Divin Codino Baggio

“Il Divin Codino”, quel Baggio a cui mancò lo scatto finale

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Partiamo dalla premessa che Il Divin Codino, il film su Roberto Baggio, è molto carino. Una premessa necessaria in quanto quella che leggerete non è una recensione, ma qualcosa di più “disordinato” ed intimo, visto il coinvolgimento da tifoso di chi scrive. Chiamiatela pure l’esperienza personale di uno spettatore che ha vissuto Il Divin Codino rimanendo letteralmente a bocca aperta per ciò che era capace di fare sul campo, un po’ meno per le sue “assenze” nei momenti decisivi in cui si poteva sul serio alzare una coppa.

Dicevamo, gradevole in modo inaspettato, anche soltanto per la scelta del cast e dell’attore protagonista (Andrea Arcangeli) che riesce a comunicare l’idea – non semplice per le personalità ancora viventi – di trasmettere il feeling del personaggio in oggetto e non di una sua sottospecie di “imitazione”.

Ciò detto, una pellicola come questa trascende dalla semplice valutazione cinematografica, avendo come soggetto un calciatore troppo importante per la storia italiana, non solo per quanto visto sul campo ma anzitutto sotto un profilo culturale.

Il Divin Codino: la vita di Roberto Baggio

Il Divin Codino racconta la storia di Baggio in modo abbastanza prevedibile, partendo dalle origini al Vicenza e tentando di trasmettere anche questioni personali della vita del fuoriclasse di Caldogno. Si respira aria veneta sin dai primi minuti, ci si concentra sul terribile infortunio che il numero 10 affrontò a soli 18 anni, il calvario, la ripresa, l’adesione al Soka Gakkai, fino all’esplosione definitiva.

Di Roberto Baggio chi scrive è stato letteralmente innamorato, per anni. Per anni non si è mai sognato di discuterlo. Ha cambiato parzialmente idea su alcuni aspetti del calciatore, soprattutto dopo il mondiale del 1994, quello del maledetto rigore sbagliato nella finale di Pasadena.

Tecnicamente, il Divin Codino Baggio era impossibile da discutere. Con la palla era in grado di fare tutto – ma davvero tutto – ciò che voleva. Come molti altri “colleghi” fantasisti, non era certo un asso nello stacco di testa. Ma sul resto, c’era veramente poco da discutere: formidabile realizzatore, formidabile tiratore, eccezionale sotto troppi punti di vista.

Dove Baggio mancava – e certamente la sfortuna fisica non ha aiutato – era nel carattere. Un’idea che mi ha sempre attirato tanti “vai a quel paese” (per essere gentili) dopo che cambiai decisamente percezione su di lui.

Quel carattere che a mio modestissimo parere ha contribuito almeno un pochino alle sue scarse vittorie: il palmares di Baggio vanta uno scudetto con la Juve vinto giocando solo metà stagione, un altro con il Milan in condizioni simili, una coppa Uefa e una coppa Italia.

Non sarebbe neanche male, se non fosse che l’unico trofeo vinto da assoluto protagonista sia stata proprio la Uefa 1992-1993 con la Juventus, in finale con il Borussia Dortmund. Tutto il resto, di fatto, da comprimario.

Non è un problema: non è necessario vincere per essere un campione a tutti i costi. Pesano la sfortuna, la squadra, tante e troppe variabili.

Però forse è sintomatico della traccia lasciata dal calciatore, che lo stesso film non riesce a rifuggire: il tema del sogno di “vincere i mondiali con il Brasile” si infrange con la realtà della più amara delle sconfitte. L’immagine chiave della pellicola è proprio quel rigore sbagliato a Pasadena, e non certo la coppa Uefa vinta – trascinando obiettivamente la squadra – nel 1993 (un episodio tralasciato dal film, forse colpevolmente, visto che testimonia il Baggio migliore di sempre).

Non è certamente il Pallone d’Oro, premio individuale che – sfido chiunque a sostenere il contrario – qualsiasi calciatore baratterebbe con il trionfo in una Coppa dei Campioni, in un campionato italiano da trascinatore o in una competizione per nazionali.

Perché l’impronta, la traccia lasciata da Roberto Baggio, non è una traccia vincente. Una conclusione amara ma incontrovertibile, forse ancora più amara considerando le imprese impossibili che Il Divin Codino trasformava in realtà sul campo da gioco.

