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La Grande Guerra e un’Italia che per 30 anni fu (quasi) ai vertici

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Vittoria, Grande Guerra, il comunicato di Armando Diaz. Temi lontani eppure così vicini. Perché la loro distanza dalla cultura di massa è una delle ragioni per cui la nostra povera Italia si trova nello stato odierno, alcune – ovviamente non tutte – le cause della mancanza di coscienza collettiva, che per quanto qualcuno possa considerare retaggio di una società passata, è un elemento imprescindibile di qualsiasi comunità voglia reagire ai drammi del presente che siano l’immigrazione o la cancerogena Unione Europea.

Nonostante tutto, l’Italia è stata una potenza di “serie A”

Qualche giorno fa ho seguito su youtube un discorso tenuto dal Professor Carlo Galli (non certo un uomo “di destra”) sul tema della “sovranità”. E sono rimasto colpito da una frase sintetica che ha espresso sulla nostra storia nazionale: “Noi siamo sempre stati ‘in serie A’. Zona retrocessione, ma sempre in serie A. Gli altri, in qualche modo, ci hanno sempre riconosciuto l’appartenenza alle grandi potenze”.

Chiaramente, appartenere alle grandi potenze non significa per forza essere ai livelli delle “massime” grandi potenze. Non significa essere per forza al livello della Gran Bretagna o degli USA. Significa essere appartenuti a una certa categoria di Stati i quali, in un modo o nell’altro, hanno guidato l’economia e la politica mondiali.

Ho trovato l’affermazione di Galli di straordinaria lucidità, proprio perché lontana sia dalla mitizzazione estrema che dalla depressione culturale. Beninteso che non dovrebbe essere necessario essere primi al mondo in tutto per amare il proprio Paese e difendere le proprie conquiste, piccole o grandi che siano. Ma nell’epoca della Vittoria del 1918 nella Grande Guerra, l’Italia ha vissuto un trentennio – orientativamente compreso tra il 1910 e il 1940 – di peso internazionale ai massimi livelli della propria storia, nonostante qualche caduta e delusione.

L’Italia al tempo della Grande Guerra

Con la conquista della Libia nel 1912, l’Italia diventa a tutti gli effetti, una potenza coloniale. Di estensione nettamente inferiore alle altre grandi potenze storiche (Gran Bretagna e Francia), ma non così lontana dall’altro popolo recentemente unificato, ovvero quello tedesco. Si tendono sempre a sottolineare gli stenti della politica italiana ai tempi di Francesco Crispi, ma in pochi ricordano che lo stesso Bismarck a capo della potentissima Germania iniziò una politica altrettanto insicura, motivata dalla necessità di non entrare in competizione con la Gran Bretagna anche sul piano delle colonie.

La mappa sottostante mostra l’estensione degli Imperi coloniali italiano e tedesco al 1914, a dimostrazione del fatto che, probabilmente, non sia stata tanto una presunta incapacità italiana all’espansione o una scarsissimo peso internazionale il limite patito dal Regno, ma semplicemente il ritardo della formazione dello Stato nazionale unitario in uno spazio geopolitico già occupato quasi interamente dalla concorrenza anglo-francese. Per completezza, anche i possedimenti tedeschi nel pacifico.

impero italiano prima della grande guerra
Imperi italiano e tedesco in Africa al confronto nel 1914

 

impero tedesco nel pacifico
Impero tedesco nel pacifico

Grande Guerra e Vittoria: un peso politico di cui non avremmo più goduto

Con la Vittoria nella Grande Guerra il peso politico dell’Italia crebbe enormemente. Ciò nonostante la “vittoria mutilata” e il tradimento degli accordi di Londra (che non ci consegnarono le coste dalmate come promesso), nonostante la protesta di Vittorio Emanuele Orlando a Veirsalles nel 1919.

In quegli anni l’Italia rioccupava, spinta di volontari extra governativi, la città di Fiume, imponeva la sua linea nel corso della crisi di Corfù del 1923, resisteva alla grande depressione del 1929, si industrializzava nel decennio successivo e si affermava come Impero nel 1936. Riusciva addirittura a imporre un accordo di Pace europeo, a Monaco, che nel 1938 avrebbe ritardato, di un anno, un conflitto che i posteri avrebbero ricordato quale inevitabile.

In ciascuno di questi ambiti ci sono dei punti deboli: Fiume viene ripresa con molta fatica, per Corfù Mussolini aveva come obiettivo massimo l’annessione (ma la qualifica di “massimo” ha un significato), nel 1929 si resistette anche in virtù di una non piena industrializzazione, e – certamente – la seconda guerra mondiale non venne evitata.

Ma, sempre in ciascuno di questi ambiti, si rileva un elemento imprescindibile: la vitalità. La vitalità di una Nazione, di uno Stato, che unito da pochi decenni costruiva le sue colonie, vinceva la Grande Guerra e affrontava quasi sempre al massimo delle sue possibilità le sfide del futuro.

Qualcosa che l’Italia di oggi, con rammarico, può solo sognare. Ecco perché la Vittoria va ricordata e tramandata ogni anno. Perché ci testimonia che un’Italia diversa è possibile, o quanto meno lo è stata nel passato. Un fatto da ricordare, quello sì,  ogni giorno.

(di Stelio Fergola)

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