Cosa ci insegna un secolo di cattiva pianificazione urbana

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Nonostante ci siano più urbanisti che mai prima d’ora, la pianificazione dell’ambiente edificato sembra peggiorare costantemente. Così l’architetto Nir Haim Buras affronta questo paradosso nel suo libro “The Art of Classic Planning”. Il suo voluminoso studio fa partire la sua riflessione da una meravigliosa gamma di luoghi reali dai quali prendere spunto. L’argomentazione cardine di Buras è che, benché il precedente canone letterario sulla pianificazione avesse accesso a quasi tutti questi esempi, ha tuttavia continuato a trarre conclusioni errate o incomplete.

 

I PROBLEMI DELLA PIANIFICAZIONE URBANA

 

C’è una tale arroganza all’interno della pianificazione urbana, che spesso porta all’idea che il solo compito di un progettista sia migliorare quanto è stato fatto in precedenza. Le nuove tecnologie spesso forniscono il più disastroso dei trampolini di lancio per questo concetto. “Strutturare il tessuto urbano per strade altamente performanti prima di coreografare l’esperienza urbana significa mettere il carro davanti ai buoi”. In ogni caso, uno schema correzionale per le novità può presto portare a persistenti problemi ciclici.

“Indipendentemente dalla storia e dal contesto, gli architetti e i progettisti sono costretti a reinventare la ruota. Mentre risolvono i problemi creati dai loro predecessori, vengono spesso abbandonati a loro stessi. Il cuore di questi fallimenti sta nella convinzione che, in definitiva, l’innovazione tecnologica da sola sarà in grado di salvare il mondo”.

Una parte del problema – anche per i progettisti modesti che non aspirano a cambiare radicalmente i modelli di vita – è che dare la priorità ad uno o a pochi fattori nel tracciare l’ambiente urbano può distruggere o diminuire la complessa interazione tra i fattori di maggior rilievo. Come afferma Buras, “il mito della competenza professionale ha portato alla frammentazione e ad una crescente inaccessibilità”. I chirurgi plastici forniscono sempre i risultati che i clienti desiderano; potrebbero aver fatto un lavoro esemplare nel loro compito specifico, ma finiranno per creare problemi ancora maggiori. Questo è spesso il destino della pianificazione.

Perfino un autore che Buras elogia, l’austriaco Camillo Sitte, è messo sotto accusa per il suo particolare interesse ad accelerare la circolazione. Si tratta certo di una priorità meno distruttiva – in quanto precedente all’età delle autostrade – e ciò nonostante un obiettivo errato, in quanto elevato al di sopra di altri aspetti necessari per una città sana. A Buras piacciono le opere di Kevin Lynch, eppure gli aspetti che ha sottolineato – percorsi, bordi, nodi – sono un mezzo troppo secondario per afferrare il valore di qualsiasi luogo.

Un’altra tendenza da Buras è quella che porta gli esperti a trascurare gli stessi edifici. Sitte ha prodotto ogni sorta di mappa ombreggiata, e ben presto è diventato sintomatico di un più grande problema nella pianificazione: offrire suggerimenti per tutto fuorché per gli edifici. Nonostante Sitte abbia elaborato analisi per ogni sorta di grandi piazze europee, Buras ha notato che nessuno avrà mai una grande piazza senza grandi edifici attorno ad essa. “Non c’è nessun buon urbanesimo senza una buona architettura”.

È una sorta di urbanesimo per riempire il vuoto: “In tutto questo manca in particolare la dimensione estetica. Vi è una vaga aspettativa che le qualità estetiche nascano misteriosamente da una relazione non voluta tra edifici, strade, piazze e parchi come in un diagramma”. Non sono sicuro che Buras fornisca una risposta completamente soddisfacente a questa domanda, ma è un problema che molti testi sulla pianificazione eludono costantemente.

