Nella guerra al coronavirus la Cina è un amico o un nemico?

Nella guerra al coronavirus la Cina è un amico o un nemico?

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Per sconfiggere il coronavirus e tornare alla vita di prima, dovremmo ritenere la Cina come un avversario contro cui mobilitarci? Oppure dovremmo riconoscerla come partner la cui cooperazione è essenziale anche per la nostra sopravvivenza? Mentre Washington si sta pian piano abituando all’idea di vedere la Cina come parte del problema, il fatto è che è impossibile per noi vincere la guerra al coronavirus senza rendere la Cina parte integrante della soluzione.

La rivalità sempre più spietata tra Stati Uniti e Cina diventerà presto la costante delle loro relazioni, quella da tenere maggiormente d’occhio. Si tratta tuttavia di una conseguenza inevitabile della realtà strutturale: anche se qualcuno cercherà di negarlo o minimizzarlo, una Cina in rapida ascesa minaccia realmente di scalzare gli Stati Uniti dalla loro posizione di vertice dell’ordine internazionale. La domanda è se, nonostante questa constatazione, gli statisti dei due paesi possano essere abbastanza saggi da collaborare momentaneamente con i loro rivali quando si affrontano minacce specifiche che non possono essere sconfitte da soli.

I virus non hanno passaporto, ideologie né rispetto per i confini. Quando un individuo sano viene contagiato da un paziente infetto, l’impatto biologico è assoluto, sia che la persona sia americana, sia che sia italiana o cinese. Quando un focolaio diventa una pandemia che infetta i cittadini di tutto il mondo, dato che nessun paese può sigillare ermeticamente i propri confini, ognuno è a rischio. Il fatto fondamentale è che i 7,7 miliardi di persone nel mondo abitano su un piccolo pianeta chiamato Terra. Come osservò il Presidente Kennedy spiegando la necessità della coesistenza pacifica con l’Unione Sovietica e il problema nucleare: “Noi tutti respiriamo la stessa aria. Tutti noi abbiamo a cuore il futuro dei nostri figli. E siamo tutti mortali”.

 

A CHI DOBBIAMO DARE LA COLPA?

 

Se si fosse in cerca del cattivo, la Cina sarebbe la più adatta al ruolo. Dov’è apparso per la prima volta il coronavirus? In Cina. Chi non è riuscito a stroncare la crisi sul nascere? Sempre la Cina. Ed il suo sistema autoritario ha mostrato tutti i suoi lati peggiori sopprimendo le notizie iniziali, ritardando la trasmissione di cattive notizie ai piani alti ed perfino censurandole. Nonostante gli sforzi del governo cinese per riscrivere a suo piacimento la storia dell’epidemia, non si può nascondere il fatto che in questa occasione la Cina abbia molto di cui doversi scusare.

Ma cercare di rendere questi fatti il tema principale della crisi, come fatto da molti a Washington, è semplicemente una tattica evasiva – un tentativo di non assumersi la responsabilità dei propri fallimenti. Il Presidente Trump insiste a chiamare il patogeno “il virus cinese”. Un importante senatore repubblicano ha alimentato le teorie cospirazioniste sui social media ipotizzando che il virus fosse fuggito da un laboratorio cinese di armi batteriologiche.

Sarebbe opportuno andare oltre. La Cina non è la sfida più urgente che l’America deve affrontare per sconfiggere il coronavirus. Sono i nostri fallimenti a mobilitare una risposta proporzionata alla minaccia. Per quante settimane il governo degli Stati Uniti ha continuato a negare, dopo che anche paesi come Singapore e Corea del Sud avevano iniziato ad attuare misure di emergenza? Quali sono i paesi che non sono riusciti a prepararsi per una nuova emergenza sanitaria nonostante avvisaglie come il MERS nel 2012, l’epidemia di influenza nel 2009 e la SARS nel 2003? In un mondo nel quale la Corea del Sud ha condotto circa 10.000 tamponi giornalieri dalla scoperta del paziente zero – arrivando ora a 20.000 – chi è continua a cercare scusanti?

Per essere chiari, constatare che siamo di fronte a dei nostri fallimenti e al contempo riconoscere i meriti altrui non implica alcun giudizio morale. Come la maggior parte degli americani, partiamo dalla convinzione, quasi una fede, che la democrazia americana sia sostanzialmente buona, mentre giudichiamo cattivo l’autoritarismo del Partito comunista cinese, che nega ai suoi cittadini alcuni diritti basilari a cui diamo una valenza quasi spirituale.

