Supportiamo Polonia e Ungheria

Supportiamo Polonia e Ungheria, e vi spieghiamo il perché

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Supportiamo Polonia e Ungheria, “gli amici anti-italiani di Meloni e Salvini”. Ebbene sì. Saremo forse “anti-italiani” anche noi, come la sinistra, il PD (o, come li raggruppo io, il “Feudo” che tiene sotto scacco questa Nazione da 50 anni, vinca le elezioni o meno) si sono affrettati così tanto a rivoltare contro le opposizioni pur essendone la primigenia incarnazione da sempre? Ovviamente no, ma andiamo con ordine.

Supportiamo Polonia e Ungheria perché il Recovery Fund non è una cosa buona

Il principale problema sta lì. Nell’aprioristico messaggio mainstream secondo cui gli istituti ad hoc europei (e i loro derivati, come il MES) siano una cosa positiva per affrontare la crisi.

Non lo sono, abbiamo affrontato l’argomento già all’epoca: sia per il MES che per il Recovery Fund. Leggendo nei link allegati, si può rileggere agilmente ciò che abbiamo sempre sostenuto. Si tratta di strumenti che pretendono di concedere prestiti ad attività che, al momento, non possono guadagnare e non si sa in che modo dovrebbero restituirli.

E pure laddove non puntino su un diretto interesse, propongono di attingere da fantomatici “bilanci europei”, basati sul gettito fiscale degli Stati membri, e dunque su altro denaro da chiedere ai già martoriati Stati dell’Unione. Non a caso, anche nel “democraticissimo” contesto europeo-occidentale, altri Paesi hanno in realtà espresso parecchie riserve sul Recovery Fund, provando a “scorporarlo” e ad attingere quanto meno dalla quota non basata sui prestiti. Perché i prestiti nessuno li vuole. E nessuno Stato realmente sovrano li chiederebbe in questa misura, come dimostrano le politiche anticrisi attuate da USA, Giappone ma anche dalla Gran Bretagna.

Ma quindi quale sarebbe la soluzione? Ciò che la BCE ha promesso, ma finora realizzato in minima parte. Comprare titoli di Stato e dare, di conseguenza, denaro a fondo perduto. Ma sul serio. Finché questo delirio non sarà finito.

Tutte le altre soluzioni di concerto hanno sempre lo stesso, cancerogeno approccio in salsa Bruxelles: prestiti o fondi europei (che vuol dire tasse). Polonia e Ungheria non fanno altro che difendere la propria terra, i propri popoli, le loro economie.

Non credo ci sia bisogno di dedicare troppo spazio alla clamorosa idiozia del “ma perché non escono dall’Unione Europea allora”? Chi pone una domanda tanto imbecille non ha ancora inteso quanto sia stretta la gabbia che ci tiene imprigionati da quasi 30 anni. E quanto sia complicatissimo uscirne, perfino per Paesi, come la Gran Bretagna, che l’avevano sposata solo in parte, che hanno impiegato decenni.

Ungheria e Polonia cattive anti-italiane – mentre in realtà sono semplicemente filoungherei e filopolacche, e non si comprende perché dovrebbero essere filoitaliane – è un messaggio propagandistico che ricalca esempi passati.

Uno stratagemma simile era stato utilizzato quando Orban aveva rifiutato i ricollocamenti dei clandestini previsti dai sedicenti accordi europei: lì c’era sempre la malvagia Ungheria “amica di Salvini e Meloni”.

E qual’ era il problema, anche allora? Il ricollocamento è una cosa buona e giusta, il rifiuto è egoismo nazionalista. E nessuno a porsi la questione principale: non ricollocare, ma fermare il fenomeno della clandestinità. Cosa che Orban faceva e noi – eccezion fatta per il periodo di Matteo Salvini ministro degli Interni – no. Semplice.