E forse non è casuale che, dopo quel maledetto rigore, la carriera di Roberto Baggio abbia iniziato la fase calante, con i due scudetti vinti “a mezzo servizio” e un girovagare tra i club anche provinciali (Bologna e Brescia) nella fase finale della sua – comunque bellissima – storia calcistica.

Il clamoroso peso culturale di Roberto Baggio

Un film su Baggio era inevitabile. Per un motivo molto semplice: la stampa e gli appassionati hanno fatto con lui ciò che non hanno mai immaginato di fare con i numerosissimi talenti che hanno affollato la storia del calcio italiano. E forse è questo che lascia sbigottiti, perché la storia italiana racconta di Giuseppe Meazza, Giampiero Boniperti, Bruno Conti ma soprattutto di Gianni Rivera, Sandro Mazzola. Contemporanei a Baggio sono stati giocolieri assoluti del pallone come Gianfranco Zola, emerso forse un po’ troppo tardi. Successivi, giocatori come Alessandro Del Piero e Francesco Totti, probabilmente leggermente meno performanti tecnicamente ma i quali, in ogni caso, sono stati capaci di avere una carriera tutto sommato superiore.

Senza nulla togliere al talento clamoroso del fuoriclasse di Caldogno – al netto delle critiche che si possono muovere al suo profilo caratteriale un po’ troppo basso, almeno come percepito dall’esterno dal sottoscritto, non dimenticandosi mai del modo in cui ha affrontato una fragilità fisica comunque debilitante – la storia sembra raccontare che Baggio sia stato l’unico calciatore italiano dotato di una tecnica tanto clamorosa, quando evidentemente non è così.

Ma questo, se da un lato può sembrare una critica al modo in cui venga tramandato il ricordo di quello che in ogni caso è stato un fenomeno assoluto, dall’altro spiega come un film sul Divin Codino, su Roberto Baggio, fosse scritto negli astri. Troppa la rilevanza del personaggio nella storia del calcio italiano per poter eludere una rappresentazione comunque dovuta a un grande dello sport mondiale, prima ancora che italiano.

Il Divin Codino, Andrea Arcangeli e alcune chicche storiche

Non conoscevo questo attore, o per lo meno non la memoria fotografica non mi aiuta. Ma l’impatto che ha dato è stato efficace, e non era una cosa scontata.

Il Divin Codino Baggio

Non ho idea di come abbia lavorato in precedenza, ma l’idea di avere a che fare con un “Baggio cinematografico” è trasmessa a dovere, e non stona per niente con la storia che i minuti via via raccontano.

Certo, ci sono delle semplificazioni, inevitabili per un minutaggio tutto sommato breve come quello di un film (per la carriera di un calciatore forse una serie tv sarebbe preferibile, opinione personalissima), ci sono degli aspetti (ovviamente) romanzati, ma non si scade mai nell’eccesso o nel troppo smielato. Il film prende prevedibilmente le parti di Baggio in alcuni “momenti critici”. La sostituzione contro la Norvegia, nella famosa seconda partita del mondiale americano, quando il fuoriclasse chiese davanti alle telecamere di mezzo mondo “Io?” stupendosi della scelta del CT della nazionale Arrigo Sacchi, è una di queste. In pochi ricordano che Baggio, quel mondiale, lo aveva iniziato malissimo: esplose successivamente, inanellando una serie di prestazioni eccezionali che portarono la squadra miracolosamente in finale.

In altri, però, sembra leggere quasi nella memoria del sottoscritto: si evidenziano, soprattutto nel finale, i limiti caratteriali di un uomo a cui la natura aveva dato doti immense.

Alcuni dettagli sono particolarmente precisi: ad esempio, la polemica scoppiata con Sacchi sulla eccessiva rigidità degli schemi. All’epoca Baggio lamentò effettivamente la difficoltà nello sfruttare appieno le sue caratteristiche applicando alla lettera i “dogmi” sacchiani, una querelle che fece il giro della stampa sportiva italiana, Gazzetta e Corriere dello Sport su tutti.

Insomma, il “Baggio cinematografico” non si stacca in modo troppo marcato da quello reale e racconta comunque bene i fatti. E come si scriveva prima, per un film su una personalità ancora vivente, non era affatto una cosa semplice. Da vedere.

(di Stelio Fergola)

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