McDonald's e l'omologazione all'american way

McDonald’s e l’omologazione all’american way

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“La cosa più bella di Tokio è McDonald’s. La cosa più bella di Stoccolma è McDonald’s. La cosa più bella di Firenze è McDonald’s. Pechino e Mosca non hanno ancora nulla di bello”

-Andy Warhol

Con un fatturato di oltre 20 miliardi, oltre 30 mila ristoranti in tutti il mondo, mezzo milione di dipendenti e con quasi 50 milioni di clienti al giorno, la nota corporation dal marchio fatto di archi dorati, nonostante i quasi 80 anni d’età e qualche naturale acciacco, se la passa ancora bene.

Il marchio McDonald’s

Assieme alla CocaCola il McDonald non rappresenta soltanto una multinazionale presente in quasi ogni parte del globo, ma un vero è proprio modello culturale, un perfetto strumento di soft power, un simbolo. In questa ottica “The founder”, il film uscito nel 2016, descrive alla perfezione non solo la vera genesi di un modello di ristorazione estesosi a livello globale, ma anche un modello di vita: l’american way of life. Il film narra di Ray Kroc, un mediocre rappresentante di un’azienda di frullatori spinto da un forte spirito d’avventura imprenditoriale.

Il suo pensiero-manifesto di vita che si ascolta all’inizio ed alla fine del film recita: “Allora, so cosa state pensando: “Come diavolo fa un uomo di cinquantadue anni, al tramonto, rappresentante di macchine per frappè, a fondare un impero del fast food con milleseicento ristoranti in cinquanta stati, cinque paesi stranieri e un’entrata annuale che viaggia intorno ai settecento milioni di dollari?” Una parola: perseveranza. Niente a questo mondo può sostituire la buon vecchia perseveranza, né il talento – che c’è di più comune degli uomini di talento che non hanno successo? – né il genio – il genio non riconosciuto è ormai un cliché – l’istruzione nemmeno – visto che il mondo è pieno di cretini istruiti. Soltanto la perseveranza e la determinazione sono onnipotenti”.

La svolta nella vita di Ray Kroc avviene nel 1954, nel momento in cui la sua strada si incrocia con quella dei fratelli McDonald che a San Bernardino hanno aperto un’attiva di ristorazione rivoluzionaria, tale da sopperire le mancanze e le difficoltà degli allora popolarissimi drive in. I due fratelli furono i fautori del sistema espresso, alla base di qualsiasi attività di fast food che sarebbe sorta da lì in poi. Il sistema espresso è il fordismo applicato alla ristorazione. Per spiegare tale sistema il sociologo George Ritzer coniò addirittura il neologismo di McDonaldizzazzione, oramai diventato sinonimo di Globalizzazione o Americanizzazione.

Lo schema McDonald’s e la “Mcdonaldizzazione”

Riprendendo le riflessioni di Max Weber, scrive Ritzer: “La Mcdonaldizzazione è un processo profondo e di ampia portata di cambiamento globale che coinvolge gran parte delle istituzioni sociali, basato su un modello che presuppone la riproducibilità universale dei principi di efficienza, calcolabilità, prevedibilità e controllo, attraverso la sostituzione di tecnologia non-umana a quella umana e la realizzazione della irrazionalità della razionalità”.

Ray Croc da puro business-man spietato fiutò il potenziale di questa invenzione, rubando l’idea dei fratelli McDonald, il loro cognome, capitalizzandola al meglio, dapprima proponendo affiliazioni in diversi Stati del Midwest, ed in un secondo momento arricchendosi mediante l’acquisto dei terreni sui quali edificare le attività, grazie anche ai consigli di Harry Sorrenborn, il primo CEO della McDonald Corporation. D’altronde “Non si fonda un impero su un hamburger. Lo si fonda possedendo il terreno sopra il quale quell’hamburger si cuoce”.

Per Ray Croc il fine, il profitto, giustifica i mezzi, ovvero la scarsa qualità dei prodotti oggi comunemente definiti junk food o i diritti dei dipendenti. Al riguardo Fast food nation diretto nel 2006 da Richard Linklater può fornire un approfondimento al riguardo. Dietro al successo secondo lo stesso Ray Kroc ha giocato un ruolo importante anche la musicalità del nome “McDonald”. “È un nome che sa di famiglia, sa di America” afferma il fondatore. C’è chi addirittura dietro l’icona dorata a forma di M ha intravisto una componente archetipica, esoterica: La M rappresenterebbe un seno materno che accoglie a sé i tanti affamati.

Quanto resistera l’american way?

The Founder rappresenta appieno lo spirito americano: il successo ottenuto non tanto con il talento o l’istruzione ma con la perseveranza, in totale assenza di genio. Ma la sola perseveranza basta a impedire il declino di un impero con la stessa rapidità con cui si consuma un pasto al McDonald? Per quanto ancora agli alleati degli States converrà restare attaccati al capezzale dorato?

(di Emilio Bangalterra)

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