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La tirannia dei “dati” e la zavorra del ragionamento

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Da due anni a questa parte ci siamo abituati – e lo abbiamo fatto a malincuore – a decisioni basate sull’andamento, e su una sorta di tirannia dei dati. La scienza è tracimata, prima inter pares, negli altri campi dello scibile umano plasmandoli a sua immagine. Che si tratti della curva epidemiologica, dell’indice RT che determina le zone a colori, della diffusione del contagio di una nuova variante, dell’incidenza dei non vaccinati sulle terapie intensive ogni provvedimento diventa pervasivo e incide sulla quotidianità e il futuro delle persone.

La tirannia dei dati e la politica

La politica basa le proprie decisioni sui dati o, meglio – come hanno spesso affermato Draghi, Speranza e gli altri attori di questa farsa -, sono i dati a dettare l’agenda alla politica. Sembra che la politica sia mera esecutrice di dinamiche mai imputabili alla propria responsabilità; le decisioni sono sofferte ma necessarie e al contempo insindacabili. Se sono i dati a dettare legge, l’unica conoscenza necessaria alla base di ogni provvedimento politico è solo quella che può essere quantificata; ciò comporta, di contro e a priori, l’esclusione di qualsiasi analisi e decisione di carattere non scientifico.

La politica diventa dunque braccio (senza mente) di quella scienza che Sermonti definiva “senza anima”; un orpello non differente da un calcolatore, a-morale come un macchina che agisce in base a impulsi preordinati e conoscenze condivise. In un continuo gioco di specchi i dati deresponsabilizzano la politica e al contempo ne legittimano ogni decisione.

È davvero così?

La politica, come ha scritto Carl Schmitt, ha abbandonato nel corso della storia l’idea di poter governare attraverso le ideologie e il diritto naturale, in quanto non offrivano garanzie di oggettività. La tecnica invece può apparire, per sua intrinseca natura, neutrale.

La scienza in questo caso diventa il paravento di cui la politica ha bisogno per adottare scelte impopolari che danneggiano il tessuto sociale ricadendo sui cittadini; e chi contesta la politica sta di conseguenza assumendo posizioni antiscientifiche e – anche se a sua volta uomo di scienza -, può essere dileggiato, deriso, delegittimato, epurato.

Appare chiaro che la stessa politica possiede anche gli strumenti (e le armi) necessari per manipolare a suo piacimento la scienza e creare i presupposti di cui ha bisogno per agire indisturbata.

La politica, per essere percepita come incontestabile, deve farsi da parte e conferire alla scienza un valore assoluto, di carattere dogmatico, corroborato da studiosi e tecnici sempre disponibili a restituire una subitanea eco di conferma.

A supporto degli esperti in camice bianco (istituzionalizzati come i membri del CTS, mediatici come i virologi star) si unisce il coro dei media, manipolatori di professione, che sin dall’inizio di questa vicenda hanno offerto un importante contributo alla causa giocando sulla semantica modificando significante e significato di termini chiave.

Se nei bollettini giornalieri viene annoverato anche l’asintomatico, questi sarà considerato malato fino a prova contraria e trattato come tale: isolamento, quarantena e tampone per provare l’avvenuta guarigione.  In più: considerare gli asintomatici come malati ha permesso di avere numeri gonfiati a giustificazione delle politiche di chiusura e delle zone colorate.

Anche la definizione di vaccinato ha perso il suo abituale significato: descrive infatti una condizione di immunizzazione dinamica e a scadenza mentre il famigerato novax rappresenta invece un pericoloso veicolo di contagio, nonostante sia una persona sana – fino a prova contraria, fornita da lui – e nonostante il vaccinato, come è stato più volte dimostrato, è tutt’altro che immunizzato e può contagiare e essere contagiato.

A nulla è servito in questi mesi provare a sfidare la narrazione dei dati: anche se l’inganno viene svelato, la politica prende in considerazione solo il parere di chi è stato autorizzato a parlare in nome e per conto della scienza.

Niente di nuovo

Questo è accaduto per un semplice e terrificante motivo: i dati e la scienza sono sempre stati il mezzo e mai il fine. È successo lo stesso anche con la recessione economica. Il sistema ne ha fatto un perfetto pretesto per imporre l’austerità e per rimuovere ostacoli normativi e sociali non più funzionali al proprio sviluppo.

Gli economicisti di allora sono gli scienziati di oggi; lo spread e il vincolo esterno sono la curva dei contagi e l’indice RT.Alle persone, oggi come allora, vengono chiesti sacrifici e tanta abnegazione mentre le loro vite e le loro aspettative sono calpestate irrimediabilmente. Perché, del resto, pare sia possibile uscire da queste situazioni: tutti devono fare la propria parte e uniformarsi alle scelte politiche prese per il bene comune in base a evidenze incontrovertibili.

Bisogna ascoltare gli esperti – che siano essi virologi o grigi burocrati – e seguire la scienza.

(di Guido Del Giudice)

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