Mario Draghi

Controstoria di Mario Draghi, convocato da Mattarella al Quirinale

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato domani mattina al Quirinale Mario Draghi, l’ex Presidente della Banca Centrale Europea. Fallito il tentativo di costruire un Conte ter. “Ringrazio il Presidente della Camera dei Deputati per l’espletamento – impegnato, serio e imparziale – del mandato esplorativo che gli avevo affidato”, ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine del colloquio con il presidente della Camera. Dalle consultazioni al Quirinale “era emersa, come unica possibilità di governo a base politica, quella della maggioranza che sosteneva il Governo precedente. La verifica della sua concreta realizzazione ha dato esito negativo”. Per il Capo dello Stato “vi sono adesso due strade, fra loro alternative. Dare, immediatamente, vita a un nuovo Governo, adeguato a fronteggiare le gravi emergenze presenti: sanitaria, sociale, economica, finanziaria. Ovvero quella di immediate elezioni anticipate. Questa seconda strada va attentamente considerata, perchè le elezioni rappresentano un esercizio di democrazia”.

Chi è Mario Draghi

Come riporta l’Adnkronos, uomo del fare, pragmatico, determinato e concreto: sono le caratteristiche che a Draghi, romano, classe 1947, sono state sempre riconosciute nella sua lunga carriera. Una fama che si guadagna fin dai tempi dell’università, a Roma negli anni Settanta, nella veste di allievo prediletto di Federico Caffè. Borsista del Mediocredito, studia e insegna nei migliori campus Usa e consegue un Ph.d in Economics presso il Massachusetts Institute of Tecnology (Mit). Poi inizia la stagione dell’insegnamento all”Università di Firenze dal 1981. Approda, negli anni Ottanta, nei grigi corridoi ministeriali nella veste di consigliere economico del ministro del Tesoro Giovanni Goria, che lo designa a rappresentare l’Italia negli organi di gestione della Banca mondiale. Sono le tante esperienze che lo rendono nel 1991 il candidato ideale per la poltrona di direttore generale del Tesoro, allora incarico poco retribuito e non troppo ambito.

Per molti doveva essere una tappa di passaggio in attesa di tempi migliori. E invece Mario Draghi riesce a trasformare quell’incarico in una delle poltrone chiave per l’economia del paese. Negli stessi anni è membro del Comitato Monetario della Cee e del G-7 Deputies, nonchè presidente del Comitato di Gestione Sace. Dal ’91 al ’96 è nel Cda Imi e dal ’93 presiede il Comitato per le Privatizzazioni. Dal ’94 al ’98 è presidente del G-10 Deputies. Sempre con grande discrezione, assume il controllo dell’industria e della finanza a partecipazione pubblica in via di privatizzazione e le redini della preparazione dei documenti di politica economica. Passano i ministri e gli schieramenti, con i governi Andreotti, Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema, ancora Amato e ancora Berlusconi, ma per dieci anni il ‘Direttorè resta al centro dell’economia e della finanza pubblica.

Le sfide di Draghi

Come ricorda l’Adnkronos, sono anni di sfide difficili che, anche grazie alla grande stagione delle privatizzazioni, da Eni a Telecom da Imi a Comit e Bnl, cambiano il profilo economico del Paese e lasciano in eredità al ministero di via XX settembre una forte struttura tecnica e relazioni internazionali consolidate. La centralità di Draghi nel panorama economico italiano è tale che finisce anche al centro delle polemiche. E’ il caso della riunione del Britannia, con i principali banchieri d’affari inglesi, a portarlo nel mirino di chi lo accusa di voler svendere il patrimonio nazionale. Ma a prevalere, ancora una volta, è ruolo chiave che Draghi svolge guidando un momento particolarmente difficile dell’Italia che, sulla strada verso Eurolandia, vede la lira fuori dallo Sme sotto la pressione di una finanza pubblica alle corde. Ed è lui a condurre la difficile trattativa per il rientro della moneta nazionale, passaggio chiave per la successiva ammissione all’euro. Privatizzazioni ma non solo. Il nome di Draghi si lega soprattutto al nuovo testo per la Finanza, che passa alla storia, appunto, come ‘legge Draghì.

