L'Africa e la persecuzione dei cristiani

L’Africa e la persecuzione dei cristiani

La Nigeria è il paese più ricco e popoloso dell’Africa. Sfortunatamente, è anche il posto in cui le violenze contro i cristiani sono in aumento.

La Religious Liberty Partnership, recentemente, ha ospitato una conferenza degli attivisti internazionali a Abuja sia per dimostrare la propria solidarietà con i cristiani della Nigeria, sia per considerare le strategie da attuare per fronteggiare le discriminazioni e le persecuzioni. Le storie raccontate dai partecipanti nigeriani hanno messo in luce la minaccia posta dagli estremismi violenti in un paese che, altrimenti, sembra destinato a diventare un leader regionale, e forse mondiale.

Sfortunatamente, quello della Nigeria non è l’unico caso. L’Africa è diventata l’epicentro delle persecuzioni religiose. Buona parte del continente è diventata inospitale per chi venera un dio diverso, o lo stesso dio in modo differente. Open Doors stima che 245 dei 631 milioni di cristiani africani abbia subito persecuzioni, 215 milioni solo lo scorso anno.

L’Africa rimane lontana dal centro della politica estera americana. Tuttavia, ha iniziato la sua lunga marcia in avanti grazie alla crescita economica e alla diffusione della democrazia. Ciò rende la battaglia contro gli estremismi religioni e l’intolleranza ancora più importanti. Altrimenti, la stabilità e la pace rimarranno fuori portata, incluso in Nigeria.

La status della libertà religiosa varia ampiamente da regione a paese. La differenza più ovvia è quella tra il nord arabo e l’Africa nera.

L’ultimo report di Aiuto alla Chiesa che Soffre riporta importanti violazioni della libertà religiosa in Algeria, Egitto, Eritrea, Kenya, Libia, Mauritania, Niger, Nigeria, Somalia, Sudan e Tanzania. La U.S. Commission on International Religious Freedom evidenzia che i casi peggiori sono in Repubblica Centrafricana, Egitto, Eritrea, Nigeria e Sudan.

Open Doors ha fatto un elenco dei 50 paesi con le maggiori persecuzioni religiose; di questi, 14 paesi africani sono il centro di un livello di persecuzione “estremo” o “molto alto”: Algeria, Repubblica Centrafricana, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Libia, Mali, Mauritania, Marocco, Nigeria, Somalia, Sudan e Tunisia.

Il Pew Research Center distingue tra le restrizioni governative e l’ostilità sociale, classificando una dozzina di paesi che hanno un livello alto o molto alto di controllo statale sulla religione: Algeria, Comore, Egitto, Eritrea, Etiopia, Mauritania, Marocco, Somalia, Sudan, Tanzania, Tunisia e Sahara occidentale. Undici paesi hanno un livello alto o molto alto di ostilità sociale: Algeria, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Kenya, Libia, Nigeria, Somalia e Uganda.

L’Egitto è in tutte le liste. Nigeria, Eritrea, Somalia e Sudan in tutte le liste, tranne una. Algeria, Repubblica Centrafricana, Etiopia, Kenya, Libia, Mauritania e Tunisia sono su diverse liste.

La Nigeria affronta le sfide maggiori. I cristiani in alcuni dei suoi stati a maggioranza musulmana sono trattati come cittadini di seconda classe. Boko Haram e altre forze radicali, come i pastori Fulani – le divisioni etniche, tribali e religiose di solito vanno insieme – attaccano regolarmente i villaggi cristiani. Decine di migliaia di persone sono state uccise, e milioni di persone sono emigrate. Una delle storie più note è quella della studentessa quindicenne Leah Sharibu, rapita lo scorso anno da Boko Haram assieme a 104 delle sue compagne di classe, la quale non è stata rilasciata con il resto delle ragazze in quanto non ha rinunciato alla sua fede.

Questi assalti sono diventati una routine. Con il governo incapace di fermare gli omicidi, la tentazione di rispondere agli attacchi sta crescendo. Yunusa Nmadu della Evangelical Church Winning All dice: “Siamo al precipizio. Se la Nigeria va alla guerra civile, tutta l’Africa occidentale è finita”.

L’Algeria dichiara l’Islam religione di stato, promulga leggi contro la blasfemia, discrimina i convertiti e chiude le chiese. Queste misure, spiega Open Doors, “rendono il proselitismo e la pubblica espressione della fede cristiana pericolose”. Nella Repubblica Centrafricana, USCIRF ha evidenziato che sono in aumento gli omicidi mirati basati sull’identità religiosa. I musulmani del paese denunciano discriminazione e hanno sofferto a causa delle rappresaglie lanciate da auto-proclamate milizie di autodifesa cristiane.

In Egitto, i copti sono soggetti agli attacchi dei terroristi, affrontano la discriminazione legale e sono obiettivo delle leggi anti-blasfemia. I convertiti devono subire pressione legale e sociale. L’Eritrea ha autorizzato solo quattro chiese, che controlla in modo molto stretto. USCIRF sostiene che nel paese ci siano “sistematiche violazioni della libertà religiosa”.

