Brasile: Bolsonaro solo contro tutti

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Quella in atto, a partire dall’arrivo dell’epidemia di coronavirus nel continente americano, tra il presidente Jair Bolsonaro e gli uomini forti del suo esecutivo sembra una vera e propria guerra.
L’inquilino di Palácio do Planalto sembrerebbe ai più isolato per via dei continui attacchi subiti da media, opposizione e persino da parte della sua maggioranza. E’ sulla composizione di questo eterogeneo gruppo politico che vanno, però, cercate le risposte agli aspri scontri di cui il Covid-19 rappresenta più la causa occasionale che il motivo vero e proprio.

Bolsonaro tra Trump e l’ingombrante esercito brasiliano

 

Bolsonaro, come sottolineato dal professore ordinario di Sociologia all’Università di Campinas in Brasile Ricardo Antunes nel suo volume La politica della caverna, è stato scelto solamente in seguito all’inizio della campagna elettorale per le presidenziali come il cavallo su cui puntare per impedire al Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori, PT) di tornare alla guida del Paese. Una scelta inevitabile dato lo scarso appeal elettorale degli altri candidati di destra generando una situazione molto simile a quella che, quattro anni fa, vide il Partito Repubblicano statunitense dover convogliare, di malavoglia, sulla figura del magnate Donald Trump per tornare alla Casa Bianca. E non è un caso che proprio al presidente a stelle e strisce Bolsonaro riservi in ogni occasione lodi sperticate tanto da abbandonare i sogni di potenza regionale nati in seno ai BRICS per asservirsi alle direttive che giungono da Washington.

 

Pur avendo un passato nell’esercito verde-oro Bolsonaro, che non perde occasione per lodare la dittatura militare che governò il gigante sudamericano dal 1964 al 1985, non viene percepito da alcuni settori dell’esercito come un loro componente. Le molte nomine giunte in posti chiave del suo esecutivo, su tutte quella del vicepresidente Hamilton Mourão, hanno finito con il limare molte esternazioni del presidente se non smentirle del tutto.

Le dimissioni di Moro

 

All’esercito vanno aggiunte le nomine forti del giudice Sérgio Moro, protagonista dell’inchiesta Lava jato che ha spazzato via la presidenza Rousseff e portato alla condanna dell’ex presidente simbolo del socialismo del XXI secolo Lula, alla Giustizia e di Paulo Guedes all’Economia.

Le dimissioni di Moro dal suo dicastero alle quali si sono aggiunte quelle di ben due ministri della Sanità, Luiz Henrique Mandetta e Nelson Teich, in appena un mese hanno fatto precipitare credibilità e consenso del presidente e portato alla luce i dissensi all’interno dell’esecutivo.

 

Bolsonaro e la lotta al Deep State

 

Bolsonaro che continua a puntare tutto sulla ripresa immediata dell’economia della nazione sudamericana corre anche il rischio di una procedura di impeachment che lo esautori dalla massima carica istituzionale del Paese. Di sicuro la crescente popolarità dei governatori degli Stati di São Paulo e Rio de Janeiro, João Doria e Wilson Witzel, oltre che del sindaco della città paulista Bruno Covas potrebbe rimescolare le carte in proiezione delle presidenziali del 2022 quando il Partido da Social Democracia Brasileira (Partito della Social Democrazia Brasiliana – PSDB) potrebbe tornare a giocare la partita per far eleggere una figura più in sintonia con le politiche volute dallo Stato profondo brasiliano.

In definitiva mentre la lotta con il Deep State sembra essere arrivata ad un accordo con la mina vagante rappresentata da Donald Trump negli Usa, in Brasile a Bolsonaro potrebbero non bastare le riforme liberiste già avallate nella prima metà del suo mandato per concluderlo o essere appoggiato in vista di una ricandidatura.

 

(di Luca Lezzi)

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