L'Unione Europea è un impero condannato

L’Unione Europea è un impero condannato

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Nessuna descrizione della foto disponibile.

«Le tensioni europee stanno crescendo. C’è la Brexit, una Germania sovra-estesa ma senza una chiara direzione, una Francia ambiziosa ma debole ed una divisione regionale sempre più lampante. Ma il principale pericolo per i progetti europei è costituito dalla democrazia».

Che cos’è l’Unione Europea? Il concetto più vicino al vero che mi sovvenga è quello di un impero liberale. Un impero è gerarchicamente strutturato in blocchi di Stati tenuti insieme da un gradiente del potere che parte dal centro ed arriva alla periferia. Al centro dell’Unione Europea si trova la Germania, la quale sta cercando – con maggiore o minore successo – di nascondersi dentro ad un “Nucleo Europeo” (“Kerneuropa”) formato assieme alla Francia. La Germania non vuole essere vista come ciò che i britannici sono soliti chiamare un Unificatore Continentale, anche se fattualmente questo è ciò che è. Il fatto che le piaccia nascondersi dietro alla Francia è una sorgente di forza per la Francia stessa nei confronti della Germania.

Come altri Paesi dalle caratteristiche imperiali(ste), il più recente dei quali è rappresentato dagli Stati Uniti, la Germania concepisce se stessa – e vuole che gli altri facciano lo stesso – come un padrone egemone ricco di benevolenza, che non sta facendo null’altro se non diffondere un senso comune universale e delle virtù morali ai suoi vicini, ad un costo per se stessa che è, comunque, degno di essere considerato per amore e bene dell’umanità.

Nel caso tedesco-europeo, i “valori” che vengono in essere e sono difesi per dare legittimità all’impero sono quelli della democrazia liberale, del governo costituzionale e della libertà individuale: in breve, i valori del liberalismo politico. Incartati al loro interno, da essere visualizzati e tirati fuori quando opportuno, sono la libertà dei mercati e la libera competizione: ovverosia, il liberalismo economico.

Determinare l’esatta composizione ed il più profondo significato del pacchetto dei valori imperiali, e come esso possa essere applicato in specifiche situazioni, è una prerogativa del centro egemonico – il quale viene così abilitato a percepire una sorta di signoraggio politico dalla sua periferia, a ricompensa della sua benevolenza.

Preservare le asimmetrie tipiche di un impero richiede complicate disposizioni politiche ed istituzionali. Gli Stati membri privi dell’egemonia debbono essere governati da quelle élite che considerano il centro, con le sue particolari strutture ed i suoi peculiari valori, come un modello che la loro stessa nazione dovrebbe emulare – o, in ogni caso, [gli Stati membri non egemonici] devono essere desiderosi di organizzare il loro ordine interno, a livello sociale, politico ed economico, in modo tale da renderlo compatibile con gli interessi del centro nel tenere insieme il suo impero.

Mantenere un tale tipo di élite al potere è essenziale affinché l’impero duri nel tempo; come l’esperienza americana ci insegna, questo può venire in essere con salati costi in termini di valori democratici, di risorse economiche e persino di vite umane. Alle volte, le élite governanti di Paesi piccoli od arretrati cercano l’appartenenza in posizione di subalternità all’interno di un impero, nella speranza di un supporto proveniente dalla leadership imperiale e finalizzato a promuovere progetti di “modernizzazione” interna, persino contro una cittadinanza che potrebbe non esserne entusiasta. Dando accoglienza alla loro fedeltà in favore della sua causa, l’impero aiuterà quelle élite a rimanere al potere, dotandole di mezzi ideologici, monetari e militari per tenere a bada i partiti di opposizione.

In un impero liberale, che si suppone venga tenuto in piedi ed unito grazie a valori morali piuttosto che grazie alla violenza militare, come ciò debba essere fatto non è necessariamente lineare e privo di ostacoli. Degli errori possono essere compiuti, sia dalla parte del centro imperiale sia da quella delle classi dominanti periferiche, le quali possono entrambe farsi prendere la mano ed esagerare.

