Il film politicamente corretto che tradisce Jack London

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L’ideologia del politicamente corretto ha mietuto una nuova vittima, ovvero “Il richiamo della foresta“, ispirato al libro del celebre scrittore americano Jack London. L’ultima trasposizione cinematografica realizzata da Chris Sanders e distribuita dalla Walt Disney ha conservato intatto dell’omonimo racconto solamente il titolo.

Jack London vittima del politicamente corretto

Il primo romanzo scritto da London nel 1904 ha al suo seguito più una decina di trasposizioni su pellicola, tra lungometraggi, serie Tv e film d’animazione. Mai come in questo ultimo caso probabilmente è stato tradito della sua anima originaria. Il richiamo della foresta infatti è molto di più di una storia di un cane ed il suo padrone, così come Jack London è molto di più di uno scrittore di riferimento nella letteratura per ragazzi.

Lo stesso scrittore prima di raggiungere il successo letterario patì le sofferenze di un cane, lavorando giorno e notte fin da giovane, vivendo in un paese che negli ultimi decenni dell’Ottocento perseguiva sulla fatica di schiavi salariati la propria ascesa industriale dopo aver quasi completato la propria espansione sull’onda emotiva dell’ eccezionalismo americano e del “destino manifesto”.

Jack London e le sue contraddizioni

Jack London, spirito avventuriero ed intraprendente, incarnò la contraddizione nell’essere un militante socialista ed al tempo stesso fece sua una visione della vita impregnata di darwinismo sociale, la legge del più forte propria della società capitalista.

A descrivere pienamente le contraddizioni presenti nell’autore è un articolo di Francesco Lamendola intitolato “La visione del mondo di Jack London era socialista oppure razzista e brutalmente darwiniana?”. Nell’articolo si sottolinea proprio quel travisamento dell’intellighenzia di sinistra nell’aver collocato l’autore americano dalla propria parte, senza tener volutamente conto di altri aspetti e considerazioni di London che lette al giorno d’oggi risuonerebbero senza ombra di dubbio come razziste.

In una lettera inviata ad un amico London scrive «Il socialismo non è un sistema ideale escogitato dall’uomo per una felicità duratura, né per la felicità di tutti, ma è un sistema ideato per la felicità di alcune razze. Esso è pianificato in modo da rendere più potenti queste razze privilegiate perché esse possano sopravvivere ed ereditare la terra fino all’estinzione delle razze più deboli e meno importanti. Le stesse persone, che appoggiano il socialismo possono parlarvi delle fratellanza tra tutti gli uomini, ed io so che sono sincere, ma questo non altera la legge: esse sono solo degli strumenti che lavorano ciecamente per migliorare le razze superiori affini e per immiserire le razze inferiori che esse chiamano fratelli.»

Inoltre egli partecipò nel 1904 come corrispondente di guerra nel conflitto russo-giapponese, da cui trasse ispirazione per il racconto fantapolitico “Guerra alla Cina. L’inaudita invasione”, in cui l’impero celeste diventato una minaccia globale viene annientato dall’Occidente attraverso una guerra batteriologica. Un racconto che ha del profetico in questo periodo di Coronavirus. Il romanzo sulla guerra alla Cina si iscrive a quella cultura di massa che fa del “pericolo giallo”, il sentimento di paura verso i popoli asiatici e la loro temibile ascesa, il suo punto di forza.

Nonostante queste idee che stonano con l’immagine di socialista che giustamente viene attribuita a Jack London, prendere determinati aspetti di un’artista e tralasciarne altri è un atteggiamento privo di onestà intellettuale oltrechè ipocrita. Come disse giustamente a proposito di London lo scrittore Robert Barltrop «I suoi vari aspetti sono quelli di una personalità le cui forze e le cui debolezze erano quasi costrette a una super-espressione dello scompiglio del tempo. È possibile guardare tutti questi aspetti e contemporaneamente sentire per lui affetto, come per un amico strano.».

Il richiamo della foresta: il film è una falsificazione

Nei 100 minuti di visione del Richiamo della foresta uscito da poco nelle sale si assiste non solo ad un film che attraverso la computer grafica applicata agli animali, (dal momento che mostrare sofferenze inferte ad animali veri su schermo seppur finte è considerato intollerabile da animalisti vari) svuota completamente di empatia il racconto, ma anche ad una totale falsificazione storica. Il film è ambientato nei paesaggi innevati dell’Alaska passata dalla Russia agli Stati Uniti nel 1867, un’acquisizione che prese il nome di “follia di Seward”, l’allora segretario di Stato responsabile dell’acquisto che col senno di poi si rivelerà azzeccato.

Infatti nel 1896 fu scoperto l’oro e ciò diede il via alla “Corsa all’oro del Klondyke”. Buck, il cane protagonista passerà dal contesto domestico degli stati del Sud al freddo selvaggio del Nord. Prima di passare all’amato padrone John Thorton interpretato da Harrison Ford, Buck diventa un cane da slitta per una coppia mista composta da un nero ed una donna indiana . Cosa impensabile dal momento che a quei tempi in America nativi americani ed afroamericani subivano quasi sempre una sorte tremenda. Inutile dire che viene completamente omessa la parte finale del vero racconto in cui Buck furibondo per la dipartita del proprio padrone decima una tribù indiana.

Nel film non emerge assolutamente ciò che è presente sotto la superficie della storia: la lotta per la vita, la crudezza dei particolari in cui nel libro sono descritte le sofferenze di uomini e cani, il ritorno alla natura nella sua visione spietata e non sentimentale che traspare, per fare un paragone, nel “giardino delle sofferenze” di Giacomo Leopardi. Ciò contrasta totalmente con quella visione positiva e di assoluta bellezza del mondo naturale.che Dostojevskiy definiva come “Schillerismo”.

Come scrive Luigi Pareyson “Per ‘schillerismo’ Dostoevskij intende, piuttosto vagamente, per un verso l’esaltazione di ‘tutto ciò che c’è di bello e di sublime’, il culto ‘dei buoni sentimenti, ‘dei nobili ideali’, delle ‘grandi idee morali’, l’ammirazione delle anime elette e virtuose per bontà naturale e istintiva o per spontanea obbedienza alle norme etiche, e per l’altro verso l’attesa dell’avvento d’una umanità perfetta e felice, pervasa dal senso della fratellanza universale e del reciproco amore fra gli uomini, in cui finalmente si possa realizzare il sogno del paradiso in terra.

Non è difficile riconoscere in questo moralismo perfettistico e in questo utopismo filantropico le concezioni schilleriane dell’anima bella, in cui la razionalità è talmente sopravanzata dalla sensibilità che il suo giusto dominio su di essa non ha più alcun carattere oppressivo, e la sensibilità è così educata da sottomettersi spontaneamente alla razionalità persino prevenendola”. Proprio le anime belle cui fa riferimento Pareyson sono le stesse anime belle che oggigiorno in nome del pensiero unico politicamente corretto rendono opere grandiose e tragiche come “Il richiamo della foresta” attraverso ripetuti tagli, omissioni ed adattamenti delle barzellette che non hanno nulla di significativo da dire.

“Ancestrali ansie vagabonde balzano d’improvviso alla vita; insopportabile si fa la catena dell’abitudine, dalle nebbie del sonno si desta l’antica natura ferina” – Jack London (Incipit de “il richiamo della foresta”)

(di Emilio Bangalterra)

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