America Latina

Elezioni in America latina: chi ha paura del voto per i populisti?

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America Latina, già. Nei prossimi sei mesi le tre nazioni che dall’inizio del nuovo millennio hanno dato vita all’ondata rosa del populismo di sinistra annoverato sotto la sigla del socialismo del XXI secolo andranno al voto per importanti scadenze elettorali che potrebbero ripristinare la maggioranza dei partiti populisti in ognuno degli stati che, insieme alla Cuba castrista, diedero il via all’espansione del progetto nell’intero subcontinente attraverso l’Alba (l’Alleanza bolivariana per le Americhe).

America Latina: in Bolivia il Mas ci riprova senza Morales

Nell’America latina, la prima in ordine di tempo a votare sarà la Bolivia i cui continui rinvii da parte dell’esecutivo guidato dall’ex esponente dell’opposizione Jeanine Áñez hanno permesso al fronte antisocialista di condurre la nazione sudamericana per un anno dal golpe commesso ai danni dello storico leader indigeno Evo Morales. All’ex presidente è stata anche impedita la candidatura per un seggio al Senato (sfida che insieme a quella per il rinnovo della Camera si terrà nella stessa tornata del prossimo 18 ottobre).
Gli ultimi sondaggi indicano il braccio destro ed ex ministro dell’Economia Luis Arce del Movimiento al Socialismo (Movimento per il Socialismo, Mas) nettamente in testa con la possibilità di scongiurare il secondo turno. Gli ultimi rilevamenti, infatti, danno la coppia Arce-Choquehuanca al di sopra della soglia del 40% e con un margine ben più alto del 10% sul primo degli sfidanti, l’ex presidente Carlos Mesa, paletti necessari ad evitare il ballottaggio e che vennero contestati lo scorso anno quando Morales venne rieletto per un quarto mandato.
Ad essere in netta difficoltà è propria l’attuale inquilina del palazzo presidenziale che non appare in grado di spodestare Mesa dalla seconda posizione per puntare ad un eventuale ballottaggio già programmato per domenica 29 novembre.

Maduro e il chavismo verso la riconquista del Parlamento nel Sud America

Ad inizio dicembre, precisamente domenica 6, sarà la volta del Venezuela che in seguito all’accordo tra l’esecutivo socialista di Nicolas Maduro e parte delle opposizioni ha stabilito la data per il rinnovo dell’unica Camera del Paese.
Attualmente in mano alla coalizione antichavista, compensata in questi anni dall’Assemblea Nazionale Costituente convocata ed eletta nel luglio 2017, l’Assemblea Nazionale uscente ha una maggioranza dei 2/3 del Frente Amplio Venezuela Libre (FAVL) l’ex Mud che riunisce tutti gli oppositori all’esecutivo dai trotskisti agli esponenti della destra liberale.
I più strenui oppositori del sovranismo di sinistra venezuelano hanno già dichiarato che non prenderanno parte alla nuova tornata elettorale, una mossa che anche alla luce dell’incapacità dimostrata dal leader imposto dagli Usa Juan Guaidó rischia di rivelarsi un boomerang che consegnerebbe nuovamente nelle mani del Partido Socialista Unido de Venezuela (Partito Socialista Unito del Venezuela, PSUV) la maggioranza della Camera facendo seguito alla riconferma del presidente avvenuta nel maggio 2018.

America Latina: in Ecuador Correa riammesso alle elezioni

Primo nel 2021 ad andare al voto sarà, invece, il piccolo stato sudamericano dell’Ecuador. Proprio come per la Bolivia anche in questo caso si tratterà di un voto generale che implicherà sia l’elezione del nuovo presidente che il rinnovo degli scranni del Parlamento.

Le votazioni, il cui primo turno è fissato per febbraio, potrebbero vedere il ritorno, anche se solo per la carica di vicepresidente, dello storico leader socialista Rafael Correa. La partita appare apertissima con l’attuale inquilino di Palazzo di Carondelet Lenín Moreno in forte difficoltà dopo aver tradito, nel corso dell’intero mandato, le promesse di prosecuzione delle politiche sociali del suo predecessore. In questo caso, però, ad essere decisiva sarà la pronuncia definitiva del tribunale elettorale riguardante la possibilità per Correa di candidarsi nonostante le accuse che pendono a suo capo e lo obbligano a restare in Belgio, nazione natia della moglie, per evitare un arresto che ha già colpito numerosi esponenti dei suoi governi tra i quali lo storico vice Jorge Glas detenuto dall’ottobre 2017 ovvero dalla giravolta di Moreno che abbracciando le politiche neoliberiste del Fondo monetario internazionale ha capovolto le alleanze regionali dello Stato.
Tre date decisive per indirizzare il futuro delle singole nazioni coinvolte e dell’intera America latina sempre alle prese con le ingerenze nordamericane dall’ambito politico a quello economico.

(di Luca Lezzi)

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