Non saliremo mai sul carro del vincitore

Non saliremo mai sul carro del vincitore (specialmente se disonesto)

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Non saliremo mai sul carro del vincitore. È una delle certezze che ci contraddistingue. Potremmo commettere errori di valutazione, essere certosini e validi, potremmo perfino cambiare opinione. Ma metterci al servizio di chi ha vinto, con la consapevolezza della forza brutale con cui lo ha fatto, e peggio ancora subito dopo le certezze sul suo trionfo, beh, quello no: è troppo perfino per esseri umani come noi, non dei santi, certamente non esenti da debolezze o imperfezioni.

Perché non saliremo mai sul carro del vincitore

Presto detto e al di là di qualsiasi ipocrisia: non saliremo mai sul carro del vincitore anzitutto perché abbiamo poco o nulla da perdere. Abbiamo scelto di fare ciò che facciamo non per guadagno – molto difficile, se non rarissimo in un mestiere come il nostro, che necessita, a meno di non essere mainstream e in certe posizioni decisamente elitarie, di attività parallele in grado di finanziarlo – ma perché scrivere per noi  è una missione. Una missione che è fatta di valori, di visione del mondo, di una precisa idea socio-economica, oltre che patriottica.

Un’idea che in passato è esistita e ha portato dei risultati. Non perfezione, ma risultati concreti. Non siamo dei novelli sognatori che immaginano un mondo senza ingiustizie, senza disparità ingiustificate o uguaglianze estreme ugualmente poco rispettose dell’infinito valore intrinseco dell’uomo.

Cerchiamo solo di proporre e sostenere un miglioramento rispetto allo strapiombo etico, culturale, economico e sociale degli ultimi trent’anni, che riteniamo in assoluto uno dei punti più bassi mai toccati dalle comunità umane nella propria storia.

Siamo soltanto dei professionisti che, nel proprio piccolo, cercano di contribuire a sviluppare un modo diverso di vedere le cose.

Forse troviamo perfino superfluo ringraziare Trump, forse perfino troppo retorico. Ciò che ha realizzato, ciò che ha tentato di creare in questi – pochi – quattro anni è sotto gli occhi di chiunque non sia un imbecille o un prevenuto in malafede, al netto degli errori che, come per noi, valgono anche per lui e per qualsiasi essere umano fatto di carne ed ossa, oltre che di spirito e anima.

Al netto della consapevolezza che non siamo tutti uguali e che non sempre possiamo nutrire e coltivare gli stessi interessi. Al netto di qualsiasi cosa.

Chi sale sul carro del vincitore?

Quasi tutti, e non solo nella stampa mainstream, che su quel carro ci è sempre stata saldamente, difendendolo a spada tratta perfino quando testimonianze giurate, video, chiusure dei seggi e voti dei morti si mostravano giorno dopo giorno, settimana dopo settimana (piantiamola di dire “non ci sono le prove”, semmai non sono state dimostrate tutte le prove, che è una cosa diversa).

Ma ci sono anche altri, futili anche da nominare, in quanto difficilmente ascrivibili a una categoria subdola, mutevole, troppo sfumata a seconda delle circostanze, favorevoli o meno.

Ci salgono, su quel carro, anche giornalisti interessati a sbarcare il lunario, il che ci può anche stare (d’altronde viviamo nel mondo reale e non delle favole), ma non può non suscitare un’opposizione e una critica fortissime da parte nostra. Ci sale chi senza essere influente vuole mantenere un proprio stipendio, in un settore in cui quasi nessuno è pagato realmente. Ci può stare, ci può stare tutto.

Ma con un minimo – occhio, un minimo – di dignità. Essere contro la clandestinità, l’illegalità, per i valori conservatori e poi doversi allontanare può essere plausibile, ma almeno che si attui un profilo basso.

Ci sono colleghi nella stampa mainstream che sulla sconfitta di Trump hanno avuto un atteggiamento decisamente più dignitoso e coerente. Rischiando pure qualcosina, considerato il fuoco “amico” a cui sono sottoposti tutti i giorni. A loro va il nostro ringraziamento, nonostante le ritirate strategiche che pure sono forzati a fare ogni tanto. Anche qui, futile fare nomi.

Ci permettiamo di dire che Donald Trump ha fatto non bene, ma benissimo a non andare all’insediamento di Joe Biden. Il minimo atteggiamento coerente dopo uno scempio simile che non può non suscitare il nostro rispetto.

Noi non saliremo mai sul carro del vincitore. E proseguiremo nella nostra opera, che ci seguano in dieci, venti, centinaia o milioni di persone.

(di Stelio Fergola)

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