Euro e creazione della moneta: la lettura di Fabio Conditi

Euro e creazione della moneta: la lettura di Fabio Conditi

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Nel marzo del 2019, l’ingegnere Fabio Conditi – presidente dell’Associazione Moneta Positiva – ha rilasciato un’importante intervista a Money.it, in una puntata di “Testa o Croce” condotta da Fabio Frabetti: un innovativo format di discussione sull’euro e sull’Unione Europea, attuato tramite la chiamata di diversi ospiti, con diverse opinioni in merito.

Come nasce l’interesse per l’economia?

È un interesse nato da un diretto tangere delle questioni macroeconomiche con il mio lavoro. Nel 2007, la crisi dei mutui sub-prime ha toccato per primo il settore edilizio, di mia competenza: tuttavia, mi sono accorto che la natura di questa crisi non era di tipo reale, bensì finanziario. Non mancavano infatti materiali, capacità umane, organizzazioni e richieste sul mercato; è venuto a mancare invece l’antecedente approccio delle banche, che prima regalavano finanziamenti senza garanzie, salvo poi chiudere la porta in faccia anche a chi le possedeva, e solide.

Mi sono chiesto come fosse possibile che, a parità di Paese reale, vi fosse stato un cambiamento di tal fatta nel mondo bancario. Mi sono interrogato su una duplice questione ed alternativa: hanno finito i soldi, o hanno perso la formula per crearli?

Abbiamo quindi avviato – io ed il mio gruppo di studio – un ampio lavoro di ricerca, per cercare di ricomporre i pezzi del puzzle. Siamo giunti, infine, ad una questione quasi atavica, attorno alla quale aleggia un’aura finanche misterica per la popolazione, spesso circuita da tecnicismi volti ad impedirle la comprensione: chi crea i soldi? Come lo fa? Dove li mette?


Ciò che dici mi ricorda una domanda del Beppe Grillo degli anni Novanta, che si richiamava agli studi di Giacinto Auriti: di chi sono i soldi? Te la giro quindi, per avere una tua risposta in merito.

La battuta di Beppe, in “Apocalisse morbida”, è stata straordinaria, e merita di essere ripetuta. «Siamo d’accordo che lo Stato siamo noi? Sì. Siamo d’accordo che siamo noi e lo Stato a dare valore alla moneta? Sì. Quindi possiamo dire che la moneta è la nostra. Ma… Se la moneta è nostra, perché ce la prestano?».

La convinzione, che è stata diffusa nel corso degli anni, affinché non ci si ponessero dubbi a riguardo, è esattamente questa: lo Stato non è più capace di creare i soldi, quindi deve prenderli in prestito. Tuttavia, lo Stato è l’unico ente al mondo che avrebbe il diritto di creare moneta, letteralmente dal nulla.

Qui, tramite i nostri studi, siamo entrati nello specifico dei trattati, delle interpretazioni giuridiche degli stessi, e dei fatti tecnici, facendo una scoperta clamorosa: la sovranità monetaria appartiene ancora allo Stato, che peraltro come suo possessore percepisce il signoraggio tanto sulle monete metalliche quanto sulle banconote. Lo Stato potrebbe rivendicarlo, ed applicarlo, in qualunque momento, per attuare qualsivoglia tipo di misura economica che aiuti a popolazione a superare la crisi.


Vogliamo spiegare cosa succedeva prima con la lira, e cosa succede invece oggi con l’euro, nella cui struttura noi dobbiamo comprare la moneta attraverso il progressivo indebitamento?

Occorre innanzitutto stabilire una data cardine, a partire dalla quale tutto è cambiato. Ed essa precede il famoso divorzio fra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia. Era il 1971, anno in cui il Presidente americano Richard Nixon sganciò il valore del dollaro dall’oro, ponendo di fatto termine al “gold exchange standard” venuto in essere con il sistema di cambi fissi di Bretton Woods, stabilito nel 1944 (ove le proposte di Keynes furono sconfitte).

Per la prima volta nella storia dell’umanità, la moneta si sgancia completamente da qualsiasi valore reale, da qualsiasi materiale che avesse un valore intrinseco (l’oro, in questo caso) e che garantisse la fiducia in questo strumento di scambio. Il mezzo monetario è divenuto quindi completamente di tipo fiduciario: rappresentazione convenzionale di un valore non in sé, ovverosia Moneta Fiat.

Dunque, è venuto ad essere importante chi è il soggetto che emette questa moneta, quale istituzione che può garantirne il valore e la validità. Se io sono un privato che non ha il fine di garantire gli interessi pubblici, la mia diventa una moneta fortemente speculativa, cioè destinata all’arricchimento di pochi ed all’impoverimento di tutti gli altri.