Le minacce a Polonia e Ungheria

Nel simpaticissimo e ovviamente fondamentale accordo sul Recovery Fund c’è una ancora più simpatica clausola, quella dello “stato di diritto”. Per farla breve, l’Unione Europea si riserva il diritto di valutare il livello di “democraticità” degli Stati membri, e già questo dovrebbe lasciar riflettere, specie se da parte di un’istituzione che non ha nulla di democratico, a parte l’elezione di un Parlamento privo di ogni potere reale e che vale, grosso modo, quanto una Camera di deputati in fase dittatoriale.

Tra i requisiti per il buon giudizio di “democraticità” ci sono gli atteggiamenti verso le ONG e l’universo LGBT. E che il passo sia breve è conseguenza logica.

Tempi ha sintetizzato abbastanza bene la faccenda:

I due paesi hanno tutto da perdere nel bloccare bilancio e Recovery Fund dal momento che, ad esempio, l’Ungheria riceve 6,3 miliardi dai fondi di coesione e 7,5 miliardi dal nuovo schema di solidarietà europea. Ma come dichiarato dal premier magiaro Viktor Orban, condizionare l’erogazione dei fondi al rispetto dello Stato di diritto «trasformerebbe l’Unione Europea in una nuova Unione Sovietica». Orban ha tutto l’interesse ad alimentare la tensione con Bruxelles per strappare ulteriori voti in vista delle elezioni del 2022, però, al di là dei toni, qualcosa in questa faccenda dello Stato di diritto non torna davvero.

Con Stato di diritto, infatti, la Commissione europea non si riferisce soltanto ai temi della magistratura indipendente, della lotta alla corruzione, del pluralismo dell’informazione, del bilanciamento dei poteri, e in generale della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini. Intende dare vere e proprie patenti di democraticità agli Stati anche in base alla tutela dei nuovi diritti civili. Nel primo report del 30 settembre sul rispetto dello Stato di diritto nell’Ue, ad esempio, la Polonia è stata censurata per il trattamento di Ong e gruppi Lgbt.

Ursula von der Leyen ha poi parlato della necessità di definire strategie per realizzare un piano che implementi l’ideologia Lgbtqi negli ordinamenti giuridici dell’Unione e degli Stati membri.

Dunque, se Polonia e Ungheria non concordano sul progresso delle richieste LGBT o sull’immigrazione clandestina, scattano le guardie UE pronte a penalizzarle. E dovrebbero anche accettare. Il perché non si sa, come non si sa – e da tempo – perché dovremmo accettare noi.

Il penoso tentativo del PD di fare suo il concetto critico di “anti-italiani”

Il PD – o, se preferite il Feudo –  è così. Nella fattispecie, “ruba” concetti che non sono mai stati propri. Da prima della sua costituzione, si è appropriato del Risorgimento, ha distrutto la Vittoria nella Prima Guerra Mondiale, ha trasformato una tragica sconfitta in successo. Poi ha deciso che in tempo di pandemia fosse il caso di appropriarsi anche di una reazione istintiva del popolo italiano fatto di tricolori e di inno nazionale. Adesso prova a fare propria anche la critica all’anti-italianisimo, pur essendone la principale fonte culturale da almeno 50 anni.

I Paesi ribelli, ovvero Ungheria e Polonia, rifiutano il Recovery Fund perché si permettono di non sottostare ai ricatti di Bruxelles come noi, dunque sono “anti-italiani”, “amici di Salvini e Meloni”.

A parte il fatto che, come si spiegava prima, non si capisce perché dovrebbero essere “filoitaliani” visto che hanno i propri popoli da curare e custodire, come è giusto che sia.

Ma la questione è ben più semplice, come lo era nel caso dell’immigrazione clandestina: rifiutare un cancro invece che accettarlo non è certamente motivo di biasimo. Anzi.

I veri anti-italiani, come sempre, il cancro lo accettano supinamente. E indovinate dove sono?

(di Stelio Fergola)

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