Corte UE: "Multinazionali possono fare causa agli Stati"

Corte UE: “Multinazionali possono fare causa agli Stati”

Le multinazionali possono fare causa agli Stati. Lo dice la Corte Europea. Non un fatto nuovo, in realtà, visto che l’Investor-state dispute settlement (ISDS) ovvero lo strumento di diritto utilizzato nelle controversie tra privati e governi nazionali, esiste da diversi anni e a memoria si annovera  un caso simile per uno Stato membro UE – la Germania – nella disputa con la Vattenfall, azienda energetica svedese.

Un esempio per il quale però parliamo di un marchio – Vattenfall – che in Svezia è ancora proprietà dello Stato, dunque di una situazione ancora parzialmente ibrida, dal momento che l’azienda ricorse nell’ormai lontano 2011 all’ICSID (Centre for Settlement of Investment Disputes), già esistente dagli anni Sessanta.

L’ISDS è una delle discusse clausole contenute nel Ceta, ovvero l’accordo di libero scambio tra UE e Canada entrato in vigore in via provvisoria nel settembre 2017 e in attesa dell’approvazione definitiva. Come riporta Gli occhi della guerra:

“Quando una società ritiene che le proprie aspettative di profitto siano state deluse dalla legislazione del paese ospitante (in questo caso Canada o Ue, può chiedere risarcimento tramite l’arbitrato internazionale (Isds/Ics), un sistema giudiziario parallelo alle corti ordinarie. L’Ics, ad esempio, sarà composto da un pool di avvocati commerciali, pagati a chiamata, che possono approvare richieste di indennizzo virtualmente illimitate da parte delle imprese, condannando gli stati a risarcirle o a ritirare le norme contestate”.

Ebbene, con il parere espresso il 30 aprile 2019, la Corte di giustizia europea ha stabilito che l’ISDS non è incompatibile con il diritto dell’Unione Europea, aprendo di fatto ulteriori spazi per le controversie tra privati e Stati. I comitati che si battono per lo stop ai trattati di liberoscambismo hanno espresso non a caso posizioni abbastanza nette nel merito:

“La sentenza legittima un sistema controverso, che consente alle multinazionali di fare causa agli Stati per scoraggiare l’approvazione di leggi che minacciano i loro profitti. Qualunque norma – anche se varata per proteggere l’interesse pubblico o l’ambiente – sarà impugnabile in opachi tribunali, che prestano il fianco a gravi conflitti di interessi”, si legge nelle dichiarazioni ufficiali Stop Tttp / Ceta.

Come riporta il Salvagente, sito web di ispirazione pro-consumatori, la Corte non avrebbe fatto altro che legittimare un sistema che negli anni ha già prodotto diversi danni:

“Negli ultimi trent’anni, in tutto il mondo, gli Stati hanno già dovuto pagare 84,4 miliardi di dollari alle imprese private a seguito di sentenze sfavorevoli (67,5 miliardi) o costosi patteggiamenti (16,9 miliardi). Le compagnie possono citare in giudizio gli Stati per nuove politiche ambientali (è accaduto in Canada), per provvedimenti che limitano la presenza di zucchero nelle bevande (due colossi del food americano contro il Messico), per quelli che aggiornano il packaging dei pacchetti di sigarette (le major del tabacco contro Uruguay e Australia). In Italia ad esempio si segnala il caso delle trivelle: la causa più pesante è stata intentata dalla compagnia petrolifera britannica Rockhopper nel 2017 con la richiesta di 350 milioni di dollari in compensazioni per aver subito il no al rinnovo della concessione per la piattaforma Ombrina Mare, che voleva cercare petrolio nell’Adriatico abruzzese entro le 12 miglia marine. L’arbitrato, denunciano dalla campagna, rappresenta “un’arma delle multinazionali contro l’ambiente e la sovranità degli stati”.

Insomma, pare proprio che per esportare qualche prodotto in più nel Nord America dovremo dare in pegno la perdita del controllo politico e statale residua che la politica ancora mantiene, seppur con affanno e stenti. Per lo meno, la Corte Europea ha dichiaratamente aperto a questa possibilità: quella di una politica sempre più debole e di un’economia privata sempre più forte e soverchiante, capace di condizionare le scelte dei governi in modo ormai quasi inarrestabile.

Il governo italiano? Per ora, silenzio assoluto sulla vicenda. Sebbene l’estate scorsa il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio avesse annunciato che l’Italia non avrebbe ratificato il trattato, ad oggi non si riscontrano ancora azioni concrete in tal senso.

(di Stelio Fergola)

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