Non sorprende che la Carta di Atene di Le Corbusier, il suo leggendario manifesto del 1933, “riduca l’esperienza della città alla sua efficienza funzionale” ed altri schemi di progettisti seguano questa idea. Il nostro autore descrive a 360 gradi come gli sviluppi seguiti alle moderne tendenze progettiste abbiano danneggiato il paesaggio urbano.

Uno dei problemi principali viene fatto risalire all’epoca romantica, e agli sforzi risoluti per raggiungere il sublime di Burke rinunciando alla bellezza. L’autore incolpa architetti del XIX secolo (come Boulee, Piranesi e Ledoux) quali esempi di architettura sovrastimata e prepotente.

 

IMPARARE DALL’ARCHITETTURA PASSATA

 

Anche schemi più solidi vengono visti come un poco storti. I piani per il Garden City (XX secolo) e il loro revival all’interno del “nuovo urbanesimo” hanno molti elementi buoni. Eppure, sostiene Buras, la maggior parte punta a creare periferie appena sopra la media invece che spazi di vita realmente flessibili. Le loro disposizioni possono oscillare goffamente tra il canone urbano e suburbano, e viene spesso impedito loro di svilupparsi in una direzione o in un’altra attraverso la divisione in zone. Sicuramente la pianificazione è migliorata negli ultimi decenni, dimenticando alcuni eccessi di automobilità – ma si occupa spesso di affrontare i singoli sintomi.

Buras sembra essere stato ovunque, e fa esempi dai posti più disparati per mostrare esempi di una solida pianificazione urbana. Dal Maidan di Isfahan, dal Viale Andrassy a Budapest, dal Jai Singh di Jaipur, fino al Commowealth di Boston. Ha dedicato una significativa attenzione a svariati concetti relativi ai precedenti secoli, dal piano McMillan per Washington D.C., al Feng Shui, al Vastu Shatra alle Leggi coloniali spagnole riguardanti le costruzioni coloniali nelle Indie, fino ai recenti studi psicologici sulle risposte umane alle costruzioni artificiali. Si tratta di una contestualizzazione impressionante ed erudita di una vasta gamma di materiale.

Buras premia gli schemi a griglia tradizionali trovati in giro per il mondo e la costruzione flessibile a densità moderata. Una troppo rigorosa suddivisione in zone è un altro dei problemi degli ultimi decenni. Essa soffoca l’utilizzo flessibile e l’evoluzione degli edifici ed ha finito per svolgere un ruolo negativo ben oltre l’obiettivo, inizialmente prefissato, di evitare di far aprire una fabbrica vicino a casa tua. Cita a tal proposito numerosi regimi di pianificazione – di qualità superiore – come il Codice di Parigi a mo’ di raffronto. Inoltre, si oppone alla puntigliosità della “floor area ratio” (FAR, “rapporto di superficie”) che prevede un tetto massimo al numero di piani, sostenendo che uno scostamento da questi limiti può produrre solo soffitti più alti ed edifici più piacevoli.

È folle che molti codici di pianificazione stabiliscano delle FAR e minuscole particolarità d’uso ma non dicano nulla su come un edificio potrebbe adattarsi al muro della strada o coesistere con gli edifici vicini in termini di caratteristiche. Buras fa un paragone tra le precedenti restrizioni alle costruzioni e il Codice di Siena per dimostrare che le città, apparentemente sviluppatesi in modo accidentale, sono state costruite secondo determinate specifiche. Sostiene che “le organiche città medievali erano contrassegnate da codici prescrittivi e regolamenti allo stesso modo che le nostre, se non di più”.

Il suo non è una semplice argomentazione per la ricostruzione. L’autore elogia le più caratteristiche tradizioni locali, e sottolinea che le città dovrebbero svilupparsi secondo le loro specifiche circostanze, lavorando costantemente a partire dallo spirito e dall’atmosfera dei luoghi – il loro genius loci – perché su questa terra non ci sono due posti uguali.

