora tutte le tribù divise, le diverse confederazioni e i differenti capi si sono uniti contro un nemico comune, Caio Giulio Cesare.

L’esercito Gallico è immenso:

Vercingetorige impone ostaggi agli altri popoli e ne fissa la data di consegna. Ordina che tutti i cavalieri, in numero di quindicimila, lì si radunino rapidamente. Quanto alla fanteria, diceva, si sarebbe accontentato delle truppe che aveva già prima.

Non avrebbe tentato la sorte o combattuto in campo aperto; aveva una grande cavalleria, era assai facile impedire ai Romani l’approvvigionamento di grano e foraggio; bastava che i Galli si rassegnassero a distruggere le proprie scorte e a incendiare le case: la perdita dei beni privati, lo vedevano anch’essi, significava autonomia e libertà perpetue.

Dopo aver così deciso, agli Edui e ai Segusiavi, che confinano con la provincia, impone l’invio di diecimila fanti. Vi aggiunge ottocento cavalieri. Ne affida il comando al fratello di Eporedorige e gli ordina di attaccare gli Allobrogi. Sul versante opposto, contro gli Elvi manda i Gabali e le tribù di confine degli Arverni, mentre invia i Ruteni e i Cadurci a devastare le terre dei Volci Arecomici.

Non di meno, con emissari clandestini e ambascerie sobilla gli Allobrogi, perché sperava che dall’ultima sollevazione i loro animi non si fossero ancora assopiti. Ai capi degli Allobrogi promette denaro, al popolo invece, il comando di tutta la provincia. 

LXIV

Dopo il successo più grande arriverà però la sconfitta. Dopo Gergovia Vercingetorige e i suoi sono imbaldanziti, cercano lo scontro in campo aperto contro Cesare, pensano di avere in pugno il generale romano. Ma si sbagliano. In una battaglia campale fra le cavallerie avversarie i Galli sono sconfitti e ricacciati. Vercingetorige allora capisce che deve continuare a fare terra bruciata.

La battaglia di Alesia e la resa di Vercingetorige

Sperano di replicare il successo di Gergovia, Vercingetorige e il suo vasto esercito si chiudono nella città fortificata di Alesia. Una decisione che segnerà la fine della rivolta. Cesare non aspettava che questo: lesto il proconsole va ad assediare la città. Non la vuole prendere con le armi, ma porta pazienza. Appena arrivate le legioni iniziano a costruire una lunga palizzata intervallata da torri e fortini; l’intento è quello di prendere i Galli con la fame.

Vercingetorige manda la sua cavalleria a chiamare i rinforzi, tutti i Celti devono unirsi contro Cesare. Mentre lui e i suoi tentano di rompere, senza successo, lo sfondamento; arriva un immenso esercito di Galli da tutti i popoli gallici. Le fonti parlano di numeri impressionanti: 240.000 Galli e 80.000 cavalieri.

Cesare Galli

Cesare è circondato, ma non demorde. Fa costuire una seconda linea fortificata a protezione della prima, l’assediante è ora assediato. I Celti provano in tutti i modi di rompere le posizioni cesariane. I due eserciti attaccano in contemporanea in posti diversi, o nello stesso, ma niente può piegare la tenacia di Cesare e dei suoi legionari. Dopo diversi giorni la resa dei rivoltosi è inevitabile. Decine di migliaia sono le perdite fra i Celti, mentre i Romani tengono salde le posizioni.

Cala il sipario sulle fortune di Vercigetorige che deve arrendersi all’evidenza. Le forze dentro la città sono allo stremo, non c’è più niente da mangiare, i civili sono già stati sacrificati dopo essere stati espulsi per decisione dei nobili Galli. Cesare ha vinto.


Il giorno seguente, Vercingetorige convoca l’assemblea e spiega che quella guerra l’aveva intrapresa non per proprio interesse, ma per la libertà comune. E giacché si doveva cedere alla sorte, si rimetteva ai Galli, pronto a qualsiasi loro decisione, sia che volessero ingraziarsi i Romani con la sua morte o che volessero consegnarlo vivo.

A tale proposito viene inviata una legazione a Cesare, che esige la resa delle armi e la consegna dei capi dei vari popoli. Pone il suo seggio sulle fortificazioni, dinnanzi all’accampamento: qui gli vengono condotti i comandanti galli, Vercingetorige si arrende, le armi vengono gettate ai suoi piedi.

LXXXIX

Cesare gallia
La resa di Vercingetorige ai piedi di Cesare e dei suoi che ricevono le armi del re gallico sconfitto.

Il mito di Vercingetorige

Ignorato fino al XIX secolo, Vercingetorige viene riscoperto dalla storiografia romantica e nazionalista dell’età moderna e contemporanea. Con l’astrazione logica tipica delle storie nazionali del diciannovesimo e ventesimo secolo, i Galli diventano i precursori dei moderni francesi e il giovane re dei rivoltosi diviene un leader del passato. Il primo ad unire le popolazioni galliche- alias francesi – contro il nemico invasore. Un’operaizone logica simile a quella che ha fatto rivivere lo spirito di Arminio nel II Reich tedesco.

Vercingetorige galli
La statua di Vercingetorige fatta ereggere nel 1866 da Napoleone III nel presunto luogo della battaglia di Alesia.

Riscoperto grandemente sotto Napoleone III, che gli dedica anche una statua, il mito di Vercingetorige diventa estremamente popolare in seguito alla guerra franco-prussiana.

Come scrive infatti Laviste nella sua Historie de France, 1884:

«La Gallia fu conquistata dai Romani, malgrado la valida difesa del Gallo Vercingetorige che è il primo eroe della nostra storia.»

Quest’uso politico della storia, con tutti i suoi limiti e le sue storture, finirà nella seconda metà del XX secolo. Solo nei nostri giorni è infatti riaffiorato il vero Vercingetorige, quel giovane ventenne ambizioso, temerario e guerriero che provò a riunire la Gallia sotto un unico re contro Cesare. Ad unire davvero i Galli furono però i Romani, che da quegli anni in poi avrebbero proiettato quelle terre nella nuova era dell’Impero Romano.

LEGGI ANCHE –>L’assedio di Alesia: il trionfo di Giulio Cesare sui Celti di Vercingetorige

(Fausto Andrea Marconi)

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