Dal 1860 al 1980, lo Stato italiano ha finanziato, con le proprie risorse monetarie – si sta parlando qui del Ministero del Tesoro, non della Banca Centrale – oltre il 50% di tutto il debito pubblico del Paese. L’altra sezione invece era di competenza proprio della Banca d’Italia, le cui quotazioni erano all’epoca in mano a banche pubbliche: perciò, altro non era che una diramazione diretta dello Stato.

Lo Stato collocava i propri titoli sui mercati finanziari, ma stabiliva esso stesso il tasso d’interesse cui essi dovevano sottostare; gli invenduti, attraverso un accordo fra il Primo Ministro ed il Governatore, venivano acquistati dalla Banca Centrale, che monetizzava mettendoli al passivo del proprio bilancio. In pratica, lo Stato aveva illimitate capacità di finanziamento: si trattava, con adamantina chiarezza, di una scelta economica.
Attuare politiche anti-cicliche, sfruttando gli strumenti monetari a propria disposizione per regolare la massa valutaria in circolazione a seconda del periodo di inflazione (ove c’è bisogno di calmierare) o deflazione (ove c’è bisogno di espandere), era quindi frutto di consapevolezza politica.

E che cosa è successo dopo il 1981?

Ci sono stati una serie di passaggi che hanno condotto innanzi una transizione brutale, da una sovranità completamente in mano allo Stato ad una sovranità monca, in quanto parzialmente trasferita – per autolimitazione, secondo scelte politiche compiute da vari governi – ad un organo indipendente che oggi non è più neppure la Banca d’Italia, bensì la Banca Centrale Europea.
Tuttavia, quest’ultima opera con dei qual certi limiti nella creazione monetaria, rispetto alla massa valutaria che il sistema economico conta, in quanto ha a sua volta fiduciariamente permesso questa azione alle banche private, che danno vita a ben il 97% della moneta che utilizziamo oggi.


E come la creano?

Dal nulla, senza troppi patemi tecnici. Creano un conto corrente nel quale accreditare i soldi attraverso le tabelle numeriche di un computer: con il meccanismo della partita doppia, mettono al loro attivo il mutuo del correntista, con le garanzie ipotecarie. Perciò, creano il denaro con i nostri beni, dal nulla e senza costi, ma al prezzo di garanzie che noi diamo loro, oltre naturalmente agli interessi.

È pazzesco. Mi vengono spontanee delle domande a proposito: stanti le condizioni che hai appena elencato, come mai falliscono? E come mai oggi è così difficile andare a chiedere un prestito presso di loro?

Qui il campo si fa complicatissimo: noi, quando abbiamo studiato la contabilizzazione bancaria, ci siamo accorti di essere entrati in un marasma pazzesco. Dal momento che le banche private cercano profitto per le loro operazioni, è naturale che esse concederanno il prestito soltanto al massimo rendimento: bolle immobiliari e speculazioni finanziarie ne sono una diretta conseguenza. L’economia reale – cittadini ed imprese – ricevono, in questo perverso sistema, soltanto il 10% del denaro.

Aver lasciato alle banche private la facoltà di creazione del denaro, ha comportato il fatto che siano loro stesse a scegliere verso dove direzionare questa operazione, che con gli interessi e le garanzie si fa per loro molto redditizia.

Ciò che può condurre al fallimento queste banche non sono i piccoli risparmiatori, bensì i grandi imprenditori – spesso amici degli amici – che non restituiscono i prestiti (su cifre che si aggirano attorno alle decine di milioni di euro). Il passivo di bilancio che si viene a creare in questi casi, neppure è coperto dalle solide garanzie che invece richiedono a chi desidera comprare casa (di cui domandano l’ipoteca a mallevadoria).

Le banche creano quindi moneta sulla base di una garanzia reale: se quest’ultima non esiste, o non esiste più, allora nascono le problematiche di gestione del passivo venuto in essere. Secondo le norme vigenti, la banca infatti può coprire con il proprio patrimonio, con liquidità a capitali che le appartengono, poi con gli obbligazionisti ed infine persino con i correntisti (legge del bail-in).


La card di cui fruiranno i titolari del Reddito di Cittadinanza, è una forma di creazione di moneta?

