Libia

La Libia nel Caos, le mire di Ankara e le possibilità di Roma

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Mentre il mondo intero sta vincendo la battaglia contro il Covid-19, in Libia regna ancora il Caos e la guerra civile non accenna a finire. Per essere precisi, la 2 guerra civile. Sì, perché in Libia, dal 2011 ad oggi – dalle famose “primavere arabe” ad oggi- si sono susseguite due guerre civili.

La prima vide combattere gli insorti supportati dall’Occidente e dall’America contro il Presidente Mu’ammar Gheddafi e si concluse con la sconfitto e l’assassinio del secondo. Quindi, nel disordine generale, a cui si aggiunsero anche i terroristi dell’isis, seguì una seconda guerra civile, che vide contrapporsi, in questo caso, due governi libici.

A combattersi sono Fayez al-Sarraj Presidente del Governo di Accordo Nazionale della Libia, contro Khalifa Belqasim Haftar già veterano di Gheddafi e Tenente generale dalle autorità del Consiglio nazionale di transizione libico.

Libia
In rosso sono evidenziati i territori e le città sotto il controllo del generale Haftar e in verde quelle di Al Sarraj.

Il caos in Libia

Ognuno dei due contendenti è appoggiato da una o più potenze che intendono sfruttare le numerose risorse petrolifere libiche a proprio vantaggio. Si sono così formate nel tempo due grandi coalizioni, spesso con partner un pò raffazzonati e impensabili. Ad oggi, da quando nel 2014 è iniziata questa guerra civile, la situazione sembra essersi solo peggiorata.

Per diversi e complicati motivi ad appoggiare il governo della Cirenaica e quindi di Haftar ci sono Russia, Egitto, Siria, Francia, Arabia Saudita e Chad. A fianco del ben più debole Al Sarraj troviamo invece una riluttante e indecisa Italia, Il Regno Unito, USA e Germania. La potenza più decisa nel suo appoggio ad Al Sarraj è però la Turchia che, come vedremo, sta forzando la mano.

Incalcolabili sono i morti, le distruzioni, le famiglie spezzate e le città distrutte. Da nove anni ormai prosegue il conflitto che, al contrario della Siria di Assad, si è impantanato in una lotta di potere fra leoni senza denti che cercano continuamente appoggio da parte delle potenze esterne. Ed è questo il problema più grave: a risolvere la situazione non saranno gli stessi libici, ma qualche potenza estera.

I diversi tentativi fatti con l’incontro in Sicilia voluto da Conte e altri meeting e conferenze di pace si sono rivelati solo specchietti per le allodole. Uno dei grandi problemi, legato alla guerra civile, per il nostro paese è il traffico di esseri umani. Dalla Libia infatti passa la maggior parte del mercato di nuovi schiavi che, attraverso il Mediterraneo e grazie all’aiuto della grandi

Intervento turco in Libia, la minaccia di Al Sisi e il gioco di Macron

Come dicevamo, in questi giorni vi è stata una vera e propria escalation per via del pesante intervento Turco di Erdogan che sta appoggiando apertamente Al Sarraj. La Turchi infatti ha inviato uomini e mezzi per sostenere il debole Al Sarraj che ha rischiato più volte di capitolare nelle mani di Haftar.

Questa violenta intromissione fa parte del progetto Neo Ottomano di Ankara che sta cercando di proiettare le sue forze su tutto il Mediterraneo. Un progetto già parzialmente fallito in Siria ma che punta più a piccoli successi propagandistici che ad altro. In ogni caso la guerra vera si fa, e la Turchia non ha problemi a portarla avanti.

L’intervento turco ha però suscitato l’intervento delle altre forze in campo. L’Egitto ha schierato divisioni corazzate e numerosi uomini al confine, pronto ad intervenire e il presidente Macron ha lasciato una dichiarazione alla stampa. “Penso che la Turchia stia giocando in Libia un gioco pericoloso, contravvenendo a tutti gli impegni presi durante la conferenza di Berlino“.

Tutti sono giustamente pronti ad intervenire in Libia, tutti tranne noi, tutti tranne l’Italia. Il silenzio dello stivale e del suo governo è infatti assordante. Abbiamo un legame storico, politico e culturale molto profondo con la Libia e potremmo essere l’ago della bilancia, eppure non si fa niente.

Dopotutto il governo Conte-Pd-Renzi è più interessato alle passerelle propagandistiche e ai media che alla geopolitica internazionale.

(di Fausto Andrea Marconi)

 

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