Per esempio, la Germania e la Francia insieme, nonostante l’aiuto più o meno surrettizio della Banca Centrale Europea, non sono riuscite a mantenere in piedi il governo “riformista” di Renzi in Italia contro la resistenza popolare. In maniera similare, la Germania giusto adesso sta rivelandosi incapace di proteggere la presidenza di Macron dai “Gilet Gialli” e dagli altri oppositori del suo programma di Germanificazione economica.

Le difficoltà domestiche vengono affrontate anche dalla potenza egemonica in persona. Sotto l’imperialismo liberale, il suo governo deve essere molto attento nel perseguire gli interessi nazionali del proprio Paese, o ciò che comunque esso ritiene come tali: il progresso generale dei valori liberali, quindi, dalla democrazia alla prosperità, appare in avanzamento. In tale proposito, essa può richiedere l’assistenza dei suoi Paesi clienti.

Questo non è stato possibile e non si è concretizzato, quando nel 2015 il governo Merkel cercò di risolvere la crisi demografica e di reputazione della Germania sostituendo all’immigrazione regolata un processo di asilo indiscriminato, una scelta a causa della quale ella è stata lungamente incapace di condurre il Partito Cristiano-Democratico (CDU/CSU) a legiferare. Aprendo i confini tedeschi, con la pretesa che i confini stessi non possano più essere sorvegliati nel XXI secolo – od alternativamente con la pretesa che i confini aperti fossero richiesti e pretesi dalle normative internazionali -, richiese che l’Unione Europea tutta la seguisse e si adeguasse.

Nessuno Stato membro, comunque, lo fece – alcuni, come la Francia, fecero calare il silenzio sulla questione; altri, come l’Ungheria o la Polonia, insistettero pubblicamente sulla loro sovranità nazionale. Nel momento in cui questi Paesi ruppero, per ragioni domestiche, con la comprensione liberal-imperiale di non mettere mai in imbarazzo un altro governo, in particolare se trattasi di quello egemone, hanno inflitto un danno di carattere interno alla Merkel, dal quale ella non si è più ripresa.

Quest’evento, inoltre, produsse una duratura linea di scissione nella governance politica interna ed internazionale dell’impero, tra il Centro e l’Est, dividendo ulteriormente l’«Europa» con la loro aggiunta alle suddivisioni già esistenti, quelle dell’Ovest con il Regno Unito e del Sud lungo la sua faglia mediterranea (che è diventata critica con l’introduzione della moneta comune).

Anche meno delle altre forme di impero, un impero liberale non si trova mai in un equilibrio stabile, e stabilito come tale. A differenza di un saldo Stato nazionale, esso è permanentemente sotto pressione, proveniente tanto dal basso quanto dai lati. Mancandogli la capacità per un intervento militare, esso non può usufruire per l’appunto della forza di un esercito per prevenire le possibili uscite dei suoi Stati membri. Quando il Regno Unito ha deciso di lasciare l’Unione Europea, la Germania e la Francia non hanno mai preso in considerazione l’idea di invadere le isole britanniche per mantenerle all’interno dell’«Europa»: sino ad ora, quindi, l’Unione Europea è in certo qual modo una forza di pace.

Da una prospettiva tedesca, in ogni caso, un amichevole allontanamento britannico avrebbe potuto minare la disciplina imperiale, dal momento che altri Paesi insoddisfatti rispetto al regime imperiale avrebbero potuto considerare l’idea di lasciarlo anch’essi. O persino peggio, se un’uscita del Regno Unito fosse stata prevenuta da significative concessioni “europee” in cambio della permanenza nell’Unione, altri Paesi avrebbero potuto domandare una rinegoziazione di un “acquis communautaire” [insieme di diritti, obblighi giuridici ed obiettivi politici che accomunano e vincolano gli Stati membri dell’Unione Europea, da accogliere senza riserve per i Paesi già membri e per quelli che vogliano entrarne a far parte, N.d.R.], scientemente scritto con lo scopo di non essere più negoziabile in futuro.

