Joe Biden presidente

Joe Biden presidente: si è persa una battaglia, non la guerra

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Joe Biden presidente, e già si ritorna al passato. Vi si fa ritorno in base ai primi annunci del nuovo inquilino della Casa Bianca, ma non solo. È sufficiente il passato per inquadrare il personaggio meglio di qualsiasi altra cosa.

Joe Biden presidente, le guerre e gli USA “paese guida”

Di Biden sapevamo già tutto. Conoscevamo a menadito il suo excursus politico negli ultimi 40 anni, che lo ha visto sostenitore di tutte le guerre in cui sono stati coinvolti gli USA. Ne conoscevamo l’affiliazione al cosiddetto Deep State di estrazione neocon che solo un cieco potrebbe ormai anche solo di pensare di accomunare non solo a Trump, ma a qualsiasi azione di politica estera del Tycoon negli anni del suo mandato. Conoscevamo il supporto pressoché unanime verso la sua candidatura dei giganti del capitalismo globalista americano, da Amazon, a Twitter e Facebook.

Joe Biden presidente

Non siamo noi, ma lo stesso Joe Biden ora presidente, a pubblicare una sintesi efficace dei suoi orientamenti in Foreign Affairs di aprile scorso, intitolata Why America must lead again. Rescuing foreign policy after Trump. Alcuni passaggi di quell’articolo sono abbastanza significativi. Su tutti la sintesi del ruolo degli USA quale “paese guida” dopo Trump: “As a nation, we have to prove to the world that the United States is prepared to lead again—not just with the example of our power but also with the power of our example”.

L’articolo è soltanto una raccolta di ciò che è stato Biden come politico, fiero sostenitore di ogni movimento militare statunitense dagli anni Ottanta ad oggi.

Gli USA torneranno ad essere i “poliziotti del mondo”, il “congelamento” che Trump era riuscito ad ottenere in Medio Oriente, i buoni rapporti costruiti con l’Iran e con la Siria, e perfino con la Corea, saranno soltanto un lontano ricordo. Per la gioia di antiamericani aprioristici, i quali hanno bellamente ignorato i fatti di questi ultimi 4 anni, puntando su ciò che non è stato raggiunto in un periodo davvero breve per qualsiasi azione politica, e concentrandosi su ciò che – guarda un po’ – la presidenza Trump non era ancora riuscita a smuovere.

Un ritorno alle origini, su tutto

Accoglienza indiscriminata, globalismo, nazifemminismo, aborti no limits. C’è tutto, nella formazione di Biden, ma proprio tutto per spazzare via ciò che – con fatica e non senza contraddizioni – l’amministrazione Trump aveva iniziato a costruire. Certo, utilizzando i toni umanitari e definendo lo schiavismo legalizzato come “protezione umanitaria”, ma quella è una tattica alla quale, ormai, siamo abituati:

I will immediately reverse the Trump administration’s cruel and senseless policies that separate parents from their children at our border; end Trump’s detrimental asylum policies; terminate the travel ban; order a review of Temporary Protected Status, for vulnerable populations; and set our annual refugee admissions at 125,000, and seek to raise it over time, commensurate with our responsibility and our values. I will reaffirm the ban on torture and restore greater transparency in U.S. military operations, including policies instituted during the Obama-Biden administration to reduce civilian casualties. I will restore a government-wide focus on lifting up women and girls around the world.

Con Biden, infine – ma non perché sia meno importante, visto che è il punto che ci interessa di più – dovremo aspettarci anche un ritorno degli Stati Uniti a rapporti cordiali con l’Unione Europea, laddove Donald Trump aveva comunque iniziato una politica di progressivo allontanamento se non, in certi frangenti, di aperta ostilità. Premesso che nessuno possa pensare di ottenere il salvataggio diretto esclusivamente dall’aiuto oltreoceano, se ne va un punto di riferimento fondamentale per le politiche e le azioni culturalmente orientate in senso euroscettico.

Joe Biden presidente: si è persa una battaglia, non la guerra

Fino a 10 anni fa il sovranismo non esisteva neanche come concetto. Al 2013 rappresentava una minoranza strettissima della popolazione occidentale e in special modo europea. Oggi la metà dei cittadini del vecchio continente è euroscettico, e a prescindere dalle controversie sul voto americano, anche metà di quelli statunitensi è ostile al corso tradizionale della loro politica.

Come diceva giustamente Claudio Borghi nella sua diretta Facebook di ieri sera, non è avvenuto nulla di clamoroso. Aspettarsi che il mondo globalista e progressita non avrebbe messo a segno nessun colpo, dopo le due mazzate clamorose e inaspettate come la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016, è irrealistico e ingenuo.

Certamente, era auspicabile un esito diverso. Ma anche così, la Restaurazione farà molta fatica a tornare indietro su tutto ciò che è avvenuto negli ultimi quattro anni. Certamente, sarà un bel ritorno al passato.

Ma la società occidentale, nel frattempo, è cambiata. E negli ultimi dieci anni ha sviluppato una consapevolezza prima semplicemente inesistente.

(di Stelio Fergola)

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