10 febbraio: un ricordo nazionale e non globale

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Il 10 febbraio è la giornata del Ricordo. Sì, cominciamo in modo banale, forse perché non c’è altro modo, se non fare un breve sunto del Ricordo delle migliaia di vittime nelle foibe, vittime della violenza titina al termine di quella tragica seconda guerra mondiale che vide l’Italia così rovinosamente e drammaticamente sconfitta.

In questa giornata, però, vorrei cercare di pensare al concetto stesso del “Ricordo” utilizzando un approccio leggermente diverso rispetto a quello usualmente in voga, tendente a riepilogare le responsabilità della strage e – sottesamente – anche a ingaggiare una sorta di “concorrenza” con la spesso inflazionata “Giornata della Memoria” riguardante la Shoah e il modo francamente penoso con cui essa è stata sovente sfruttata negli scorsi decenni.

10 febbraio: ricordare è anzitutto una questione nazionale

Sembra quasi che questo “pianeta unito” frutto della globalizzazione nascente abbia in qualche maniera inciso, sin dagli albori del secondo dopoguerra, sulle tragedie che possono colpire una qualsiasi nazione o popolo. Gli ebrei sono un popolo, indubbiamente sui generis, ma certamente un popolo. Sono popolo nonostante siano, al contempo, italiani, tedeschi, francesi e tutte le nazioni presso cui si sono integrati. E hanno il sacrosanto diritto di piangere i loro morti.

Allo stesso modo gli italiani hanno il sacrosanto diritto di non dimenticare le tragedie che li hanno resi vittime innocenti. La questione, al contrario, sembra quella di ingaggiare una sorta di “concorrenza con la Shoah”, indubbiamente generata dalla mercificazione della Shoah stessa che, dal 1945 in poi – e per molti – è quasi ritenuta l’unico dramma mai vissuto nella storia dell’umanità o in alternativa – ad essere moderati – “soltanto” la più grande tragedia dell’esperienza umana in qualche centinaio di migliaia di anni di storia.

Ed ecco che, dalla seconda metà del ventesimo secolo, la lista delle giornate mondiali si ingrassa, ma in quanto a genocidi e crimini di guerra il “monopolio” della Shoah sembra inattaccabile. La nascita del giorno del Ricordo, la cui prima celebrazione è datata 10 febbraio 2005, sembra in qualche maniera spezzare questo strano monopolio, almeno in Italia.

Il che, senza dubbio, è un bene. Io però credo che l’umanità intera avrà fatto un significativo passo verso la genuina intimità con tali vicende quando la smetterà di tentare di universalizzare drammi che sono – come è logico che sia – più legati alla storia di un popolo come quello ebraico, che non ad altri. Senza nulla togliere – e ci mancherebbe – al dovuto rispetto per i morti che ci sono stati.

Nella storia dell’uomo le vittime innocenti non si contano. Ma non possono essere ritenute uguali per tutti.E chi pensa il contrario sta operando una forzatura – l’ennesima – contro le diversità dei popoli.

L’ipocrisia del Ricordo a sinistra

Alla sinistra italiana dei migliaia di italiani morti non frega nulla. Stucchevole, per non dire penoso, è quanto pubblicato oggi dalla deputata del partito democratico Alessia Morani, dapprima con un post retorico e falso peggio di un capo firmato venduto ai mercatini di “commozione” per l’anniversario del Ricordo, poi con una ridicola indignazione – probabilmente per “riequilibrare” ad ogni costo la posizione precedente, troppo vicina a valori concorrenziali ritenuti “di destra” – riguardo un’iniziativa sempre riguardante il 10 febbraio che coinvolgeva anche Casapound.

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Cosa dà fastidio all’onorevole Morani, di grazia? Donare due libri è forse un crimine? Norma Cossetto si può ricordare oppure non va bene perché nel mezzo dell’iniziativa c’è la parola “Casapound”? E quella parola, per caso, rende l’iniziativa da sola meno degna e addirittura vergognosa?

Si rilassi, signora Morani. Non è obbligata a parlare delle Foibe se non ne ha la minima intenzione. Non veniamo da una cultura oppressiva come la sua e non pensiamo sia un obbligo piangere per fare bella figura.

Perché l’unica che deve vergognarsi, cara “onorevole” (anche se mi fa ribrezzo dover utilizzare questo appellativo in questo caso), è lei. Ma passiamo oltre.

L’importanza della Nazione nel Ricordo

Nel contesto di una cultura dominante che non fa altro che ricordarci quanto l’unità italiana sia stata fasulla, sbagliata, imposta e lontana dal popolo, la reale importanza della giornata del Ricordo non risiede tanto nella “competizione” con chi – in modo iniquo – sfrutta periodicamente la Shoah per questioni che con l’umanità non hanno nulla a che vedere.

Ma nello smentire proprio il grande mantra dell’Italia che non è Nazione, che è popoli completamente diversi gli uni dagli altri, che non è mai stata caratterizzata da qualsivoglia sentimento nazionale.

Ebbene, le tragedie giuliane, istriane e dalmate sono la dimostrazione più fulgida dell’idiozia di queste asserzioni. Italiani che avevano soltanto la colpa di sentirsi tali furono eliminati senza pietà, esattamente in quanto italiani.

La Nazione che non esiste e che viene spesso descritta quale un concetto inesistente e perfino odiato nel vecchio Nord Est, era così odiata che gli stessi abitanti di Trieste resero la città quasi un campo di guerriglia, tra il 1953 e il 1954, organizzando rivolte e proteste. Era così odiata negli anni Cinquanta che proprio i triestini festeggiarono il ritorno della città alla madrepatria affollando Piazza dell’Unità d’Italia alla fine dell’ottobre 1954.

Erano tutti pazzi, tutti indottrinati, tutti fascisti o semplicemente tutti italiani? Ed è un discorso che vale esattamente allo stesso modo, che si parli di vittime, di rivoltosi o di gente festante.

Dunque, più che concentrarmi sulla giornata del Ricordo piangendone esclusivamente le vittime, aggiungerei un altro valore che continuiamo a dimenticare tutti: l’importanza che quella tragedia rappresentò per il sentimento e l’identità nazionale italiane.

Concetti che hanno un vissuto fatto di gioie e di sofferenze molto più grandi di quanto la penosa cultura antipatriottica tenti di sminuire.

(di Stelio Fergola)

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