In tal modo, la scelta per il Regno Unito si situava tra il rimanere senza alcuna concessione – la “soluzione Canossa” – o lasciare ad un costo veramente alto per se stesso. D’altra parte, il Regno Unito in alcuni casi ha aiutato la Germania a scappare da un abbraccio francese che fosse troppo stretto, bilanciando lo statismo francese con un sano, per la Germania, impegno a liberare i mercati. Con un’uscita britannica, quell’equilibrio andrebbe perso. La Francia, ben consapevole di questa situazione, ovviamente ha insistito su difficili negoziati, secondo i dettami di un’agenda nascosta, o non così tanto nascosta invero, per mantenere fermi gli inglesi sulla loro decisione di andarsene.

Prendendo vantaggio sulle preoccupazioni tedesche in merito alla disciplina imperiale, la Francia apparentemente ha intrapreso la sua strada, nonostante il suo rivaleggiamento con le preoccupazioni tedesche sul dover far fronte alle ambizioni francesi in assenza del sostegno britannico. Resta da vedere se cedere alla Francia sia stata un’altra decisione miope, focalizzata sul breve termine ed opportunistica – tipica dello stile della Merkel -, che costerà cara alla Germania nei prossimi anni.

Per quanto riguarda il Regno Unito, nella misura in cui la sua decisione di lasciare l’Unione Europea è stata guidata dai nazionalisti, distinti dalle loro preoccupazioni in merito alla vicinanza o meno alle istanze socialiste, potrebbe essere un errore storico. La Brexit consente alla Francia di essere l’unica potenza nucleare presente nell’UE, e la sola con un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [assieme appunto al Regno Unito, agli Stati Uniti, alla Russia ed alla Cina, N.d.R.]. Lo obiezioni tedesche alle ambizioni francesi di leadership continentale, in un’Unione Europea più strettamente integrata, tale da disegnarsi sulla forza economica tedesca, troverà ora un supporto meno pesante tra i restanti Stati membri.

Con il Regno Unito fuori da giochi europei, la Francia può sperare di diventare l’unificatore europeo, cercando di comprimere la Germania in un progetto statale europeo improntato sullo stile francese («Una Francia sovrana in un’Europa sovrana», ha detto Macron). Bloccare un tal tipo di sviluppo dall’esterno potrebbe rivelarsi più difficile che sabotarlo dall’interno. Ricordando quanto duramente De Gaulle cercò di tenere fuori il Regno Unito da ciò che era la Comunità Economica Europea, adducendo il fatto che lo UK non fosse abbastanza “europeo”.

La governabilità di un impero è inevitabilmente guidata anche da motivi geostrategici, in aggiunta alle preoccupazioni economiche ed ideologiche, in particolare riguardo ai limiti territoriali dell’impero. Stabilire i confini dello Stato all’estrema periferia è necessario non soltanto per l’espansione economica, sebbene ciò sia essenziale per un impero con un’economia capitalista. Laddove un impero confina con un altro impero, espansionista o meno che sia, esso tende ad essere disposto a pagare un prezzo finanche più alto per mantenere al proprio interno i vari governi nazionali in collaborazione fra di loro, oppure per cacciare invece quelli non collaborativi. Le élite nazionali che possono minacciare di distaccarsi e cambiare parte, dovrebbero essere capaci di strappare delle concessioni più espansive, anche se la loro politica interna risulta un po’ sgradevole – vale a dire Paesi come Serbia o Romania.

In questo contesto, alla fine, entra in gioco il potere militare, in quanto distinto dal “soft power” dei “valori”. Mentre un impero liberale troverebbe difficile il fatto di utilizzare la forza nei confronti di una popolazione ribelle, esso avrebbe invece la possibilità di proteggere i governi amici, permettendo loro di adottare una posizione nazionalista ostile verso un Paese confinante, il quale si sente minacciato dall’impero sempre più avanzante; oppure, potrebbe provvedere ad una copertura se gli Stati decidessero di adottare una tale posizione.