Attualmente no. I soldi deriveranno dai fondi dello Stato, risultante della differenza fra le spese e gli incassi (ovverosia le famose “coperture”): è un semplice spostamento di risorse da un capitolo di spesa ad un altro. Dal punto di vista macroeconomico, non è stato fatto niente, se non uno slittamento di risorse per l’appunto: peraltro, già circolanti, perché tratte attraverso il prelievo fiscale, senza perciò che nulla sia stato aggiunto al tessuto economico e sociale della nazione in termini monetari.

Quello che bisogna cercare di far capire è che, al giorno d’oggi, non si dovrebbero spostare i soldi, ma davvero crearne affinché essi possano essere immessi nel circuito dell’economia reale, quella delle famiglie e delle aziende. Mario Draghi, con il Quantitative Easing, ha dato vita – ex nihilo – a ben 2.600 miliardi di euro: non li ha estratti da un caveau, ma li ha prodotti tramite il click di un computer a Francoforte.

Al ritmo di 80 miliardi al mese: tradotto in termini edilizi, ben un milione di appartamenti da 100 metri quadri completamente nuovi. Esiste un video in merito, che ha lasciato basiti molti per la semplicità ed il candore dell’ammissione di Mario Draghi in persona: alla domanda di un giornalista se i soldi possano mai finire, egli rispose – con grande imbarazzo – «Tecnicamente no. Non possiamo finire i soldi. Quindi abbiamo ampie risorse per far fronte a tutte le nostre necessità». Sarebbe meglio dire: illimitate risorse monetarie. Come è dal 1971 in poi. Ma qui il punto è: le “nostre”, di chi esattamente? Infatti, questi soldi sono sempre stati dati a banche e mercati finanziari.

Una scelta che, peraltro, andrebbe contro gli obiettivi che la BCE si sarebbe posta negli articoli 127 del TFUE e 3 del TUE, che prevedrebbero crescita equilibrata e progresso sociale [invero, incompatibile con la stabilità dei prezzi, che è invece il primo obiettivo, posto per combattere un problema sconfitto da decenni, cioè l’inflazione (per usare le parole di dell’economista americano Randall Wray), N.d.R.].

Paolo Savona lo scrisse nella sua lettera all’Unione Europea del settembre 2018: sei io firmo un contratto con degli obiettivi, ma tu non mi consenti di raggiungerli, il contratto è valido? No: è nullo. Per questo, io compierei un passo verso la comunità continentale con il fine di metterli di fronte alle loro possibilità: gli obiettivi comuni sono stati raggiunti? No, neppure la stabilità dei prezzi (con inflazione al 2%).

Rimanendo nell’area euro, lo Stato italiano potrebbe esercitare la propria sovranità monetaria – che voi dite non essere stata sottratta del tutto -, e come potrebbe esercitarla?

Voglio dare, per cominciare questa risposta, un paio di elementi di definizione del fulcro della stessa. L’articolo 1 della Costituzione prevede che la sovranità appartenga al popolo: neanche al governo od al Parlamento, ma direttamente al popolo italiano. In essa rientrano anche gli ambiti monetario e fiscale: si possono limitare solo in determinati casi (articolo 11), ma non si possono cedere in nessun modo.

Ciò che è stato ceduto è una fattispecie di conduzione della politica economica dei vari Paesi, la quale ha le branche “monetaria” e “fiscale”. La prima è stata slittata, ma anche antecedentemente erano in capo alle Banche Centrali, piuttosto che direttamente agli Stati: ciò che è avvenuto è stato quindi un trasferimento di competenze dalla Banca d’Italia alla BCE.

Ma le prime competenze sono sempre state del Ministero del Tesoro, che anche oggi ne ha sulle monete metalliche, sui biglietti di Stato e così via. L’articolo 117 afferma che la moneta compete allo Stato: è stato modificato come tale costituzionalmente nel 2001, quando già avevamo firmato Maastricht.


Ed allora come lo Stato la può esercitare, questa sovranità monetaria?

Diversi sono i modi, ma innanzitutto occorre definire che cosa non si possa fare, sulla base dei trattati europei che sono stati firmati. Non può emettere banconote (la storica trasformazione delle note di banco), le quali fanno infatti capo alla Banca Centrale Europea; invece, competenza del Ministero del Tesoro [oggi Ministero dell’Economia e delle Finanze, N.d.R.] sono le monete metalliche, i biglietti di Stato e qualunque altra tipologia alternativa di moneta (elettronica, fiscale o virtuale che sia).

Queste ultime, infatti, non sono state trasferite alla BCE, e non potranno mai esserlo: sono di competenza esclusiva dello Stato italiano. Addirittura, nel Testo Unico Bancario, l’articolo 114bis sottolinea come la valuta elettronica possa essere emessa persino dagli enti regionali dei vari Stati. Torna qui il discorso di prima: se io posso creare la moneta elettronica, perché devo prenderla in prestito?

