Covid paura

Covid, non si può morire di paura: ecco perché

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Dopo più di cinquecento giorni dall’inizio dell’epidemia da COVID e la paura che ne è conseguita, dovremmo ormai aver imparato, o meglio, riscoperto, un dato di fatto incontrovertibile: l’essere umano non è onnipotente, non ha poteri soprannaturali e non può avere il totale dominio su ogni evento della storia; sia che esso abbia origini, per così dire “artificiali”, ancor di più quando derivante direttamente dagli elementi naturali.

Covid, una paura inaccettabile

Covid e paura. Una realtà oggettiva dell’esistenza umana che trascende le interpretazioni personali, che fagocita ogni tempo e ogni popolo, vera in qualsiasi luogo del mondo, in qualunque momento della storia. Una certezza – e ne abbiamo pochissime – alla quale purtroppo in molti sembrano aver da tempo abdicato, in favore di un’affascinante – non lo si nega – quanto fallace e decisamente nociva visione di un essere umano capace d’ogni cosa; capace, per dirla brevemente, di giocare a fare Dio.

Il materialismo estremo che ormai permea ogni strato della nostra società, assieme al nichilismo totalmente passivo, diffusosi ovunque a macchia d’olio, hanno portato la civiltà occidentale in particolare, e in maniera forse meno radicale, ma comunque tangibile, anche i popoli orientali e parte del mondo arabo, alla perdita di quei valori spirituali, di quella propensione alla ricerca dello scopo superiore, che permettevano all’essere umano di riflettere sui propri intrinseci limiti d’azione, di comprendere la sua finitezza temporale, di interiorizzare ed essere in grado di sostenere lo stato di sofferenza e malattia, di accettare, pur tentando di esorcizzarla – siamo pur sempre esseri che provano emozioni, quindi paura – la morte.

Abbandonando la fede nel trascendente, ci siamo affidati anima e corpo a nuovi modelli di fideismo. In una sorta di riflusso positivista, è oggi il progresso scientifico la nuova divinità – oltre al progressismo sul piano politico e sociale, in nome dei famigerati Diritti.

Grazie alla Scienza e al progresso tecnologico – sia chiaro, non è ovviamente la scienza il problema, entità che non ha vita propria, quanto coloro che se ne occupano – viviamo ormai nell’illusione di poter dominare qualsiasi elemento naturale, i venti e le acque, il sole e la luce. Siamo convinti, ad esempio, di poter assumere il controllo chirurgico dell’atmosfera, per manipolare al bisogno gli effetti dei cambiamenti climatici, ultimamente un po’ usciti fuori dalle cronache principali ma che rappresentavano il principale pericolo di fine del mondo imminente, prima della pandemia piombataci tra capo e collo.

Allo stesso modo ci siamo illusi, e continuiamo purtroppo a farlo, di poter domare completamente la diffusione aerea di un virus, annichilendo la sua capacità di propagarsi tra le persone tramite l’imposizione di misure liberticide, nevrotiche, spesso prive di valore logico prima che scientifico, talvolta dimostratesi addirittura controproducenti. Imperterriti ci ostiniamo a rincorrere la chimera di un “rischio zero”, di nessun nuovo contagio, di nessun ricovero ospedaliero, del numero zero alla voce dei decessi. La morte, appunto – e sia chiaro, non si intende sminuire la sofferenza di chi vive il dramma in prima persona – non è più contemplata in nessun caso, a nessuna età, per nessuna situazione clinica: è semplicemente inaccettabile, come spesso viene ripetuto.

Inaccettabile, è l’aggettivo chiave. Definiamo inaccettabile quel che è inevitabile, ciò a cui non possiamo in alcun modo, presto o tardi, sfuggire; mentre accettiamo, senza batter ciglio, che le persone con sintomatologia ai primi stadi vengano abbandonate a se stesse, lasciate al proprio destino senza alcun protocollo di cura che vada oltre la “vigile attesa”, proprio in quella fase in cui, intervenendo tempestivamente, si potrebbero forse evitare la maggior parte degli aggravamenti.

Morire di paura

Inaccettabile è morire per un virus che, fortunatamente, è scarsamente letale e lo è soltanto in determinate fasce di popolazione; mentre è accettabile trascurare, nel frattempo, svariati altri problemi di salute, spesso anche molto più gravi e più letali, per poter rincorrere i nuovi contagi. È accettabile distruggere il tessuto economico e sociale di un’intera nazione, portare alla fame migliaia di famiglie impedendogli di provvedere al proprio fabbisogno – senza altresì sostenerle adeguatamente –, causare danni psicologici a intere generazioni di bambini e ragazzi, far piombare nella depressione centinaia, se non migliaia di persone, che sempre di più tentano il suicidio. È accettabile privare milioni di persone della propria libertà, rinchiuderle in casa rimproverandole paternalisticamente per poi colpevolizzarle – oltre al danno, la beffa – per i contagi che aumentano. Non contempliamo più la morte, ma accettiamo di buon grado tutto questo.

Non potremo mai vincere la paura di morire, e nemmeno è nel nostro interesse farlo; ma forse, con una ritrovata umiltà, dovremmo tornare a riflettere su quella nostra limitatezza e finitezza, sulla nostra impossibilità di controllare e dominare ogni cosa, sulla vita e sul suo scopo, sulla ineluttabilità della morte, che è un’altra delle nostre pochissime certezze di esseri spirituali, non solo materiali.

Potremmo magari scoprire che, forse, la miglior via possibile per affrontare le pene e le asperità della vita, non è tentare istericamente e goffamente di sradicarle violentemente dall’esistenza, fallendo miseramente; ma quella di far ciò che l’essere umano ha sempre fatto: cercare la miglior soluzione realisticamente – in senso umano – applicabile.

(di Michele Lanna)

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