Måneskin

Måneskin, ma quale trasgressione: è conformismo politically correct

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I Måneskin sono stati salutati anche da qualche solone intellettuale e persino qualche critico musicale più attempato come la nuova frontiera del rock, una ventata d’aria fresca nel panorama musicale italiano e internazionale, alla faccia di snob e rosiconi. Per carità, in parte è anche vero, ma non è che ci volesse poi molto. Chi scrive è anche un grande appassionato della storia del rock e deve ammettere che a livello stilistico-musicale a livello commerciale è passato decisamente di peggio, pur non brillando – affatto – per originalità né per quali chissà abilità compositive.

Certo, in confronto a certe zozzerie musicali che il nostro Paese propone, i Måneskin sono i Led Zeppelin. Cercando di vedere il lato positivo o il bicchiere mezzo pieno che dir si voglia, vedere una band non costruita a tavolino fare carriera passando direttamente dalla strada al successo internazionale, è sicuramente un segnale molto positivo: chissà che qualche ragazzino ascoltando i Måneskin non scopra le band che li hanno più influenzati o comunque prenda in mano la chitarra invece che cantare cose insopportabili con l’autotune. Il problema dei Måneskin, purtroppo, non è la musica che propongono-  che può piacere o meno e non staremo qui a dilungarci oltre – ma ciò che rappresentano o fingono di rappresentare. Nella loro proposta estetica – la musica pop è anche e soprattutto questo – non c’è nulla di trasgressivo o di benché minimamente oltraggioso o rivoluzionario. Senza cadere nella trappola della nostalgia, i Mötley Crüe e i loro incredibili eccessi erano oltraggiosi o scandalosi così come lo potevano essere i Sex Pistols o i Rolling Stones, tanto per scomodare gli dei del rock. Gente che non ha mai dovuto giustificare o dire nulla nulla pur di piacere al pubblico di massa. Sbandati, drogati, alcolizzati: non erano degli eroi e non volevano esserlo. Non ci rompevano le scatole su quanto bisognasse essere fintamente tolleranti o progressisti.

I Måneskin sono un – gradevole – prodotto commerciale figlio del suo tempo, che è quello del politically correct, dell’identity politics, e di tutte quelle rivendicazioni care ai liberal americani che – da buona colonia culturale quale noi siamo – ora vengono importate anche da noi. Nessuno scandalo, ma tutto perfettamente costruito a livello d’immagine – e di messaggi – per piacere ai giovani cosmopoliti che sposano le battaglie identitarie di Black Lives Matter, a favore del DDL Zan o dell’immigrazione no borders. Tutto ciò che propone quotidianamente il pensiero unico dei grandi giornaloni, della stragrande maggioranza dell’intellighenzia, della televisione. Ciò che dicono nelle interviste è ciò che afferma qualsiasi sfigato che ha un minimo di visibilità nello star system. Ciò non significa che, al fine di essere veramente provocatori, i  Måneskin dovrebbero essere dei convinti conservatori. Certo che no. Se fossero solamente un briciolo trasgressivi come loro sostengono o pensano di essere, forse si limiterebbero a suonare rock’n’roll e a non annoiarci su quanto essere buoni, inclusivi, politicamente corretti. Ne sono prova le dichiarazioni rilasciate dal cantante a Vanity Fair:

«I commenti sulla mia estetica non vanno a insinuare nulla sulla mia professionalità e la mia competenza, mentre le donne sono vittime di questo tipo di pensiero in maniera sistemica», dice la voce della band romana

«Il giudizio facile contro il femminile è più feroce, costante, svilente – spiega Damiano nell’intervista a Vanity Fair riporta anche da Open – Se io faccio tanto sesso sono un figo e Vic una puttana – osserva ancora -. Dove io mi mostro forte sono un leader e Vic una dispotica e rompipalle, che ha successo perché è bona. Da maschio sono privilegiato». «Le molestie che subisco non sono paragonabili a quelle che vive una donna. Certo – ammette ancora Damiano – mi è successo di ritrovarmi dal niente con una che tirandomi a sé per un selfie mi ha iniziato a leccare la faccia… “Ma che vuoi, me l’hai chiesto?”. Il consenso esiste, ed è doveroso». E aggiunge: «I commenti sulla mia estetica sono incentrati solo sulla mia estetica e non vanno a insinuare nulla sulla mia professionalità e la mia competenza, mentre le donne sono vittime di questo tipo di pensiero in maniera sistemica». Insomma: la solita minestra riscaldata di luoghi comuni e banalità politicamente correttissime. Scusate, ma ci teniamo i cari e vecchi Mötley Crüe o il buon Lemmy Kilmister se vogliano un po’ di vera, sana tragressione.

(di Roberto Vivaldelli)

 

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