In cambio di ciò, un potere egemonico può ottenere concessioni, per esempio nella forma di un supporto a favore di tematiche e questioni contestate fra gli Stati membri. Cioè, alla mo’ di prova: gli Stati baltici mantengono il silenzio sull’ammissione e sull’allocazione dei rifugiati, ed in cambio la Germania mette in campo la propria forza militare e la schiera per minacciare la Russia.

I Paesi, ed i rispettivi cittadini, che si trovano al centro dell’impero liberale possono sperare di governare senza dover fare ricorso alla forza militare. Ma, ultimamente, questa non è altro che un’illusione: non ci può essere un’egemonia senza ricorso alle armi. Ed è in questo preciso contesto che si deve inquadrare la caduta verticale del governo Merkel, date le richieste da parte degli Stati Uniti e della NATO di quasi raddoppiare le spese militari tedesche, facendole arrivare al 2% del PIL. Il suo reale significato non è legato alla NATO, bensì all’Unione Europea.

Se l’obiettivo del 2% fosse fattualmente ed effettivamente raggiunto, la Germania da sola arriverebbe a spendere in armamenti più del 40% di quanto fatto dalla Russia, e tutta la sua spesa verterebbe su armi convenzionali. Probabilmente, questa operazione contribuirebbe a mantenere Paesi, come gli Stati baltici e la Polonia, nel gregge dell’Unione Europea, rendendo meno attraente per questi ultimi piazzare le loro scommesse [geopolitiche, militari, economiche] sugli Stati Uniti.

Nel frattempo che ciò potrebbe consentire alla Germania di convincere gli Stati membri dell’Unione Europea del blocco orientale a rinunciare od a moderare la loro opposizione nei confronti di questioni di “valori”, quali i rifugiati od il “matrimonio per tutti”, tale strategia potrebbe anche – sfortunatamente – dare alla Russia delle buone ragioni per sviluppare ulteriormente il proprio arsenale nucleare (del resto, esattamente come la Federazione Russa sta già facendo adesso), ed incoraggiare Paesi come l’Ucraina a prendere una distanza più provocatoria verso la Russia medesima.

La Francia, che ha già speso il proprio magico numero del 2% negli investimenti militari, potrebbe sperare in un raddoppio della spesa militare tedesca, a detrimento e nocumento delle capacità economiche della Germania stessa (sebbene apparentemente speri anche nella cooperazione franco-tedesca nella produzione ed esportazione di armi).

Ancor più significativamente, in un Esercito Europeo, come domandato da Macron e come supportato e sostenuto dagli integrazionisti tedeschi per l’Europa – ivi incluso il filosofo Jürgen Habermas -, il significativo aumento delle capacità militari convenzionali della Germania (che il 2% del PIL andrebbe a finanziare) compenserebbe la debolezza francese in merito alle truppe di terra, dovuto ad una quota sproporzionata delle spese militari francesi, che debbono essere invece dedicate alla Force de Frappe [Forza di dissuasione nucleare francese, chiamata anche “forza d’urto”, un progetto nato e sviluppatosi oltralpe sin a partire dal 1958, N.d.R.] – uno strumento che non può essere facilmente schierato contro i militanti islamisti dell’Africa occidentale, i quali cercano di interrompere ed impedire ai francesi l’accesso all’uranio ed alle terre rare.

L’impero europeo, tedesco o franco-tedesco, non è semplicemente liberale, ma neo-liberale. L’impero impone un uniforme ordine sociale agli Stati membri, che coincide od assomiglia all’ordine sociale del suo fulcro. In “Europa”, le politiche economiche interne dei Paesi che ne fanno parte sono governate dalle quattro libertà del mercato interno e da una moneta comune – l’euro – fatta su misura per la Germania, la quale risulta obbligatoria per tutti gli Stati membri, secondo gli accordi del Trattato di Maastricht.