Ed allora perché nessun governo esercita questa funzione?

Perché il problema che qui si innesta non è di tipo monetario, bensì psicologico. Noi di Moneta Positiva diciamo sempre che, attualmente, viviamo immersi nella caverna di Platone, incatenati a guardarne il fondo, dove la proiezione di ombre ci occulta ed obnubila la realtà: in senso moderno, in fondo alla caverna vi è uno schermo televisivo i cui messaggi sono tesi all’inganno dei fruitori.

Il mantra, ripetuto tutti i giorni secondo il metodo Goebbels [ripetere mille volte una bugia, rende quella stessa bugia una verità, N.d.R.], è che «i soldi bisogna trovarli da qualche parte». Nessuno invece spiega, come candidamente potrebbe fare, che i soldi si possono e devono creare dal nulla.

E si possono creare senza ripercussioni, senza avere un debito con qualcuno da qualche parte?

Rispondo con una domanda: da dove viene il denaro che abbiamo nelle nostre tasche? Semplice: qualcuno deve averlo creato. Prima di comprare una macchina, bisogna che essa sia stata prodotta; così, prima di prendere in prestito dei soldi, bisogna che qualcuno li abbia creati. E qual è l’operazione che permette ciò? Come succede? Come li fanno i soldi? Non è una domanda né piccola né peregrina.

Così ad esempio funzionano i mercati finanziari, che non hanno alcun caveau sotterraneo: lo Stato emette titoli di debito per un milione di euro, i mercati [per lo più costituiti da grandi banche e fondi di investimento, N.d.R.] li comprano depositandoli presso l’attivo di bilancio di una banca, che a sua volta crea il milione di euro che poi viene girato allo Stato.

Questa è una follia! Pensiamoci bene… Perché lo Stato non deve avere una banca pubblica con cui fare lo stesso giochino? Perché si deve rivolgere a privati speculatori?
Il dibattito sull’euro, e su tutte le altre tematiche connesse, è dal mio punto di vista fuorviante rispetto al fulcro del discorso, al problema principale, che problema lo è realmente: la natura della creazione della moneta. Poiché ogni problema nasce se non si hanno le risorse economiche per dare lavoro a chi ne ha bisogno e fare i lavori di cui c’è bisogno: eppure, attraverso i mezzi monetari sopra enucleati, non dovrebbe sussistere alcun problema di carattere finanziario per ogni tipo di spesa ed investimenti che si desideri fare.

Perché abbiamo dato a banche private la facoltà di creare il 97% di tutto il denaro che usiamo? Perché abbiamo appaltato un elemento economico di primaria importanza, come la moneta, che è di interesse di tutti, a persone che lo creano nell’interesse di pochi?

Come funzionerebbe la distribuzione della moneta in un modello ideale di Fabio Conditi?

Noi siamo arrivati a dire: non è tanto importante il come, ma è fondamentale creare i soldi ed immetterli nell’economia, un’operazione indispensabile affinché essa funzioni. È chiaro che il denaro virerebbe verso coloro che sono stati maggiormente penalizzati dalle disuguaglianze economiche oggi vigenti: secondo la logica di un meccanismo virtuoso di redistribuzione dei redditi, che pure la nostra Costituzione prevede.
Ad esempio, secondo recenti dati Oxfam, quasi quattro miliardi di persone povere nel mondo hanno complessivamente la stessa ricchezza di… 26 persone. Non è mai successo nella storia dell’umanità, una tale assurda disparità.

Noi dobbiamo fare ciò che sosteneva Giovanni Falcone: «Segui il percorso dei soldi e troverai la mafia». In questo caso, dobbiamo prenderci la briga di seguire il processo di creazione e distribuzione del denaro, e scopriremo perché ci stiamo impoverendo. L’Italia, ogni anno, spende 200 miliardi di euro di interessi (usurai) sul debito, cioè il 12% del PIL; la Grecia si è vista chiudere i rubinetti dalla BCE quando la popolazione ha cominciato a ritirare i soldi. Il problema è quindi di natura politica. Di scelta e consapevolezza politica.

[L’organizzazione dell’articolo in domande e risposte è una rielaborazione dell’autore, basata sull’intervista a Fabio Conditi presso Money.it, “L’inganno della moneta creata dal nulla”, nell’omonima puntata di Testa o Croce condotta da Fabio Frabetti (9).]

(di Lorenzo Franzoni)

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