La narrazione di Buras appare più prescrittiva di quanto sembri. Se i codici di una volta tendevano ad interessarsi maggiormente alle nuove possibilità, in questo caso è diverso. Le città meglio costruite del passato spesso sorsero non grazie a dei progetti, ma perché la società stessa sapeva come organizzarsi a costruire edifici migliori. Anche se una gran parte delle costruzioni contemporanee è spazzatura, non sono sicuro che possano essere eliminate così facilmente o ri-pianificate (a suo merito, Buras riconosce che molte cose dovrebbero cambiare).

L’autore ha sicuramente ragione quando afferma che i regimi di pianificazione moderni conducono ad un vicolo cieco: “Il fatto è che la geometria semplicistica della progettistica post-II guerra mondiale ha ridotto drasticamente la ricca complessità matematica dell’ambiente urbano classico“. Tuttavia, non respinge del tutto gli architetti contemporanei, ed elogia figure quali Eero Saarinen, Laurence Halprin e Caeser Pelli. Vi è una tendenza a condannare gli edifici contemporanei un po’ troppo rigorosi e improbabili che non muterà finché non ci saranno dei cambiamenti nella pratica edilizia. Un piano che limita le costruzioni moderne al 10% degli edifici avrebbe lo stesso effetto che se prescrivesse una presenza di metallo su non oltre il 10% delle superfici.

Buras è critico nei confronti dei grattacieli, anche se gli piacciono il Rockefeller Center e l’Empire State Building. Alcune delle sue critiche sono un po’ sconcertanti: far notare che l’altezza media del centro di Parigi è più densa di quello di New York è un’informazione utile; e, sebbene il centro di Parigi sia migliore di quasi tutti gli ambienti costruiti dall’uomo, quello di Hong Kong è tra i migliori che siano stati costruiti negli ultimi decenni. Mette in discussione i grattacieli che simboleggiano il ruolo commerciale delle città, ma sarebbe difficile fingere che la maggior parte delle città sia diversa.

Il paesaggio cittadino del XX secolo fatto di grattacieli circondati da sobborghi è ovviamente terribile, ed i problemi con i sobborghi sono molto chiari. Buras comprende la travagliata genesi di questa situazione, con la frammentazione dei confini municipali che è diventata un problema continuo e fondamentale. Un argomento della sua tesi è che la dipendenza da automobile ci ha privato non solo della densità calpestabile, ma anche della campagna accessibile. Sostiene, infine, la ri-villagizzazione, che potrebbe portare al ritorno nella natura di porzioni di periferia.

L’autore cita poi alcuni dei suoi progetti all’interno del libro: la sua proposta per un vero e proprio Boulevard di Las Vegas, per il lungomare di Portland, e per ricollegare Anacostia al resto del Distretto di Columbia. Fornisce anche dei dettagli più minuti: limitare la maggior parte dei cantieri, nel suo piano per Anacostia, a dei quarti di blocco per garantire una varietà di edifici. Anche gli altri piani che cita, elogiandoli, darebbero senza dubbio un eccellente contributo ai paesaggi urbani. È stimolante vedere molti lavori recenti e piani di merito, come il piano Madrid 2016 di Pedro Ortiz e il lavoro dell’ultimo vincitore del Premio Driehaus, il thailandese Satrabhandhu.

Il pensiero di Buras a volte sembra un po’ utopico ma dopo un secolo di progetti per demolire le nostre città e le successive modifiche tecnocratiche, c’è qualcosa di molto positivo nell’ambizione di voler ricreare al meglio le cose che ci circondano. “Mentre i progettisti moderni ci assicurano che non costruiremo mai più così, noi ci muoviamo attraverso Venezia, Agra, Roma, Parigi, Atene e Firenze, come se questa fosse l’ultima possibilità per sperimentare la bellezza“. Non so se sarà facile farlo, ma sarebbe bello provare.

(Traduzione di Leonardo Olivetti – da The American Conservative)

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