Baggio e Pantani: l'eroe nazionalpopolare che rimpiangiamo

Baggio e Pantani: l’eroe nazionalpopolare che rimpiangiamo

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Da più di quindici anni siamo ormai orfani di due personaggi sportivi che hanno fatto sognare generazioni di appassionati. Il pirata ed il divin codino sono stati segnati da un destino inevitabile e quasi comune, infatti Baggio si ritirò dal calcio giocato solo con qualche mese di distanza dalla dipartita di Pantani.

 

Baggio e Pantani: eroi nazionalpopolari

La tecnologia e il business hanno svuotato di pathos lo sport, ma non sono soltanto questi due fattori ad alimentare nostalgismi vari . A ciò contribuisce la reale mancanza di figure sportive in grado di farci immedesimare completamente nelle loro imprese.

 

Hanno raccolto in carriera meno di quanto avrebbero dovuto e potuto raccogliere. Eppure questa parziale assenza di traguardi sportivi è soppesata dal vuoto ingombrante che hanno lasciato nel calcio e nel ciclismo. Sono stati e rimangono due miti nazionalpopolari per la capacità di immedesimazione che hanno saputo trasmettere attraverso le loro imprese e disgrazie a migliaia di appassionati, oltre il calcio ed il ciclismo.

 

Basta immaginare quanti ragazzi sono saliti in sella ad una bicicletta o hanno cominciato a calciare un pallone dopo averli visti, direttamente e non. Non si può dire altrettanto guardando tanti campioni sportivi contemporanei. Entrambi tempestati dagli infortuni, poi dalle squalifiche ingiuste (nel caso di Pantani) e dalle scelte impopolari di tanti allenatori (nel caso di Baggio). Sono stati ammirati, poi amati follemente, ripudiati ed infine immolati.

 

L’eroe tragico

Roberto Baggio e Marco Pantani sono stati degli eroi tragici. Scrive Rebecca Ray: “Ci affascina vedere le persone fallire. Forse è questo che rende un eroe tragico così accattivante e riconoscibile”. L’eroe tragico si situa a metà strada tra l’eroe che resta tale e l’antieroe che diventa eroe per caso. Ripercorrendo la carriera di Baggio e Pantani ci viene in mente Sisifo incarnato obbligato a spingere per l’eternità l’enorme masso fino alla vetta dove questo finisce per rotolare di nuovo giù a valle.

 

Un’eroica inutilità quella di Sisifo, la quale trova il suo tragico appagamento nella felicità dell’istante, la morte feconda. Per Roberto Baggio la tragedia si consuma un caldo pomeriggio di luglio del ’94 a Pasadena. Giusto qualche mese prima aveva raggiunto l’apice a livello individuale vincendo il pallone d’oro.

 

“Nella mia carriera ho sbagliato dei rigori, ma non li ho mai calciati alti. Quella è stata l’unica volta che mi e successo. Ed è difficile riuscire a spiegare perché è andato là. Non lo so. Però è successo, fine. Sognavo quel giorno da bambino. È un sogno che s’infrange, che si rompe sul più bello e diventa un incubo”.

Cinque anni più tardi comincia la lunga agonia nella carriera di Pantani, quando a Madonna di Campiglio il 5 giugno ’99, viene estromesso al Giro d’Italia che lo avrebbe visto vincitore per la seconda volta di seguito.

 

“Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto: «Perché vai così forte in salita?». E lui ci aveva pensato un attimo e aveva risposto, questo non riesco a dimenticarlo: «Per abbreviare la mia agonia»” 

(Gianni Mura)

 

Baggio e Pantani: miti nella vittoria e nella sconfitta

 

Baggio e Pantani ci hanno insegnato che nello sport come nella vita per diventare immortali non conta solamente quanto ma come si vince e, soprattutto, si perde. Privato della sua aurea tragica, al mito sportivo di oggi non resta molto da raccontare attribuendogli una valenza quasi epica. Resta solo la futilità dei titoli individuali e di squadra, contenuti da almanacco sportivo piuttosto che di alta letteratura.

 

(di Emilio Bangalterra)

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