Bolivia

Sudamerica, dalla Bolivia al Cile il riscatto socialista è servito

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Ad un anno dal golpe che pose fine alla lunga presidenza di Evo Morales (2006-2019) i cittadini boliviani, tramite il voto per le elezioni generali, hanno decretato un vero e proprio trionfo per il Movimiento al Socialismo (MaS).
Le elezioni rimandate più volte dalla presidentessa ad interim Jeanine Áñez hanno fornito dei dati incontrovertibili tanto da costringere gli oppositori del partito dell’ex presidente indio e il presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), l’uruguayano Luis Almagro, a complimentarsi con Luis Arce, candidato socialista, prima ancora della proclamazione ufficiale da parte del Tribunal Supremo Electoral.

Nel Sudamerica e in Bolivia una vittoria oltre le più rosee aspettative

Gli ultimi sondaggi e il passo indietro della Áñez con tanto di endorsement a favore del principale sfidante dell’ex ministro dell’Economia dei governi guidati da Morales sembravano indicare la possibilità di un ballottaggio in cui anche gli altri candidati di destra avrebbero fatto convergere i propri voti sull’ex presidente Carlos Mesa rendendo decisamente più difficile la vittoria della corrente boliviana del socialismo del XXI secolo.

Stante la legge elettorale in vigore Arce avrebbe dovuto superare il 50% per assicurarsi la vittoria al primo turno o superare il 40% con uno scarto più ampio dei dieci punti percentuali sul principale sfidante. I dati definitivi mostrano uno scarto ancora maggiore di queste due ipotesi: con il 54% dei consensi a fronte del 29% ottenuto da Mesa.

Da non sottovalutare nemmeno il dato dei voti reali che mostra come il cinquantasettenne neopresidente sia riuscito a riportare alle urne anche i socialisti scontenti dell’ennesima, la quarta, ricandidatura di Morales lo scorso anno dopo un referendum costituzionale perso e la forzatura tramite un cavillo legale. La coppia formata da Arce e dall’ex ministro degli esteri David Choquehuanca ha ottenuto trecentomila voti in più di quelle andati a Morales nell’ottobre 2019. Ulteriore conferma giunge anche dall’altissima affluenza che ha visto ben sei milioni di elettori esprimere la propria preferenza sui sette milioni e trecentomila aventi diritto.

Dal proprio canto escono sconfitti Mesa, che in un anno ha perso cinquecentomila voti e più del 7%, e il pastore evangelico di origini coreane Chi Hyun Chung crollato dall’exploit dell’8,8% all’irrisorio 1,6%.
Stando alla geografia della nazione andina la roccaforte delle opposizioni si conferma quella della mezzaluna orientale dove la ricca provincia di Santa Cruz ha permesso al leader estremista Luis Fernando Camacho di posizionarsi al terzo posto con poco meno del 15%.
Di enorme rilievo le contemporanee affermazioni del MaS nelle elezioni per i seggi delle due Camere del Paese dove i populisti torneranno ad avere la maggioranza.

Bolivia, Cile: un nuovo quadro regionale

L’affermazione socialista porterà, come già annunciato da Arce, la Bolivia a riabbracciare gli alleati dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) e gli altri Stati del subcontinente che hanno recentemente svoltato in ottica sovranista, come l’Argentina di Alberto Fernández e Cristina Kirchner. In questo scenario risultano ancor più importanti i risultati provenienti dal referendum costituzionale in Cile dove il 78% dei votanti si è espresso per la scrittura di una nuova Costituzione che sostituisca quella in vigore, retaggio dell’epoca buia della dittatura militare guidata da Augusto Pinochet. Tenendo conto che nemmeno i molteplici governi progressisti succedutisi dal ritorno alla democrazia erano riusciti ad apportare modifiche in seno alla Costituzione si tratta di una vera e propria svolta per la nazione sudamericana che più di tutte ha sperimentato le misure neoliberiste sulla pelle dei propri cittadini nel corso degli ultimi cinquant’anni. Nonostante la bassa affluenza è doveroso sottolineare che al secondo quesito riguardante la formazione dell’Assemblea Costituente a cui sarà demandata la scrittura della nuova Carta fondamentale cilena i cittadini si sono espressi per una composizione dei 155 membri completamente eletta nel corso di nuove elezioni previste per l’aprile 2021 e contro l’ipotesi di una composizione mista con i partiti che già siedono in Parlamento.
Le prossime scadenze elettorali che riguarderanno domenica 6 dicembre il Venezuela per il rinnovo dell’intera Assemblea Nazionale e a febbraio l’Ecuador per le elezioni presidenziali, alle quali l’ex presidente Rafael Correa non potrà partecipare in prima persona ma solo concentrare gli sforzi sul proprio delfino proprio come avvenuto per Evo Morales in Bolivia, potrebbero completare un nuovo quadro di rilancio del populismo socialista latinoamericano.

(di Luca Lezzi)

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