Mad Max: un antieroe contemporaneo

Mad Max: un antieroe contemporaneo

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Il personaggio di Mad Max è ormai diventato uno dei più noti del cinema contemporaneo. Creato dal regista australiano George Miller oltre trent’anni fa, attorno a lui è nata una longeva saga cinematografica che nell’arco di quattro film ha appassionato diverse generazioni.

 

La tetralogia è iniziata con Interceptor (in inglese Mad Max) nel 1979, e proseguita con Interceptor – Il guerriero della strada (1981), Mad Max oltre la sfera del tuono (1983) e Mad Max: Fury Road (2015). Essa ha portato alla celebrità internazionale l’allora attore esordiente Mel Gibson, che interpreta il protagonista primi tre film.

Ciò che rende Mad Max ben oltre una semplice saga di successo e di culto, è l’insieme di ambiente e personaggi che popolano quel mondo. Tutto ciò è stato in grado di raffigurare un pianeta terrestre “altro” che contiene le peggior follie e paure dell’umanità.

 

Gli avvenimenti sono si concentrano sulla vicenda personale di Max Rockatansky, un ex poliziotto che cerca di sopravvivere in un mondo brutale e senza leggi dopo aver perso i propri affetti. Un terra che, a partire dal secondo film, ha subito un’apocalisse nucleare ed una regressione umana e materiale di millenni.

 

DALLA TUTELA DELLA LEGGE ALLA LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA

 

La vicenda che ha portato il poliziotto Max da eroe classico ad antieroe è racchiusa per intero nel primo film. In un’Australia futuristica (ma non ancora post-apocalittica), le forze dell’ordine e le istituzioni lottano ogni giorno contro orde di criminali dediti a quella che potremmo definire “ultra-violenza”. Con un mix di droga, motociclette, costumi cyper-punk e una violenza tanto brutale quanto gratuita, il crimine si è impossessato delle strade e delle città. Lo Stato è al collasso, e Max è uno dei pochi che ancora crede nel dovere morale di far rispettare le leggi.

 

Il suo idealismo (sintetizzato dal suo rifiuto di rispondere alla violenza dei criminali con la stessa violenza) lo condurrà alla sconfitta – e alla follia. I criminali, capitanati da Toecutter, non risparmieranno nulla dietro di sé. Prima i colleghi e poi la famiglia del poliziotto verranno sterminati per puro spirito di sopraffazione. Ed è in questo momento che Max, in una trasformazione analoga a quella de Il giustiziere della notte (1974), diventa “Mad”.

 

A questo punto non esistono più legami sociali per l’individuo. La famiglia, lo Stato, la comunità, il corpo di polizia, la legge, il lavoro. Tutto si è dissolto in una turpe anarchia fatta di omicidi, barbarie e lotta per la sopravvivenza. Ogni legge (in primis quella morale) ha cessato di esistere. Sopravvive chi uccide per primo il proprio nemico. Una logica che Mad Max farà subito sua, in una spietata caccia alla banda di criminali che ha assassinato la sua famiglia.

 

Una pellicola atipica, un road movie iperviolento e futuristico che, nonostante il successo, diede enorme scandalo. Non solo per la violenza visiva mostrata, ma soprattutto per i contenuti. Una certa critica definì Interceptor addirittura come “degno del Mein Kampf”, il film preferito “da stupratori, sadici, infanticidi ed aspiranti Charles Manson”. Una critica assolutamente aberrante, che tuttavia non fu seguita dai milioni di spettatori che lo videro.

 

APOCALISSE ATOMICA

 

Il secondo film è ambientato in una terra che ha subito le conseguenza di una guerra nucleare. Spopolata, in rovina, anarchica, tecnologica eppure regredita allo stato primitivo. È proprio questo secondo capitolo che ha dato vita al post-apocalittico, ricco filone del cinema di genere degli anni ottanta che ha fatto nascere anche film del calibro di “1997 Fuga da New York” e “Terminator”. E che anche in Italia lasciò una discreta eredità.

