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Scandalo e-mail, ora Trump chiede a Barr di indagare su Hunter Biden

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, riporta l’agenzia Nova, sta esercitando pressioni sul procuratore generale William Barr perchè indaghi su Hunter Biden, figlio del candidato democratico alla Casa Bianca Joe Biden, e ha chiesto che le informazioni vengano rilasciate prima del giorno delle elezioni, in programma il prossimo 3 novembre. “Dobbiamo convincere il procuratore generale ad agire. Deve agire e deve agire in fretta”, ha detto Trump in un’intervista a “Fox News”. “Questo è un grave (atto di) corruzione e deve essere reso noto prima delle elezioni”, ha aggiunto Trump. Ieri lo stesso capo della Casa Bianca si era lamentato del fatto che Barr si fosse astenuto dall’indagare su Joe Biden, sostenendo che lo stesse facendo poichè il procuratore generale è un “uomo molto gentile e molto giusto”.

La scorsa settimana Trump ha attaccato direttamente l’ex vice di Barack Obama. “Devi chiedere scusa al popolo americano perchè si viene a sapere che sei un politico corrotto. Joe Biden deve rendere pubbliche immediatamente tutte le e-mail, le riunioni, le telefonate, le trascrizioni e i documenti relativi al suo coinvolgimento nei rapporti d’affari della sua famiglia”, ha detto il presidente Usa.

Biden, c’è l’indagine del Senato

Sul dossier ha anche aperto un’indagine la commissione per la Sicurezza nazionale del Senato, come confermato a “Fox News” dal presidente della commissione Ron Johnson, secondo cui l’obiettivo al momento è autenticare la validità delle informazioni pubblicate la scorsa settimana dal “New York Post”. Lo scandalo si articola su due filoni: le email che riguardano un incontro del 2015 tra l’allora vice presidente Joe Biden e Vadym Pozharskyi, dirigente della compagnia del gas ucraina Burisma nel cui consiglio d’amministrazione sedeva lo stesso Hunter Biden; quelle che sembrano profilare affari poco chiari tra Hunter Biden e il colosso energetico cinese Cfec. L’attenzione della commissione è soprattutto sul primo filone.

I rapporti tra i Biden e Burisma, come ricordato dal comitato elettorale democratico, sono già stati oggetto di indagine di ben due commissioni senatoriali che non hanno portato ad alcuna incriminazione. L’incontro tra Joe Biden e Pozharskyi è tuttavia un fatto inedito, che assume rilevanza soprattutto alla luce del fatto che un anno dopo il vice presidente Usa farà pressione sul governo ucraino perchè licenzi Viktor Shokin, il procuratore che stava indagando sui vertici dell’azienda.

Non indagate sul figlio di Biden”

Come ho scritto su InsideOver, durante alcuni degli incontri, la società di lobbying con sede a Washington Blue Star Strategies che rappresentava Burisma, ha ripetutamente sollecitato i funzionari statunitensi ad aiutare l’azienda ucraina e convincere il governo di Kiev a porre fine alle accuse di corruzione che a lungo avevano perseguitato la società, che ha nominato Hunter Biden nel suo consiglio d’amministrazione nel 2014. In un documento risalente al dicembre 2015, Blue Star si è assicurata un incontro con l’allora ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina Geoffrey Pyatt in cui i lobbisti pagati da Burisma spingevano affinché l’azienda del gas non fosse più perseguita. L’incontro, spiega Solomon, avvenne in un momento delicato per Burisma. Pyatt, solo pochi mesi prima, aveva tenuto un discorso chiedendo che Burisma e il suo proprietario Mykola Zlochevsky fossero perseguiti per corruzione, e i pubblici ministeri ucraini avevano iniziato a intensificare l’attività sul caso, incluso l’invio di prove all’Ufficio nazionale anticorruzione per ulteriori indagini e, infine, con l’obiettivo di arrivare a una nuova confisca di beni ai danni di Zlochevsky.

Quel ricatto a Poroshenko

Nel maggio del 2016, Joe Biden in qualità di uomo di punta designato da Barack Obama per l’Ucraina, volò a Kiev per informare Poroshenko che la garanzia di un prestito ammontante a ben un miliardo di dollari americani era stata approvata per permettere a Kiev di fronteggiare i debiti. Ma si trattava di un aiuto “condizionato”. Se Poroshenko non avesse licenziato il procuratore capo nello stretto giro di sei ore, Biden sarebbe tornato negli Usa e l’Ucraina non avrebbe più avuto alcuna garanzia di prestito. L’Ucraina, in quell’occasione, capitolò senza alcuna resistenza. Il procuratore stava indagando proprio sugli affari della Burisma Holdings, compagnia che aveva collocato nel proprio board operativo il figlio del vicepresidente. Lo stesso Biden si vantò di aver minacciato nel marzo 2016 l’allora presidente ucraino Poroshenko di ritirare un miliardo di dollari in prestiti se quest’ultimo non avesse licenziato il procuratore generale Viktor Shokin che stava indagando proprio su suo figlio Hunter.

Chi è Hunter Biden

Il figlio di Joe Biden aveva già ottenuto un incarico presso il National Democratic Institute (Ned), un’organizzazione di “promozione della democrazia” finanziata dagli Stati Uniti che ha contribuito a rovesciare il governo filo-russo di Yanukovich insieme all’Open Society del finanziere George Soros. Hunter venne così arruolato in una posizione di grande prestigio in Burisma, a 50 mila dollari al mese, nonostante la sua totale mancanza di esperienza nel settore energetico e negli affari ucraini. Hunter Biden lo ripagò contattando un importante studio legale di Washington, Dc, Boies, Schiller e Flexner, dove aveva lavorato come consulente. Nel gennaio successivo, i beni dell’oligarca vennero scongelati nel Regno Unito. Nella primavera del 2014, Associated Press e persino il New York Times sollevarono perplessità sul ruolo di Hunter Biden nella compagnia ucraina, nonostante Joe Biden assicurasse di non saperne nulla.

(di Roberto Vivaldelli)

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