La "fine" dell'Unione Europea?

La “fine” dell’Unione Europea?

Leviamo subito ogni dubbio, l’Unione Europea non è finita ed è comunque in forte dubbio che lo sarà nei prossimi anni. Le contingenze spingono però a pensare che – comunque vadano le prossime elezioni – l’UE così come la conosciamo sia prossima alla sua fine.

In questo momento storico possiamo infatti immaginare le istituzioni europee come un farraginoso bastione che divide due forze in controtendenza ed all’apparenza belligeranti, ma che crollato il divisorio potrebbero facilmente trovare dei punti in comune. Queste due entità sono i populisti-sovranisti da un lato e l’asse franco-tedesco dall’altra, ma per quale motivo due visioni così diverse potrebbero trovare un punto di contatto a scapito dell’attuale élite europeista?

La questione parte da lontano, più precisamente dalla caduta del muro di Berlino in poi. Collassato il blocco sovietico le vecchie élite europee -per portare gli ex stati dell’Est Europa in orbita occidentale- assimilarono velocemente i paesi neo indipendenti all’interno delle istituzioni continentali, senza avere però la forza di riformare l’architettura europea in maniera federale. La crescita economica degli anni novanta e dei primi anni duemila fecero però dimenticare tutte le criticità formatesi per vent’anni, fino a quando la crisi economica del 2007 ha riportato contemporaneamente tutti i nodi al pettine.

A questo punto l’Unione Europea si è ritrovata tutto ad un tratto in una situazione che necessitava di interventi rapidi a cadenza quasi giornaliera, ma con alle spalle un meccanismo iper burocratico fatto di delibere all’unanimità, controlli, contro-controlli e commissioni di inchiesta. Il tutto aggravato da esigenze economiche diverse di paese in paese e da un sistema legislativo non ancora armonizzato.

I primi anni della crisi sono stati affrontati seguendo le esigenze degli “azionisti” di maggioranza dell’Unione, ovvero Francia e Germania. Queste misure hanno portato all’applicazione di politiche dannose ed impopolari nei paesi del Sud Europa, che, di reazione hanno visto l’affermarsi dei partiti populisti ( prima di sinistra vedi Syriza in Grecia o Podemos in Spagna) e poi sovranisti (vedi la Lega di Salvini o il Front National di Marine Le Pen) che hanno contaminato le scene politiche dell’intera Europa, fino ad arrivare alla punta di diamante del populismo europeo ossia il Governo giallo-verde italiano.

Allo stesso tempo queste criticità hanno portato ad altre due reazioni di uguale importanza: i paesi dell’Est vicini per quanto riguarda la politica migratoria ai sovranisti ma dipendenti economicamente dalla Germania hanno formato il gruppo di Visegrad. Mentre la Gran Bretagna, mai particolarmente entusiasmata dal progetto europeo, ha deciso di abbandonare l’UE con la Brexit (che nonostante le varie vicissitudini ci sarà), creando così ulteriori problemi all’establishment europeista neoliberale.

Vediamo ora in che modo l’asse carolingio potrebbe trovare dei punti in comune con la marea montante sovranista. Chiarito che l’architettura europea è ostaggio di innumerevoli problemi burocratici e meccanismi farraginosi i due spettri che si aggirano per il continente potrebbero trovare un accordo su un’Europa a più velocità.

Questa soluzione infatti potrebbe andare a soddisfare gli obiettivi di entrambe le correnti politiche. I populisti con questo sistema potrebbero infatti sfilarsi dai progetti che ritengono troppo lesivi per la sovranità nazionale, anche se difficilmente si potrebbero andare a rivedere i vecchi trattati. Allo stesso tempo i progetti portati avanti da Francia e Germania non verrebbero più stoppati dalla truppa sovranista -ormai sempre più numerosa- che altrimenti visti i sistemi di unanimità e maggioranze qualificate potrebbe creare non pochi problemi nella Commissione e nel Consiglio europeo, forte anche di un probabile aumento di europarlamentari.

(di Pietro Ciapponi)

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