Delirio Picierno: sui social contro i "fondamentalisti" pro-vita

Delirio Picierno: sui social contro i “fondamentalisti” pro-vita

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Pina Picierno sulla propria pagina facebook la spara altissima, e nasce un concetto forse nuovo, quanto assurdo: quello di “fondamentalisti pro-vita”.

Picierno contro i “fondamentalisti” pro-vita

È irremovibile Pina Picierno – sì, quella che “con 80 euro una famiglia fa la spesa per due settimane” – non si arretra di un passo: la violenza non la spaventa, le pratiche oscene non le fanno paura, i gruppi fondamentalisti vanno combattuti.

Picierno fondamentalisti pro-vita

Parole forti ma non potrebbe essere altrimenti: all’Onorevole, questa mattina, è stata recapitata una “riproduzione di un feto in plastica”. Con inaccettabile “violenza ricattatoria”, dei fondamentalisti pro-vita hanno inviato alla Picierno l’immagine in scala della vita nascente.

Delirio Picierno: sui social contro i "fondamentalisti" pro-vita

Ora, chi non sarebbe intenerito dall’immagine di ciò che tutti noi, Picierno inclusa, siamo stati nel grembo materno?

Proprio lei, la Pina nazionale! “Se i fondamentalisti pensano di farmi e farci arretrare nelle lotte per i diritti sbagliano. Questa pratica oscena di dissuasione è solo l’ultima offesa che useremo come legna da ardere per fare luce sul loro oscurantismo patriarcale”.

L’onorevole vede violenza nell’immagine di un feto, “colpevolizzazione, strumentalizzazione di una decisione come l’aborto”

Quella che le è stata recapitata questa mattina, tuttavia, non è una minaccia o un’intimidazione ma la rappresentazione in 3 dimensioni di quello che lor signori abortisti chiamano “grumo di cellule”.

Verrebbe da pensare che la verità all’Onorevole faccia paura.

Come fa un feto a diventare un mostro?

Non c’è nulla di violento nell’immagine di un feto eppure vederne uno di plastica dentro a una scatolina ha suscitato la più scomposta e assurda delle reazioni: Pina Picierno arriva a scomodare parole come fondamentalismo, violenza ricattatoria, oscurantismo patriarcale per definire il gesto di chi, semplicemente, l’ha messa davanti all’immagine della verità.

E la verità è che un feto, nel momento in cui viene strappato dal ventre materno, ha le fattezze di quello che le hanno recapitato in quella scatolina piena di violenza e oscurantismo patriarcale: è vita.

Non vita in potenza: vita. Già perfetta e compiuta in sé.

E l’aborto è negazione di quella vita.

Quindi, chi si batte perché quella vita possa essere negata in modo facile, veloce, indolore, con quella vita, con quell’immagine, deve fare i conti.

Tutti i giorni.

Dovrebbe tenere quel feto di plastica sulla scrivania, mentre si batte per la libertà di sopprimerlo con la stessa facilità con cui si beve un frullato, mentre blatera di diritti, di libertà, di scelta, di civiltà negando che quella sia vita.

Se l’Onorevole ha bisogno di manipolare la realtà per accettare e rendere accettabili le proprie “battaglie di civiltà”, se ha bisogno di negare che quella che si strappa dal ventre materno sia vita, se deve volgere lo sguardo altrove perché la vista di una “riproduzione in plastica di un feto” le suscita senso di colpa, forse dovrebbe cominciare a domandarsi se quella in cui ha scelto di stare sia la parte giusta.

E, già che c’è, potrebbe anche vergognarsi di aver scritto che l’immagine di un feto sarebbe “uno schiaffo in faccia a tutte le donne che un figlio lo hanno perso o che non possono averlo”: lo schiaffo in faccia a quelle donne, Onorevole, lo danno tutti i giorni quelle che ricorrono all’aborto come metodo anticoncezionale, quelle che campeggiano sorridenti sui manifesti 6×3 raccontando di come sia facile sbarazzarsi di un figlio con una compressa, quelle che “ho abortito e sono felice”.

Lo schiaffo a quelle povere donne che hanno amorevolmente portato in grembo un figlio e lo hanno perso prematuramente lo date voi, quando parlate di grumo di sangue, figlio non voluto, incomodo di cui sbarazzarsi in fretta e nella maniera più veloce e indolore possibile.

(di Dalila di Dio)

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