L’Etiopia ha usato la sua Proclamazione Anti-Terrorismo contro i credenti. Nelle aree rurali dove predominano i musulmani, i cristiani subiscono discriminazione. In Kenya, i membri del gruppo islamista al-Shabab hanno lanciato attacchi terroristici, e il governo ha cercato di estendere il suo controllo sui gruppi religiosi.

In Libia, i due governi in competizione hanno creato il caos, permettendo ai gruppi estremisti di operare, attaccare i cristiani ed altre minoranze religiose. I cristiani pregano di nascosto; le donne sono a rischio di violenze sessuali, e gli uomini di finire ai lavori forzati. Le minoranze religiose sono soggette a leggi che proibiscono l’offesa all’Islam e “l’istigazione alla divisione”. In Mauritania, la cittadinanza è limitata ai soli musulmani e rinunciare alla fede è punibile con la morte; la sharia e le leggi anti-blasfemia vengono regolarmente applicate; il jihadismo radicale si sta espandendo.

Il governo centrale della Somalia è collassato nel 1991, e le leggi esistenti riflettono la sharia. La conversione è proibita e punita. L’islamismo radicale si sta diffondendo, e le minoranze religiose devono praticare la loro fede di nascosto. Al-Shabab ha espresso la sua determinazione ad attaccare i non-musulmani nelle aree che controlla.

In Sudan, le minoranze religiose soffrono discriminazioni sistematiche da parte del governo, e la confisca e la distruzione delle proprietà della Chiesa. I convertiti subiscono persecuzione e pressione sociale; le offese religiose sono normalmente giudicate dalla legge islamica. Il regime ha preso di mira le chiese sulle montagne di Nuba, rifugio degli insorti. In Tunisia, secondo Open Doors, “la vita nelle società islamiche è vissuta con ostilità e forte pressione”. I credenti temono l’impatto dei combattenti dell’ISIS di ritorno dal Medioriente.

Molti di questi paesi sono nord-africani e musulmani. Alcuni di loro sono molto distanti l’uno dall’altro, come la Nigeria e l’Eritrea. Altri sono, addirittura, paesi a maggioranza cristiana.

Il fattore più importante, tuttavia, è l’Islam violento e repressivo. L’Algeria, l’Egitto e il Sudan sono tradizionalmente degli oppressori islamici, mentre il radicalismo crescente ha visto la sua espansione in paesi a maggioranza islamica come Libia, Mauritania, Somalia e Tunisia. Questa stessa forza ha causato violenze nella Nigeria divisa, e nel Kenya a maggioranza cristiana. Similmente brutali sono le organizzazioni jihadiste nella Repubblica Centrafricana, a maggioranza cristiana.

Scrive Open Doors: “Anche se la violenza dello Stato Islamico e altre forze islamiste è quasi sparita dal Medio Oriente, la perdita dei loro territori significa che i suoi combattenti si sono diffusi in un gran numero di paesi, e non solo nella regione; soprattutto, nell’Africa subsahariana. La loro ideologia radicale ha ispirato, o si è infiltrata, in numerosi gruppi come l’Islamic State West Africa Province (ISWAP), un gruppo che si è separato da Boko Haram”.

Il coinvolgimento americano ha creato ed esacerbato le persecuzioni. Il rovesciamento di Gheddafi, sostenuto dalle forze americane ed europee, ha portato il caos e il vuoto di potere in cui gli islamisti radicali hanno prosperato. L’entusiastica vicinanza di Washington al Cairo, che è venuta a mancare per un breve periodo dopo il colpo di stato del 2014, ha isolato il regime di al-Sisi mentre perseguiva la minoranza copta.

La politica è il principale oppressore in Etiopia e in Eritrea, e un fattore molto importante in Sudan, dove ha perseguito i separatisti locali e regionali. I governi autoritari temono qualunque opposizione, e specialmente quella che sostiene una fedeltà trascendentale.

L’Africa sta facendo dei passi avanti, ma la violenza religiosa e le persecuzioni minacciano il suo futuro. Sfortunatamente, c’è poco che gli Stati Uniti possano fare, oltre che osservare il primo punto del Giuramento di Ippocrate: non fare danno. Le politiche in Medioriente hanno avuto ripercussioni in Africa. Ma una politica estera meno distruttiva non porrà fine all’estremismo islamico o alla tirannia, i due principali fattori di persecuzione religiosa.

All’Africa servono riforme. La politica deve includere la democrazia e la tolleranza. I governi devono diventare più onesti, competenti e responsabili. Le economie devono puntare alla crescita e alla creazione di opportunità. Le persone devono rifiutare l’islamismo e cooperare. La fine della persecuzione religiosa sarà di beneficio per tutti.

Gli americani e le altre persone di buona volontà possono aiutare sostenendo coloro che vogliono creare la pace. L’Africa ha molto da offrire nel futuro. Ma per avere successo bisogna risolvere le crisi interne del continente, e quella della persecuzione religiosa è una delle peggiori.

(da American Conservative – traduzione di Federico Bezzi)

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