 

Se Mad Max qui conosce una sempre più marcata involuzione verso lo stato barbaro (hobbesiano), è tuttavia l’incredibile universo post-atomico a rappresentare la vetta di questo secondo lavoro di Miller. Un mondo desertico e semi-abbandonato, dove la benzina (ciò che ancora può alimentare i veicoli) vale più del denaro, ormai inutile. Popolato da gang, piccole comunità guerriere, faide tribali, individui isolati e da un unico comandamento: sopravvivere in qualsiasi maniera.

 

Il protagonista, diventato un “eroe buono” solo per avere della benzina, dovrà aiutare una tribù che controlla un pozzo petrolifero contro una sorta di esercito nomade di motociclisti tiranneggiati da Lord Humungus. Uno scontro che si risolverà in un lungo assedio, in battaglie campali ed in folli inseguimenti ad alta velocità – una lettura contemporanea e rovesciata di una guerra medievale e dell’archetipo dell’assedio di Troia. A ricordarci come la fine della nostra civiltà così avanzata non potrà che ricondurci ad un oscuro principio.

 

È in questo capitolo, forse il migliore dell’intera serie, che emergono i valori fondanti dell’opera di Miller e del suo antieroe. La catastrofe atomica come ingresso nell’età della barbarie e della fine della civiltà. Ovvero il ritorno allo stadio primordiale della storia umana, quello della lotta per la sopravvivenza tra gli uomini, quello delle bestie.

ALLEGORIA DI UN MONDO DEGRADATO

 

Con il terzo ed il quarto capitolo della saga (dove Mel Gisbon è sostituito da Tom Hardy), il mondo post-apocalittico di Mad Max si arricchisce. Dai tentativi dei sopravvissuti di ricreare embrioni di comunità nascono tirannie rette dal petrolio, dall’acqua, dal metano, dai proiettili: ormai sono questi gli ultimi valori comuni accettati.

 

La mappa mondiale viene così ridisegnata attorno alla Regina Aunty Entity o al despota Immortan Joe, vere e proprie allegoria della nascita delle tirannie. In un mondo ormai privato di qualsiasi radice comune e senso di sicurezza, gli ultimi superstiti sono disposti a prostrarsi ai più spietati capi capaci di assicurar loro un briciolo di protezione e di sostentamento.

 

In questi due film vi è anche un’eccellente resa della fusione tra le epoche storiche a seguito dell’apocalisse. Ad esempio nella contrapposizione tra le usanze “romane” di Bartertown (il duello nel ThunderDom) e una società primitiva composta da bambini tramandante una cultura orale e messianica nel terzo film. Oppure, nell’ultima pellicola, la fusione quasi folle dell’immaginario del Valhalla con dei soldati kamikaze, le tribù del deserto e la genesi del dispotismo orientale (che qui sembra richiamare le “teorie idrauliche” di Wittfogel).

 

Benché in questi due film vi sia un tentativo di ricreare qualche sorta di comunità organizzata, la progressiva disumanizzazione raggiunge vetta fantascientifiche – se non fantasy. Nani, giganti, mostri deformi creati dalla fusione di uomini (come Master Blaster), soldati malformati e malati terminali (i Figli della guerra), cannibali, solo per citare i più noti. Si tratta di un’umanità popolata da freak, ormai al suo stadio terminale e in via di estinzione nonostante i tentativi di sopravvivere (non a caso in Mad Max: Fury Road uno dei temi centrali è il tentativo di Immortan Joe di poter generare bambini interamente umani, cosa difficilissima in quel mondo contaminato).

 

Se Mad Max oltre la sfera del tuono (1983) fu un successo ma non ai livelli del film precedenti, Mad Max: Fury Road (2015) rappresentò una clamorosa rinascita della saga. Nonostante una certa resa “hollywoodiana” (soprattutto nel secondo), entrambi i film riescono a colpire per i loro spunti originali e per la capacità di approfondire le tematiche fondanti in direzioni sempre più oscure. Soprattutto, offrono allo spettatore un denso miscuglio di strati e sottostrati di idee e suggestioni, che riesce a far collidere passato, presente, futuro, storia e archetipo all’interno di una terra disintegrata dalla bomba atomica Mad Max rappresenta, malinconicamente, l’archetipo del guerriero, dell’ultimo uomo che cerca di sottrarsi con ogni mezzo ad un tragico destino ormai segnato.

 

(di Leonardo Olivetti)

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