Covid e "rischio zero"

Covid: il “rischio zero”, ovvero la nuova età (fallace) dello spirito

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Più volte, nel corso dell’ultimo anno di Covid, il rischio zero – ossia l’eradicazione totale del virus – è stato presentato sia come obiettivo al quale tendere, impegnando tutte le forze in campo, sia come l’indubbia conseguenza di una massiva campagna vaccinale. Le previsioni prospettate sono però state deludenti e, terminata l’estate, con l’arrivo dei primi freddi gran parte di chi aveva ricevuto le sue razioni di siero ha scoperto di potersi contagiare – infettando gli altri che si presupponeva dovesse proteggere – e finanche ammalare in forma grave.

Covid, rischio zero, vaccini

Perfino i cantori del siero hanno dovuto fare marcia indietro e ammettere che la copertura si estingue in pochi mesi, il che implica un terzo richiamo per rafforzare la protezione.

In molti hanno storto il naso al pensiero di una nuova puntura (il famigerato booster) ma nel frattempo l’obbligo è stato esteso a nuove categorie di lavoratori e a tutti gli over 50 mentre il lasciapassare per godere dei propri diritti è diventato necessario per svolgere ogni attività quotidiana, dal lavoro all’acquisto di un paio di mutande.

Arriviamo così al presente: Israele è partito con la quarta dose e la stampa, con la solita unica voce, strepita di una durata indefinita (che non è sinonimo di illimitata) del lasciapassare per chi, subendo il ricatto o felice di dimostrare ancora una volta il proprio pandemico civismo, si sottoporrà al booster.

Con lo spettro della quarta dose che incombe – seguiamo Israele a ruota – e Pfizer che annuncia un nuovo vaccino per fronteggiare Omicron nonché un nuovo siero aggiornato previsto per l’autunno, sembra di assistere a un film già visto di cui abbiamo imparato a conoscere la trama.

Il finale – quel rischio zero che dovrebbe restituirci le nostre esistenze e riportarci allo status quo ante covid – sembra però rimandato. Allo spettatore, incredulo oltre che rassegnato, non resta che attendere i titoli di coda di un epilogo nuovamente spostato una dose più in là.

Le utopie irrealizzabili

Ci troviamo in quell’era di mezzo che Gioacchino Da Fiore, nell’ambito della sua concezione tripartita del tempo storico, chiamava età del Figlio caratterizzata da fede e obbedienza. Età – questa della vaccinazione di massa – che rappresenta un periodo di passaggio e che preannuncia l’età dello Spirito, il paradiso in terra della totale eradicazione del virus che regalerà all’uomo un’esistenza perfetta.

Tutte le visioni utopiche, discendenti da quella di Gioacchino, si presentano come una soluzione di rottura con il presente attraverso un cammino condiviso (oltre che eterodiretto dall’avanguardia illuminata) che dovrebbe condurre l’umanità verso l’Eden.
L’utopista ha lo sguardo rivolto al solo futuro che ha in mente: ogni ostacolo dovrà essere rimosso, anche con la forza; ogni parere contrario delegittimato e messo a tacere; ogni dissenso soffocato.

All’utopista non interessa la ricerca della verità perché, per lui, già esiste: il suo compito è quello di svelarla e impedire che qualcuno metta in discussione i dogmi che la sorreggono. E questo indipendentemente da fattori esterni che spingono in altre direzioni, e dall’intensità delle forze che si frappongono.

A nulla è valso, ad esempio, il lavoro instancabile dei medici di terapia domiciliare e il doppio risultato che hanno ottenuto anche in ambito giurisprudenziale: il covid non può essere curato perché l’unica soluzione percorribile è (sempre stata) il vaccino.

A niente è servito esporre ogni contrarietà con cognizione, come ha mirabilmente argomentato il Comitato 15 ottobre: se la verità è preesistente non c’è bisogno di alcun confronto – che di fatto non c’è stato – per farla emergere.

Ogni utopista sa anche, forse solo a livello inconscio, che l’edificazione del paradiso in terra è per sua intrinseca natura irrealizzabile; pertanto è costretto a rimandare l’avvenire radioso prospettato, riscrivendo la quotidianità alla bisogna.

In tal modo conferisce all’utopia il senso di esistere attribuendole la forza di incidere sul presente; adopera la propria visione del futuro solo per modificare l’oggi nell’attesa di un domani che non ci sarà mai, in un continuo ribaltamento delle parti in gioco che, a seconda delle esigenze narrative, si allontanano e si avvicinano.

Il rischio zero è l’illusione prospettica che, a sua volta e in senso inverso, serve per disvelare l’unica soluzione possibile. Ad oggi, nonostante le contraddizioni e le crepe sempre più lapalissiane della narrazione, il vaccino è ancora presentato come unica strada per raggiungere il paradiso in terra del rischio zero. Mentre il futuro prospettato è al contempo un miraggio e uno spauracchio, il presente è cristallizato in un’attesa infinita e futile, come quella che Beckett destinò ai personaggi di Aspettando Godot. La strada per l’Eden è lastricata di buone intenzioni.

(di Guido Del Giudice)

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