 

COME LA CINA HA AFFRONTATO L’EPIDEMIA

 

Ma i nudi fatti sono più difficili da negare. Dopo un mese di dannoso ritardo, il 20 gennaio il governo cinese ha pubblicamente riconosciuto la minaccia, annunciando che il virus poteva trasmettersi da uomo a uomo. Due settimane prima aveva comunicato all’OMS l’esistenza di questa malattia, aveva sequenziato il genoma e lo aveva pubblicato online, di modo che tutti gli scienziati del mondo potessero cominciare la ricerca di un vaccino.

Una volta riconosciuta la minaccia, e dopo che Xi Jinping il 21 febbraio ha definito l’epidemia “una crisi, una grande prova”, la Cina si è preparata per la più aggressiva delle guerre contro un virus che il mondo non ha mai visto. La prima mossa è stata il blocco totale di Wuhan, la città di 10 milioni di abitanti in cui è comparso il coronavirus. Pochi giorni dopo, Pechino ha creato un cordone sanitario attorno alle 50 milioni di persone della provincia dell’Hubei. Ha installato posti di blocco e punti di controllo obbligatori in tutta la città e nei quartieri residenziali e nei punti di trasporto pubblico; ha convertito hotel, stadi e scuole in centri medici improvvisati; ha inondato la città con migliaia di operai edili insieme a betoniere e camion per costruire nuovi ospedali da zero ad una velocità sorprendente (un ospedale da 1.000 posti letto costruito in 10 giorni); e ha mobilitato decine di migliaia di soldati e uomini dell’esercito per distribuire le forniture mediche e controllare le operazioni.

Certo, gli annunci del governo cinese non vanno mai presi alla lettera. È risaputo che ha manipolato i dati e perfino i criteri per conteggiare i casi. Indiscutibilmente, i centri di comando di Pechino hanno lavorato sodo per cercare di dar vita ad una nuova narrazione che nasconda i loro fallimenti nella prima fase dell’epidemia. Un vice portavoce del Ministero degli esteri ha avuto la faccia tosta di diffondere una teoria cospirazionista secondo la quale sarebbe stato l’esercito degli Stati Uniti a creare e diffondere il virus. Ma nonostante queste voci, al punto in cui siamo giunti, l’evidenza dei dati ci mostra che gli sforzi cinesi sono effettivamente riusciti a portare la curva delle infezioni verso lo zero. Le multinazionali americane, tra cui Apple, Starbucks e McDonald’s sono attualmente aperti in tutta la Cina.

L’imperativo di oggi per gli Stati Uniti è fare tutto il possibile per evitare che il coronavirus infetti milioni di americani, uccidendone migliaia e distruggendo la nostra società. Se gli scienziati e i medici in Cina sono stati in grado di sviluppare farmaci anti-virali capaci di mitigare l’impatto del virus sui malati, non dovremmo importarli pure noi? Immaginate che nei prossimi mesi gli scienziati cinesi trovino un vaccino mentre le autorità americane continuano ad insistere sul fatto che non se ne potrà avere uno prima di un anno. Una volta dimostrata l’efficacia di tale vaccino in paesi come Singapore o Corea del Sud, pensate che i cittadini aspetterebbero le tempistiche della Food and Drugs Administation?

Considerate i disperati appelli per le mascherine dagli ospedali e dal personale medico degli Stati Uniti, se la Cina decidesse di mandarci milioni di mascherine, come ha fatto in Italia, gli americani dovrebbero accettarle? Se le lezioni apprese dalla Cina nella creazione di un imbuto diagnostico – per scovare il Covid-19 iniziare con un rilevamento pervasivo della temperatura, sottoporre quelli con la febbre ad una scansione TC e, se l’individuo è ancora sospettato, fare un tampone ed analizzarlo – si dimostrassero efficaci, dovremmo forse rifiutare di imparare da quella esperienza a causa della sua origine?

Non dovremmo nutrire illusioni. La sconfitta della pandemia mette in luce un interesse nazionale vitale sia per la Cina che per gli Stati Uniti e che non è possibile raggiungere senza cooperare: la gestione dell’emergenza da parte delle due nazioni avrà pesanti conseguenze nella lotta tra per la leadership globale. Dalla crescita economica dei prossimi 12 mesi alla fiducia dei cittadini nel proprio governo e alla posizione di ogni nazione del mondo, i successi ed i fallimenti in questa ardua prova sono un test che ha concentrato le attenzioni globali e che avrà conseguenze esiziali.

Sfortunatamente, gran parte dei commenti su questo aspetto della crisi sono stati ipnotizzati dagli sforzi cinesi di manipolare la narrazione. È vero, la Cina sta diffondendo vigorosamente la sua versione della storia, nascondendo alcuni fatti per mostrarsi sotto una luce migliore. Ma tutta questa attenzione per questa “guerra delle narrative”, che si focalizzano sulle parole invece che sui fatti, non fa che concentrarsi sul dito e anziché sulla luna.