Conformemente a ciò, l’Unione Europea si conforma strettamente all’internazionalismo neo-liberale per come è stato concepito e storicamente aggiornato da Friedrich von Hayek. La sua idea centrale è l’isonomia: ovverosia, identici sistemi giuridici per i vari Stati nazionali, formalmente ancora sovrani, istituiti sulla premessa che essi sono tenuti a far funzionare senza problemi i mercati internazionali.

Il tallone d’Achille del neo-liberalismo – per come lo conosciamo a partire da Fredrich von Hayek e da Karl Polanyi – è la democrazia. L’isonomia ed un regime monetario da gold standard richiedono ed impongono che la portata della democrazia popolar-maggioritaria nella politica economica sia strettamente e rigorosamente ridotta. I governi nazionali, all’interno di un impero neo-liberale, devono essere in grado, senza timori per una eventuale punizione elettorale, di esporre i loro cittadini alla pressione dei mercati internazionali integrati, per il loro stesso bene – per quanto essi possano non vederla alla medesima maniera – e per il bene dell’accumulazione del capitale.

Per questo motivo, l’impero deve dotare questi Stati di istituzioni, nazionali ed internazionali, che li aiutino a tenere a bada la politica elettorale [e le relative conseguenze]. Per essere uno Stato debole nel rapporto con i mercati, uno Stato neo-liberale deve essere forte nei confronti delle forze sociali che domandino una correzione politica dei risultati [e delle storture] del mercato stesso. Il concetto che esprime ciò è il “liberalismo autoritario“, una dottrina le cui origini risalgono alla Repubblica di Weimar ed all’incontro amichevole fra economisti neo-liberali ed il futuro “giurista incoronato” della Germania nazista, Carl Schmitt.

Il liberalismo autoritario usufruisce di uno Stato che sia forte nel proteggere l’economia di libero mercato dalla democrazia politica. Nell’Unione Europea, ciò è stato compiuto da (e grazie a) l’internazionalizzazione: la costruzione di un assetto istituzionale nel quale i governi nazionali abbiano la capacità di trasformare le economie nazionali in organismi internazionali che stabiliscano le regole, come i consigli ministeriali, i tribunali sovranazionali o le Banche Centrali. In tal modo, essi si liberano dalla responsabilità verso i loro cittadini, che provengono dalla sovranità nazionale, la quale essi possono o non possono più scaricare.

Tra gli strumenti che l’internazionalismo offre c’è quello che la scienza politica chiama “diplomazia multi-livello”. La negoziazione dei mandati internazionali che i governi nazionali possono importare nelle loro politiche domestiche, dichiarando che essi sono immutabili, data la loro scaturigine multilaterale. Si tratta di un’attrazione esercitata dall’impero (neo-)liberale per le élite nazionali che sono in grado di fare affidamento su tali strumenti, specialmente quando un capitalismo finanziario oramai stagnante non è più in grado di generare le ottimistiche aspettative richieste per la sua legittimità.

Questa è la spiegazione che dà Peter Ramsay al fatto che i Remainers presenti tra le fila delle classi dominanti britanniche combattano così duramente affinché il Regno Unito rimanga membro dell’UE: «Invece che verso la nazione in sé e per sé, queste élite dominanti rivolgono il proprio sguardo all’esterno, verso accordi intergovernativi e sovranazionali per la loro autorità… L’Unione Europea è un impero volontario composto da Stati che stanno negando il loro carattere nazionale: in rifiuto del fatto che l’autorità statale deriva dalla nazione politica».

Essere egemoni in un impero liberale è una cosa lontana dall’essere semplice, ed infatti sta divenendo sempre più lapalissiano e chiaro che la Germania non sarà più capace di svolgere a lungo questo ruolo. E questo non soltanto perché l’eccessiva estensione è sempre stata una tentazione letale per gli imperi, come esemplificato soltanto di recente sia dall’Unione Sovietica che dagli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la Germania in particolare, l’umore popolare qui è ancora essenzialmente pacifista, e la prerogativa costituzionale del Parlamento tedesco di regolare anche soltanto piccoli dettagli sullo schieramento delle truppe tedesche non sarà di certo ceduta, neppure a Macron, il ragazzo glamour del mainstream politico teutonico. Se la Germania che verrà dopo i mandati di Angela Merkel sarà effettivamente in grado e disposta a consegnare il 2% [di spesa pubblica rispetto al PIL verso gli investimenti militari della NATO, N.d.R.], è una questione aperta, apertissima.

