Politicamente corretto arma degli studenti

Politicamente corretto, l’arma degli studenti per fregare gli adulti

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Quella viscida poltiglia chiamata politicamente corretto, che tra asterischi, schwa e assurde rivendicazioni ammorba il creato, nelle mani degli adolescenti degli anni venti è destinata a diventare un’arma di distruzione di massa: un po’ snowflakes un po’ abili manipolatori, i giovani hanno capito perfettamente come usare la leva del vittimismo per ottenere qualunque cosa.  L’ultima, ad esempio, è stata usare il Covid come pretesto per sottrarsi alle prove scritte dell’esame di maturità: come potete chiedere a dei diciottenni di scrivere un tema in piena pandemia?

Ma è quando il vittimismo nasce dalla lesione di uno dei beni supremi cari al progressismo che non esiste speranza per l’adulto medio di venirne fuori meno che massacrato.Femminismo un tanto al chilo, bagni neutri, maschi con la gonna: quando un adulto incontra un adolescente che brandisce una di queste armi, quell’adulto è un adulto morto. E questo vale tanto in famiglia – basta accusare un genitore di omofobia per trascinarlo nel fango – che a scuola.

Liceo Righi, politicamente corretto, e gli studenti “marciano”

Le recenti vicende del liceo Righi – dove pare sia in atto una rivolta il cui obiettivo sarebbe la “rivoluzione del dress code” – sono solo l’ultimo caso, in ordine di tempo, di abbattimento dell’insegnante per mano degli studenti con l’arma bianca del politicamente corretto. Era già successo, ad esempio, a novembre al Bettoni di Milano e anche lì, per il professore che si era rifiutato di tenere la sua lezione davanti a degli studenti in gonnella, era stata gogna mediatica.

Oggi tocca alla professoressa romana che ha osato stigmatizzare con una espressione colorita la condotta troppo disinvolta di una studentessa: ovviamente – attenti sempre al dito e mai alla luna – il problema è stata la (infelice?) allusione alla Salaria, mica il fatto che una giovane studentessa fosse in aula mezza nuda intenta a fare un video per TikTok con un cellulare che, a mente delle disposizioni vigenti nelle scuole, avrebbe dovuto essere spento o lasciato a casa.

Subito la pubblica denuncia del gravissimo attentato alla libertà dell’alunna di vestirsi come le pare, condito da quella indignazione per l’allusione sessista che aggiunge un po’ di pepe vicenda ha raggiunto le prime pagine dei giornali: professoressa ottusa, medievale, sessista.

Il solito vittimismo con un solo, triste scopo: avere la vita facile

Non è mica un ombelico di fuori a condizionare l’apprendimento scolastico” sentenzia una studentessa. “Vogliamo le scuse dell’insegnante!”.

Insomma, già sovrani assoluti delle loro famiglie, i giovani hanno presto scoperto come tenere in ostaggio la seconda agenzia educativa: la scuola.

In fondo, basta adombrare condotte discriminatorie di qualunque tipo o presunte lesioni della “libertà di esprimere sé stessi” – qualunque cosa voglia dire – per raggiungere l’obiettivo della distruzione di una persona prima e di un insegnante poi.

Possiamo solo immaginare come ci si possa sentire a camminare sulle uova, a dover pesare ogni parola, a lavorare con una spada di Damocle continuamente sospesa sul capo, consapevoli che una parola sbagliata potrebbe determinare quando va bene il pubblico ludibrio, quando va male la distruzione di una onorata carriera. Vogliono le scuse, loro. Pretendono che la scuola si adegui ai loro desiderata. Vanno a scuola per ricevere un’educazione ma è un attimo e te li ritrovi a spiegare agli adulti come si sta al mondo. E se gli adulti non si adeguano, sono dolori.

Com’è potuto succedere? Parte tutto, come sempre, dalla disgregazione della famiglia: genitori esausti e schiacciati dai problemi o, semplicemente, eterni fanciulli, che rifiutano di prendersi la briga di stabilire regole e limiti alla libertà dei loro pargoli.

Ma, senza limiti, la libertà diventa anarchia, disordine e caos. E in quel caos cresce una generazione incapace di accettare un “no”, di affrontare a viso aperto una sfida, di porsi domande e mettere in discussione la versione del mondo che gli viene propinata ogni giorno. Così, spaventati, senza personalità, e inebriati da un’idea di libertà che non sanno comprendere né gestire, te li ritrovi davanti al portone della scuola, urlanti, a starnazzare per la “rivoluzione del dress code”.

(di Dalila di Dio)

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