Protesta covid: dopo Napoli, anche il resto d'Italia vuole vivere

Protesta covid: dopo Napoli, anche il resto d’Italia vuole vivere

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Protesta covid per la sopravvivenza. Non c’è altro. C’è la voglia di non finire schiacciati dal peso della distruzione economica, la paura di finire letteralmente sotto un ponte, di patire realmente ciò a cui non siamo per grandi linee abituati da più di 60 anni: la miseria. La Napoli sorprendente apripista di un almeno minimo risveglio, è seguita da Roma. Ma anche Torino si organizza, e poi Milano, Firenze, Bergamo e tante altre piccole cittadine (tra cui Terni) seguono l’esempio partenopeo.

Protesta Covid, i  fatti di Roma

Dopo Napoli, la protesta contro le restrizioni da Covid si estende anche a Roma. Nella capitale scontri, bombe carta e cassonetti bruciati. La stampa di regime, ovviamente, prova a criminalizzare anche la protesta nella capitale. “Qui del Popolo c’era solo la piazza” scrive Enrico Mentana su Facebook.

Protesta covid: dopo Napoli, anche il resto d'Italia vuole vivere

A Napoli si gridava alla camorra e al neofascismo, a Roma si parla solo del secondo. Ogni protesta ha un motivo per essere stigmatizzata, dall’alto dei signorini stipendi intoccabili che non subiranno alcuna conseguenza. Pietro Grasso, sempre su Facebook, parla di “manifestazioni insincere” e invita a “restare uniti”.

Protesta covid: dopo Napoli, anche il resto d'Italia vuole vivere

Restiamo uniti per cosa, signor Grasso (onorevole mi pare un attributo che, al di là della formalità istituzionale, non è giusto attribuirle)? Per rimanere chiusi in casa, non produrre, non guadagnare e non vivere? Aspettando soldi che non solo non arriveranno, ma che non possono giungere, considerato il sistema-gabbia in cui ci troviamo?

Perché restare uniti per accettare la morte ci sembra, a naso, quanto meno bizzarro, se non apertamente imbecille. E siccome non ci riteniamo così cretini, le diciamo che noi alle manifestazioni andremo. Anzi, cominceremo dalla lunga lista di iniziative previste nella capitale. Perché di “restare uniti” a chi ci porge il cappio non ci interessa granché. Grazie.

Anche Torino si organizza, tra pacifismo e violenza

Anche nel capoluogo piemontese si diffondono, da ieri, locandine per chiamare a manifestare. Secondo quanto riporta Torino Today,

Due manifestazioni sono state indette per protestare contro i provvedimenti restrittivi di governo e regione in materia di coronavirus per domani, lunedì 26 ottobre 2020. La prima si terrà alle 20,30 in piazza Castello, la seconda alle 21 in piazza Vittorio Veneto. A questura e prefettura non è arrivata nessuna comunicazione. La Digos comunque sta indagando dopo il tamtam sui social network.

La prima protesta, in un volantino che allo stato è del tutto anonima, appare più minacciosa. Nel caso della seconda iniziativa, promossa con un post su Facebook da Marco Liccione e poi condivisa da altre persone, il tono è di una protesta ferma ma pacifica. Per questa è nato su Facebook un gruppo chiuso con sei amministratori.

Protesta covid: dopo Napoli, anche il resto d'Italia vuole vivere

Per conto nostro, diciamo quello che abbiamo sempre asserito: la violenza può essere stigmatizzabile, ma il livello di disperazione no. Specialmente se l’alternativa è la miseria.

Non è finita. Anche Milano dicono “facciamo come a Napoli”, e si organizzano piccoli focolai di protesta anche in Toscana e nel bergamasco.

È ancora poco. Ma noi che scemi non siamo lo diciamo con chiarezza: che il popolo si svegli è una circostanza pericolosa, che di incidenti ne può provocare. E chi governa questo Paese lo sa bene, visto che sta giocando con il futuro di milioni di persone come in una partita a scala quaranta.

(di Stelio Fergola)

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