Ci sarà anche la futura necessità, per l’impero, di provvedere al pagamento diretto ai quei Paesi mediterranei che soffrono sotto il “regime di moneta forte” imposto dalla Germania, e [di provvedere] ai “fondi strutturali” che supportino gli Stati dell’Est Europa e le loro classi politiche filo-europee. Con la Francia in sofferenza per la bassa crescita e per gli alti deficit, solo alla Germania verrà richiesto di provvedere a questo, un richiesto ordine di grandezza che facilmente eccederà le sue abilità e possibilità.

Si noti inoltre che ciò che dall’episodio dei rifugiati nel 2015 è diventato il più grande partito di opposizione, AfD, mentre si dichiara pienamente nazionalista, è così soltanto nel senso di isolazionista e di anti-imperialista – ed è per questa ragione che gli imperialisti liberali di Germania lo bollano come “anti-europeo”.

Accondiscendendo ad una lettura benevola, e mettendo da parte per un momento i disgustosi attacchi del revisionismo storico del partito, il nazionalismo di AfD equivale alla riluttanza a pagare per l’impero, con la corrispondente volontà di permettere ad altri Paesi di fare le loro cose; si guardi anche la forte convinzione del partito nella pacificazione piuttosto che nello scontro con la Russia, una credenza che condivide con l’ala sinistra del Linkspartei.

In questo contesto, ci sono similarità niente affatto banali con il sentimento trumpiano di “America First”, che almeno originariamente era isolazionista piuttosto che imperialista: un netto allontanamento dall’imperialismo liberale della famiglia Clinton e di Barack Obama.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

(di Wolfgang Streeck – da Breafings for Brexit – Traduzione di Lorenzo Franzoni)

Note:
1. Sulla questione dell’egemonia, si veda: Perry Anderson, “The H-World: the Peripeteia of Hegemony”, Verso, London-New York 2017.
2. Si veda: Quinn Slobodian, “Globalists: the End of Empire and the Birth of Neoliberalism”, Harvard University Press, Cambridge (Mass) 2018.
3. Si veda: Wolfgang Streeck, “Heller, Schmitt and the Euro”, European Law Journal, vol. 21, n. 3, Hoboken (New Jersey), maggio 2015.
4. Si veda: Andrew Gamble, “The Free Economy and the Strong State: the Politics of Thatcherism”, Palgrave Macmillan, London 1988.
5. Si veda: Robert D. Putnam, “Diplomacy and domestic politics: the logic of two-level games”, International Organization, vol. 42, n. 3, Cambridge, estate 1988.
6. Si veda: Peter Ramsay, “The EU is a default empire of nations in denial”, London School of Economics blog, 14 marzo 2019.

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Articoli correlati

Potrebbero piacerti

Gianni Berrino (FdI): riportare a destra la tutela dell’ambiente
Abbiamo fatto una piccola chiaccherata con Gianni Berrino - Assessore [...]
Iwobi, Lega: “Mi chiamano ne***o da cortile”. E a sinistra tutto tace
Tony Iwobi, senatore Lega Nord, reagisce all'ipocrisia sempreverde dell'antirazzismo all'italiana. [...]
Fiat, addio all’Italia rampante e vincente che non c’è più
La Fiat non è più italiana. Qualcuno aveva espresso dubbi [...]
Progetto Nazionale, appoggio a Fratelli d’Italia in Emilia e Veneto [VIDEO]
Piero Puschiavo, Presidente di Progetto Nazionale, traccia la rotta del [...]
Ultime

NOTIZIE

Seguici su

Facebook

Ultime da

Twitter

Scroll Up