 

EPIDEMIA E CRISI ECONOMICA

 

Nelle guerre reali ci sono dei caduti. In economia, la crescita reale produce beni. Nei rapporti con le altre nazioni, l’arrivo di attrezzature mediche tanto necessarie per le quali gli altri sono disperati mette a tacere ogni discussione.

Oggi i mercati finanziari stanno scommettendo sul fatto che la Cina ha sostanzialmente vinto la prima battaglia di questa lunga guerra. Se, da un lato, dopo il forte calo nel primo trimestre ora dovesse tornare ad una robusta crescita economica, mentre dall’altro gli Stati Uniti vacillano tra le prospettive di una prolungata recessione ed una vera e propria depressione, il divario tra il PIL della Cina e degli Stati Uniti non potrebbe che crescere. Se un governo autoritario dovesse dimostrare competenza nel tutelare il diritto umano più basilare – il diritto alla vita – tanto quanto un governo democratico e federale, allora le obiezioni alle misure usate dalla Cina diverrebbero altamente fuori luogo.

Inoltre, non dovremo perdere di vista il quadro da un punto di vista più ampio. La meta-narrativa cinese è la storia della sua inevitabile ascesa e del declino dell’America. Una nazione che ha iniziato il secolo con un PIL che era meno di un quarto di quello americano e che ora ha superato gli Stati Uniti per grandezza dell’economia. Mentre nel 1996 l’esercito cinese fu costretto a cedere nella crisi dello stretto di Taiwan, quando gli Stati Uniti inviarono due portaerei nell’area, negli ultimi due decenni il regime di Pechino ha costruito due arsenali di missili anti-portaerei che, attualmente, costringerebbero gli Stati Uniti a compiere scelte diversi rispetto quelle di un tempo.

All’indomani della crisi finanziaria del 2008, la leadership cinese è stata incoraggiata dal suo successo a tornare alla crescita mentre gli Stati Uniti erano intrappolati nella stagnazione. A meno che gli Stati Uniti non riescano a trovare un modo per affrontare efficacemente il coronavirus, la Cina potrebbe avere la tentazione ad assumersi maggiori rischi, tra cui, non è da escludere, la riunificazione manu militari di Taiwan.

 

OPPORTUNITÀ DI COLLABORAZIONE

 

La ricerca scientifica sulla conoscenza delle malattie, la scoperta di medicine per curarle e lo sviluppo di protocolli per la prevenzione e la guarigione sono intrinsecamente iniziative aperte e internazionali. La biomedicina avanza attraverso le scoperte nei laboratori di tutto il mondo. La ricerca è intrinsecamente collaborativa, oltre un terzo degli articoli scientifici pubblicati oggi dagli americani ha almeno un coautore straniero. Un terzo di tutti i titoli di dottorato americano STEM sono conseguiti da studenti cinesi.

In che ambiti dovrebbero collaborare gli Stati e la Cina nella lotta coronavirus e costruire una base per prevenire future altre pandemie? Sono tre le aree chiave che richiedono cooperazione.

Il primo sono i dati, da quello genomico a quello epidemiologico. Nel tentativo di dare risposte a ciò che ora affrontiamo, un fattore centrale è l’incertezza: poiché si tratta di un nuovo virus, ogni giorno, man mano che vengono raccolti ed analizzati nuovi dati, ne sappiamo di più. Ma un secondo è la scarsità di dati di qualità su ciò che sta accadendo in vari “laboratori” creati in diversi paesi per combattere l’epidemia. La necessità di dati attendibili da ogni paese ci ricorda quanto sia importante accordarsi sui processi e sulla trasparenza in organizzazioni internazionali come l’OMS.

Sequenziando il genoma del coronavirus e condividendolo col mondo, gli scienziati cinesi hanno dato davvero un grande aiuto per la ricerca globale. Due settimane dopo, gli scienziati del National Institute of Health hanno usato la sequenza per confermare il meccanismo attraverso il quale il virus è entrato nelle cellule di coloro che ha infettato, una scoperta che ricalca quella di un laboratorio cinese fatta il giorno seguente. Persino l’attuale ricerca di un vaccino si fonda sulla prima sequenza del genoma del virus.

Quando in America è cominciata la prima ricerca di un vaccino, come ha osservato il direttore della NIAID (National Institute of Allergy and Infectious Disease) Anthony Fauci, si è trattato della “più veloce sequenziazione del genoma di un virus mai ottenuta”. Inoltre, con le informazioni genomiche, gli scienziati possono confrontare le infezioni e mappare meticolosamente la diffusione di un virus in modo simile alla costruzione di un albero genealogico.

