USA 2020: la Gabbard può compiere la Rivoluzione di Trump?

USA 2020: la Gabbard può compiere la Rivoluzione di Trump?

Se abbiamo pubblicato già diversi articoli su di lei in pochi giorni, un motivo c’è, ed è politico. “Non succede, ma se succede…”, beh, allora Tulsi Gabbard potrebbe compiere la rivoluzione iniziata da Donald Trump negli USA. Che chiameremo senza giri di parole “Rivoluzione politica americana”. Si dirà, da oppositrice e da sfidante. La risposta è esattamente quella.

Chi segue le vicende oltreoceano non può non aver notato come le amministrazioni statunitensi non abbiano mai realmente modificato la propria politica (soprattutto estera) al netto delle vittorie dei democratici o dei repubblicani. Come abbiano sempre spinto sull’acceleratore sui temi del liberismo sfrenato senza confini, dal lavoro a basso costo all’espansione dei mercati senza alcuna regola.

Donald Trump è stato, almeno finora, uno spartiacque. Con fatica e qualche contraddizione (Iran, Arabia Saudita), il Tycoon ha di fatto impresso una svolta ad entrambe: sia in politica interna (lotta alle delocalizzazioni, stop definitivo o quasi agli ingressi di clandestini) che in politica estera, dove è riuscito a non inasprire i rapporti con la Russia, di fatto a non intervenire militarmente in Siria nonostante due bombardamenti del tutto simbolici, e addirittura a suggellare la distensione con Kim Jong Un.

Dunque a una storica azione Democratica o Repubblicana imperialista, interventista, “esportatrice di democrazia”, liberale oltre ogni limite concepibile, si è sostituita un’altra decisamente all’opposto. Trump, avendo contro tutto il Partito Repubblicano, è riuscito in due anni a invertirne le tendenze dall’interno.

La Gabbard, da sponda democratica, propone concetti simili. Basta ingerenze nelle sovranità altrui, autocritica sui disastri prodotti in Libia, sostegno ad Assad, stop alle migrazioni di massa, sostegno alla lotta contro il terrorismo intrapresa dalla Russia di Putin. Non a caso, mezzo mondo liberal – per il quale all’improvviso la prospettiva di una “prima donna presidente” non è più così allettante – le si è scagliato contro.

E sarà durissima, forse impossibile. Si fa notare che l’elettorato democratico sia molto meno propenso al cambiamento rispetto a quello repubblicano, dunque troppo attaccato ai concetti di società aperta, antirazzismo in assenza di razzismo e solite sciocchezze retoriche senza costrutto. E che di conseguenza la solitudine della Gabbard nella giungla liberal che la vorrebbe fuori da giochi il prima possibile potrebbe essere ben più decisiva di quella in cui si è trovato Donald Trump da quando manifestò la sua intenzione di candidarsi alla Casa Bianca.

Ma anche Trump era solo, anche Trump aveva contro l’intero partito, anche Trump doveva rendere consapevole un elettorato della politica disastrosa e pericolosissima che i neocon avevano impostato per il Paese nei 30 anni precedenti. Anche Trump dovette fare una scalata incredibile e assolutamente imprevedibile. Quindi “mai dire mai” è un’opzione in cui dover credere in ogni caso.

Se la Gabbard ce la dovesse fare, il due partiti di riferimento delle elezioni statunitensi 2020 sarebbero guidati da personalità a tutti gli effetti controtendenti rispetto alla dittatura politica neocon alla quale siamo stati abituati per decenni. E sarebbe davvero la Rivoluzione politica americana. Forse la più grande dai tempi del New Deal.

(di Stelio Fergola)

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