Napoli: le proteste, la fame e lo squallido doppiopesismo della stampa

Napoli: le proteste, la fame e lo squallido doppiopesismo della stampa

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Sono già partite le etichette da appiccicare ai manifestanti della protesta di Napoli contro il lockdown annunciato dal governatore della Campania, Vincenzo De Luca. “Ultras, estrema destra e clan” si legge un po’ ovunque.

È il classico schema della stampa schierata a cui non interessa capire la realtà, ma semplicemente reinterpretarla strumentalmente per imporre il suo pensiero preconcetto.

La piazza di Napoli, De Luca e la paura dietro le proteste

La serata vissuta nel capoluogo partenopeo era facilmente prevedibile. Era nell’aria, si poteva respirarla, avvertirla, sentirla nel disagio e nella preoccupazione di un popolo che già ben prima della pandemia era tutt’altro che sereno e che ora vede il baratro.

Le difficoltà economiche ormai endemiche in queste zone d’Italia rischiano, qualora non lo abbiano già fatto, di trasformarsi in fame. E la paura della fame rischia sempre di degenerare.

Di certo non aiuta poi la poco conciliante figura di Vincenzo De Luca che, con i suoi modi da dittatorucolo sudamericano, finisce per soffiare ancora di più sul fuoco di un malcontento che ora rischia seriamente di degenerare in qualcosa di pericoloso.

Il doppiopesismo della stampa

Non manca poi la classica indignazione a corrente alternata della stampa progressista, scandalizzata dalla – ovviamente esecrabile – violenza in cui la piazza di Napoli è scaduta.

Ed allora ecco partire il solito circo mediatico, in cui se ne scatenano di ogni. La protesta? Opera di fascisti e ultras, tanto per cambiare. E perché no, buttiamoci dentro anche la camorra. D’altronde è di Napoli che si parla, non di Bolzano, vuoi vedere che non ci sia tra i manifestanti qualcuno direttamente o indirettamente legato a qualche clan? Al classico schema fascio-ultras quindi si è aggiunto il jolly della criminalità organizzata.

Davvero strana la nostra stampa. E volubile, soprattutto. Poche settimane fa infatti, in situazioni analoghe, la violenza era stata abbondantemente tollerata, se non del tutto nascosta. Quando settimane di proteste hanno infiammato gli Stati Uniti, dopo la morte di George Floyd, i soloni del nostro giornalismo non sembravano così agguerriti. Eppure ci furono situazioni ben più gravi: continui saccheggi, scontri, aggressioni, violenze. Si arrivò addirittura a qualche morto. Ma, caso strano, in quella circostanza la violenza non inficiava, secondo lorsignori, le ragioni della protesta. E allora era un tutto un continuo ripetersi di #BlackLivesMatter ed endorsement alle piazze. Ma è comprensibile, le redazioni erano sicuramente distratte.

D’altronde, non vorremmo mica credere sul serio, come sosterrebbero i malpensanti, che la violenza venga tollerata se la fa chi piace all’intelligentia progressista mentre la si usa strumentalmente per attaccare chi esprime posizioni discordanti?

Napoli: la propaganda non fermerà la fame

Ma la sensazione è che la narrazione a senso unico stavolta non basterà. Si possono riempire i giornali di fiumi d’inchiostro, ma poi, purtroppo arriva la realtà. E davanti alla prospettiva di un nuovo lockdown, senza ingenti misure economiche che lo rendano sostenibile, non sarà facile contenere la disperazione della gente.

Le ore sono drammatiche, da qualunque parte la si veda. E non basterà etichettare dei manifestanti per risolvere il problema.

(di Simone De Rosa)

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