Durante un’epidemia, la rapida condivisione dei dati durante le prime fasi della diffusione consente ai paesi di comprendere meglio il comportamento del virus. Poiché i primi casi si sono verificati a Wuhan, i dati raccolti dai medici cinesi hanno dato origine alle prime stime sulla trasmissibilità, consentendo la creazione di modelli epidemiologici che sono serviti da base per le risposte dei governi di molti paesi. E poiché la Cina ha sopportato il peso maggiore dei decessi iniziali, ha fornito la prima serie di dati agli esperti di salute globale per stimare il tasso di mortalità e creare modelli per prevedere la portata, la diffusione e la gravità della malattia, garantendo risposte politiche più solide.

Una seconda area di cooperazione può essere quella riguardante la diagnostica e le misure di sanità pubblica. Se la Cina sviluppasse un efficiente processo di screening delle persone su larga scala, da utilizzare ad esempio negli aeroporti, nelle aziende e nelle scuole, sarebbe opportuno per gli Stati Uniti adottarlo? Al contrario, se i ricercatori sviluppassero e convalidassero una diagnostica ad alto rendimento che si rivela più economica, più rapida e più accurata, non sarebbe utile condividerla? Dei 22 miliardi di dollari di apparecchiature mediche che gli Stati Uniti importano ogni anno, molte delle quali essenziali affinché il sistema sanitario americano sia in grado di rispondere al coronavirus su tutto il territorio nazionale, circa un quarto proveniva dalla Cina – almeno prima della guerra dei dazi.

La terza area è la ricerca biomedica di base e traslazionale. A tal proposito, la Harvard Medical School ha recentemente annunciato una nuova collaborazione con una controparte cinese per sconfiggere il coronavirus. Il capo della controparte cinese è Zhong Nanshan, il medico che guida la task force del governo cinese contro il coronavirus. Nel 2003 è stato il primo ad identificare la SARS. Questa joint venture dell’Istituto Harvard-Guangzhou lavora per capire la biologia alla base del virus SARS-CoV-2 ed i modi in attacca le persone per accelerare lo sviluppo di migliori diagnosi e trattamenti.

Per sviluppare gli antivirali, ad esempio, gli scienziati devono capire in che modo il virus infetta l’uomo – scoprendo qual è la porta di passaggio del virus nelle cellule ospiti si potrebbe iniziare a pensare a come bloccarlo. Per produrre una migliore diagnostica e monitorare la progressione della malattia bisognerà identificare dei biomarcatori accurati. Anche nello sviluppo di un vaccino, poiché un’immunità sbilanciata potrebbe causare un fenomeno chiamato “potenziamento dipendente dall’anticorpo”, in cui le proteine difensive nei nostri corpi accelerano l’infezione, è urgentemente necessario definire con precisione i “correlati dell’immunità”.

Come affermano ripetutamente gli scienziati, la collaborazione nella ricerca generalmente conduce a risultati migliori. E in un’epoca in cui nessun paese ha il monopolio della scienza, collaborare su un tema tanto urgente come il coronavirus ha sicuramente più benefici che rischi. Dato che tutti i governi del mondo stanno affrontando questa pandemia, essi devono tener presente che la raccolta e l’integrazione dei dati, la condivisione di reagenti e di strumenti richiederà un’intensa comunicazione attraverso i cinque continenti.

In sintesi, al posto della mutua demonizzazione americani e cinesi dovrebbero riconoscere che ogni nazione ha bisogno dell’altra per sconfiggere questo nemico mortale. Collaborare, anche se per poco, è una necessità strategica.

È possibile che Stati Uniti e Cina siano al contempo acerrimi rivali e partner? Sicuramente avere nella propria testa due idee apparentemente così contraddittorie renderà tutto più difficile. Ma la vittoria in questa guerra lo richiede senz’altro.

(da The National Interest – Traduzione di Leonardo Olivetti)

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Potrebbero piacerti

Sovranisti, sveglia! Sbarchi super e UE cannibale, altro che “5 furbetti”
Sovranisti, sveglia, non è il momento di indignarsi per le [...]
Brasile, ecco la petizione contro George Soros
Dal Brasile parte una grande raccolta firme contro il magnate [...]
Imagine “comunista” e la ridicola politicizzazione dell’arte
Hanno fatto discutere le dichiarazioni di Giorgia Meloni in merito [...]
Processateci tutti. Ora. Da cittadini, da amministratori, da politici
Processateci. Fatelo il prima possibile. Questo pensiamo, dopo ciò che [...]
Scroll Up