La politica, l'umanesimo e l'antiumanesimo

La politica, l’umanesimo e l’antiumanesimo

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Umanesimo è un termine che racchiude molteplici significati a seconda dell’interpretazione che ne è stata data dalle differenze culture, epoche storiche e scuole filosofiche.

È comunemente definito come una categoria di filosofie che affermano la dignità e il valore di tutte le persone. Tralasciando in questo caso il più noto Umanesimo classico è necessario distinguere le differenti interpretazioni odierne che si danno dell’umanesimo. Spesso si è sentito parlare di post o transumanesimo in merito a tematiche legate all’intelligenza artificiale, la cibernetica, l’eugenetica, in cui traspare un’idea positiva dell’uso della tecnica e del progresso.

Il nuovo umanesimo

Tale corrente di pensiero trova attualmente una forte corrispondenza nella filosofia che anima le imprese commerciali dei giganti del web e della Silicon Valley in generale. Ha assunto di recente una certa notorietà anche il termine ‘Nuovo Umanesimo’ coniato dal filosofo francese Edgar Morin e citato a più riprese dal premier Giuseppe Conte e da papa Bergoglio.

Spiega Morin in proposito: “Oggi serve un nuovo umanesimo… Come apprendere a vivere? La conoscenza non si ha con la frammentazione ma con l’unione. È necessaria una riforma della conoscenza del pensiero, un nuovo umanesimo globale che sappia affrontare i temi della persona e del pianeta. I giovani oggi si sentono persi, non trovano le ragioni dell’essere. Durante la seconda guerra mondiale i ragazzi dovevano resistere al nazismo, divennero partigiani, contribuirono a liberare le loro vite e le loro nazioni. E oggi? Oggi i giovani sono chiamati ad affrontare un compito ancora più ampio: la salvezza del genere umano. Hanno una missione grande davanti a loro e dobbiamo educarli ad apprendere e a maturare una conoscenza adeguata ad assolvere a questo compito fondamentale a cui sono chiamati

E riguardo la visione politica che si delinea con il nuovo umanesimo aggiunge: “Può essere accostato, mi verrebbe da dire, a un cocktail di filoni di pensiero politico, da quello liberale-libertario, a quello social-riformistico, e quello comunista-fraternitario, tutti valorizzati nelle loro istanze di fondo attraverso una chiave unificatrice che definirei ecologica”.

L’umanesimo, la cultura, le guerre

Sicuramente più sfuggente e meno utilizzata del dibattito politico-filosofico è la locuzione di Antiumanesimo, che si pone per definizione in aperta antitesi ad ogni genere di pensiero umanistico. L’antiumanesimo, di cui risulta difficile rintracciare dei pensatori comuni (si va dall’esistenzialismo cristiano, alla letteretura di Kafka e Dostoevskij fino all’irrazionalismo filosofico), decostruisce il discorso sull’uomo, che in quanto essere razionale dotato di facoltà intellettuali e morali, possa essere in grado di aspirare a migliorare se stesso e l’intera umanità.

Si può prendere come esempio di questo discorso decostruttivo la massima autorità mondiale nel campo dell’educazione, delle scienze e della cultura: l’Unesco. Nel preambolo dell’atto costitutivo dell’organizzazione è enunciato “Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace”. Nella filosofia dell’Unesco si può rintracciare all’origine anche un carattere transumanista: a coniare tale termine fu proprio il primo direttore dell’Unesco Julian Huxley, appartenente di quella famiglia britannica che ha tuttora una notevole influenza nel mondo scientifico e non solo.

Secondo gli obiettivi posti da questa organizzazione l’istruzione rappresenta uno strumento tale da contribuire alla creazione di quella pacificata comunità internazionale di cui l’UNESCO è appunto un’appendice. L’istruzione, così come la cultura tout court, secondo questa filosofia rappresentano l’elemento fondamentale al fine di evitare incomprensioni e conflitti tra i diversi popoli della terra. Un popolo più istruito è un popolo che rinuncia alla guerra, questa sembra essere l’equazione, di fatto smentita da qualche esempio storico: la grande cultura dell’Atene di Pericle, dell’Italia rinascimentale o delle rivoluzioni liberali non frenarono la bellicosità dei paesi coinvolti rispetto ad altre epoche meno produttive culturalmente parlando. Basterebbe prendere come esempio le guerre civili in cui si combattono tra i membri della stessa comunità nazionale.

Allo stesso tempo neanche la forma di Stato è sufficiente ad attestare la maggiore o minore bellicosità di uno Stato, basti pensare alle democrazie che esportano manu militari i loro modelli. Gli aspiranti cosmopoliti devono arrendersi alla realtà dei fatti e ricercare quel minimo comune denominatore, casomai ve ne fosse uno, per il raggiungimento della kantiana pace perpetua, al di fuori dell’ambito educativo e culturale. La pace tra due o più Paesi deriva piuttosto dalla convergenza degli interessi.

I valori attraverso i quali una potenza si sente legittimata ad intervenire militarmente quasi sempre fanno da paravento ideologico. Si pensi ai diritti umani: spesso l’estensione di questi diritti si è tradotta in una palese violazione del diritto di non ingerenza e si è rivelata come copertura ideologica degli interessi delle superpotenze. L’intervento umanitario dovrebbe essere qualcosa di completamente differente rispetto alla guerra, in quanto sulla base della sua aspirazione originaria considera i cittadini dello stato in cui si interviene come parti a sé stanti, dotate d’ individualità etica e giuridica. Tale differenza tra i cittadini oppressi e stato oppressore inevitabilmente viene a mancare non appena le operazioni militari cominciano.

Un approccio antiumanistico della politica

Il risultato pratico di un pacifismo assoluto sarebbe quello di permettere ai più violenti di imporre la volontà agli altri. Attraverso il disvelamento delle cause degli dei avvenimenti storici (come insegna l’opera di Tucidide), la demistificazione delle dinamiche di potere, l’irrazionalità dell’esistente e dal pessimismo antropologico su cui il realismo fa leva è possibile giungere ad un approccio antiumanistico della politica, inteso come sfiducia delle autonome facoltà mentali, intellettuali e morali dell’uomo. La cultura è insufficiente ad influire sulla sfera etica.

Anche il sapere, in questo caso politico, diretto verso il più sommo bene, nulla può contro la physis. La violenza presente negli esseri umani probabilmente iscritta alla nostra biologia spesso può essere trasmessa, sorretta o potenziata dalla cultura. In virtù di quanto finora esposto è evidente che il ruolo dell’azione politica e ciò che può guidarla idealisticamente, ovvero l’ideologia del progresso di origine illuminista, appare ridimensionata: ciò che l’azione politica in realtà può ottenere è limitato. Nella realtà il progresso può generare un effetto ambiguo perché ad esso si accompagna sempre un potenziale regresso. Ad un progresso nei vari campi della tecnica non si accompagna necessariamente un progresso storico, morale o politico.

(di Emilio Bangalterra)

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