Una legge che contiene le nuove regole sull’opa, con l’obbligo di lanciarla per chi acquista oltre il 30% di una società con un prezzo identico per i piccoli e grandi azionisti, che consente al capitalismo italiano di iniziare a confrontarsi con i mercati internazionali. Una legge messa alla prova per la prima volta nel 1999 con la scalata di Roberto Colaninno su Telecom. Una lunga stagione, quella di Draghi al ministero del Tesoro, che si chiude nel 2001 quando il ministro Tremonti chiama a sostituirlo Domenico Siniscalco. Draghi lascia Via XX Settembre e torna ad insegnare negli Stati Uniti. Nel 2002 l’ingresso in Goldman Sachs a Londra di cui ben presto diviene vice presidente per l’Europa. Il 29 dicembre 2005 diventa il nono governatore della Banca d’Italia. Draghi viene chiamato a sostituire Antonio Fazio, costretto alle dimissioni in seguito allo scandalo di Bancopoli. A causa di questa vicenda la durata dell’incarico conferito a Draghi ha un mandato a termine di sei anni, rinnovabile una sola volta. Ma il nuovo Governatore vuole subito dare il segno della discontinuità rispetto al predecessore. In un discorso del 2006 dichiara che non sarebbe mai intervenuto per influenzare operazioni di mercato, neanche laddove la legge gliene conferisse facoltà. Intanto, invita il sistema bancario italiano a fusioni e aggregazioni per evitare, date le piccole dimensioni, di venire acquisite da istituti di credito stranieri. Contemporaneamente si batte per la revisione delle regole sui rapporti tra banche e imprese in due direzioni: l’innalzamento dei limiti alle partecipazioni che le banche possono detenere in gruppi industriali e alle partecipazioni nelle banche da parte di soggetti non finanziari.

La crociera del Britannia con Mario Draghi

Su IlDubbio Paolo Delgado ricorda la Crociera del Britannia del 1992 quando si decide la “svendita” dell’Italia e del suo patrimonio. Protagonista proprio Mario Draghi. L’operazione avviata in quella mezza giornata sul mare era in realtà già stata decisa e non solo perché quella era allo-ra, dopo la rivoluzione thatcherian- reaganiana, il dogma economico dal quale si erano lasciati ipnotizzare tutti, la sinistra “di governo” non meno della destra. Anche e soprattutto perché quella gigantesca dismissione era condizione imprescindibile per entrare nella nascente moneta unica. Ce lo chiedeva l’Europa. Chiedeva parecchio: lo Stato controllava treni, aerei e autostrade per intero, idem per acqua, elettricità e gas, l’ 80% del sistema bancario, l’intera telefonia, la Rai, porzioni consistenti della siderurgia e della chimica. I settori di partecipazione erano praterie sconfinate: assicurazioni, meccanica ed elettromeccanica, settore alimentare, impiantistica, fibre, vetro, pubblicità, supermercati, alberghi, agenzie di viaggio. Impiegava il 16% della forza lavoro nel Paese.

Vendere, o svendere, quel patrimonio, secondo i dettati della teoria economica imperante avrebbe raggiunto tre risultati: ridurre il debito pubblico che ammontava allora a 795 mld di euro, rendere più efficienti e competitivi i settori in via di privatizzazione, aumentare l’occupazione. In quell’inverno del 1992, mentre tangentopoli colpiva durissimo e si attendeva un referendum che tutti sapevano avrebbe siglato il Game Over per la prima Repubblica, nei corridoi di Montecitorio non si sentiva parlare che di “privatizzazioni” e “cartolarizzazioni”. Era la panacea, il sospirato miracolo, la bacchetta magica.

Si partì nel luglio 1993, con la vendita, o svendita, della prima tranche del gruppo SME, controllato dall’Iri. L’onore di aprire la strada toccò ai surgelati e ai dolci: Motta, Alemagna, Surgela più varie e molte eventuali. Se li aggiudicò la svizzera Nestlè.

L’accusa di Cossiga: “Un vile affarista”

Un vile. Un vile affarista. Non si può nominare Presidente del Consiglio dei ministri chi è stato socio della Goldman Sachs, grande banca d’affari americana. E male, molto male io feci ad appoggiarne, quasi ad imporne la candidatura a Silvio Berlusconi. (…) È il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica italiana. (…) E immaginati che cosa farebbe da Presidente del Consiglio dei ministri! Svenderebbe quel che rimane.

Francesco Cossiga su Mario Draghi (24 gennaio 2008).

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