Cosa ci dicono le elezioni regionali

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Così è ufficiale: dopo mesi di intensa campagna elettorale, la sinistra vince le elezioni in Emilia-Romagna e la destra si prende la Calabria. Gli esiti più attesi dai sondaggi si sono verificati. Mentre al sud Jole Santelli (Forza Italia) vince una partita senza storia, Bonaccini (PD) mantiene il controllo della roccaforte rossa dopo la campagna elettorale più intensa di sempre. Ma che influenza avranno questi esiti sul futuro della politica italiana?
SCONFITTA O “PAREGGIO”?
Il risultato di ieri, per la Lega e il centrodestra, viene certamente percepito come una sconfitta. Ma davvero ha senso parlare di “Salvini battuto”? Da un punto di vista storico ed elettorale, gli esiti di ieri non sminuiscono affatto la forza del centrodestra a trazione leghista.
Mentre in Calabria ha vinto con 25 punti di distacco, in Emilia ha perso “solo” di 7 punti. Era a tutti nodo come il terreno emiliano fosse un’impresa titanica. E per numerosi fattori che affandano le radici nella storia della regione. Dal “ventre molle” di Bologna-Modena-Reggio col PD quasi al 50%, al candidato sfidante tra i governatori più popolari fino alla regione, tra le meglio amministrate e funzionanti. Senza contare la decennale tendenza a votare ancora “rosso”. Un trend che sta diminuendo (se è vero che il PD passa dal 44 al 34% nelle regionale) ma che è ancora ben lungi dal morire.
Il centrodestra, a differenza delle precedenti tornate dove perdeva con un minimo di 15-20 punti, questa volta non è andato lontano dal colmare la forbice. Possono essere molti i motivi della mancata vittoria. Dal curriculum e dal profilo della Borgonzoni, al ruolo “galvanizzatore” delle Sardine per risvegliare l’elettorato di sinistra, fino alla (possibile) polarizzazione causata dal massiccio impegno in prima persona di Salvini.
Di errori nella campagna elettorale del centrodestra ce ne sono sicuramente stati, anche se potranno essere visti con più chiarezza solo in futuro. Ma, occorre dirlo, la sfida era davvero proibitiva, e si può dubitare che un altro candidato sarebbe riuscito a ribaltare il risultato.
A livello partitico, la situazione non è affatto negativa. La Lega si conferma, col 31%, una forza prorompente (anche se il PD rimane primo al 34%), e le tradizionali roccheforti “blu” sono state tenute. A Ferrara la sfida tra Borgonzoni e Bonaccini si è risolta con un 55 a 40, a Parma 49 a 45, a Piacenza addirittura 59 a 36. Sintomo che ci sono delle aree in cui la destra ormai ha sfondato e si è consolidata. Risultati però non sufficienti per ribaltare il “ventre rosso” che domina da mezzo secolo.
Da un punto di vista mediatico, siamo però di fronte ad una sconfitta vera e propria. Le elezioni emiliane era state messe in primo piano su tutti i media, erano la nuova battaglia per le sorti del paese. Salvini le ha presentate come carta decisiva per far cadere il governo, una sfida “da dentro o fuori”. E la mancata vittoria, mediaticamente, testimonia un passo falso.
Nonostante il centrodestra, dal 2017 ad oggi, abbia vinto 12 elezioni regionali su 14, anche in tradizionali terre nemiche, il risultato di ieri è un colpo all’immagine vincente di Matteo Salvini. Nulla per cui mettersi le mani nei capelli, sia chiaro, ma qui la posta in gioco era davvero alta, più che in passato: purtroppo non è andata.
LA SITUAZIONE A SINISTRA
Mediaticamente, i risultati di ieri per il PD sono una manna dal cielo: nuova linfa vitale e una dimostrazione di forza. Pazienza che sia attualmente al 18-19% su scala nazionale (stessi numeri del 4 marzo 2018) e che abbia vinto da strafavorito giocando in casa. A livello comunicativo, i risultati di ieri rilanciano lo Zingaretti “argine a Salvini”, “capace di sconfiggere la destra” – e pongono sul governo un’opa rossa.
La tentazione della sinistra, considerata la morte cerebrale del proprio partner di governo (che ha il 30% in parlamento ma il 3% in Emilia e il 7 in Calabria), tenterà di imporre la sua agenda di governo. La discrepanza tra forza parlamentare dei 5 Stelle e inconsistenza nel paese reale aprirà le porte alle offensive dem sull’indirizzo dell’esecutivo. Con quel che simili manovre potrebbero causare.
Sempre a sinistra, però, quasi in secondo piano, si stagliano le manovre di Matteo Renzi. Non ha partecipato a queste elezioni, pur appoggiando esternamente Bonaccini. E, per lui, vedere un PD forte, rinvigorito e baldanzoso è sicuramente un problema: sia nel dettare l’agenda, sia per il suo “protagonismo” nel campo di sinistra sia per ottenere consensi. Italia Viva, da quando è nata ad agosto, è ancora ferma al palo del 4%. E un PD che mostra i muscoli è un pericolo per lo sviluppo del suo partito personale.
Difficile, infine, pronosticare il futuro delle sardine. Anche se è verosimile che, da oggi stesso in futuro, non ne sentiremo più parlare. Sono nate in Emilia col compito di sconfiggere la Lega: il loro scopo (l’unico, visto che non ci sono altri contenuti) è stato raggiunto. Difficile che possano riproporsi in altre elezioni regionali (seppur ce ne siano 7 in primavera) senza risultare posticci.
CROLLO 5 STELLE
Il vero sconfitto di ieri notte, a nostro avviso, è il Movimento 5 Stelle. Per una forza con 400 parlamentari, che esprime il Premier e la maggioranza dei ministri, i risultati di ieri sono un vero annichilimento. La dimostrazione che sul terreno i 5 Stelle non esistono più. Nemmeno nelle regioni “più grilline” come quelle del sud.
Alla débâcle di ieri si assommano altri problemi esiziali. Il crollo della leadership di Di Maio ha aperto una voragine: la lotta intestina che ne conseguirà potrà portare ad esiti catastrofici. Considerando il disfacimento del partito e la continua fuga di parlamentari, il vero pericolo per la stabilità dell’esecutivo sono i 5 Stelle, più che la Lega “frenata”. Nella loro autodistruzione non è da escludere che ci possano condurre anche lo stesso governo con colpi di coda imprevisti (anche se la voglia di tenere la poltrona è un bel collante…).
Le elezioni emiliane e calabresi, più che puntellare il governo, rischiano un effetto a valanga: una componente (minoritaria) vittoriosa e volenterosa di imporre la sua linea ad una maggioranza allo sbando e in disfacimento. Oltretutto, l’assenza di un decisore, di un “capo”, e l’emergere di tante correnti frammentano ulteriormente la situazione.
I giallorossi, dal voto di ieri, più che uscirne rinfrancati e puntellati ne sono usciti fratturati. Una parte in (fittizia) ascesa e volenterosa di riconquistare terreno, un’altra con le ossa rotta. Più molte altre micro-galassie di cui si fa fatica ad intuire piani e strategie – ma si nota la funzione “centrifuga” nella maggioranza. Il futuro del Conte II, anche stavolta, rimane un’incognita.
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