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La politica estera americana nell’Ottocento: dall’Artico ai Caraibi

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Nel passato come nel presente, la politica estera americana è stata aggressiva e feroce. Basti ricordare che, in questi giorni di metà ottobre, ricorrono due importanti anniversari, entrambi riguardanti il modus operandi neo-coloniale statunitense nel corso del XIX secolo: la conquista dell’Alaska e di Porto Rico. Ovverosia dell’Artico e dei Caraibi, oggetto del desiderio a stelle e strisce.

 

L’acquisizione dell’Alaska

L’Alaska fu acquistata nel 1867 dagli Stati Uniti, che la presero dalla Russia per il costo di 7 milioni, equivalenti a 120 milioni di dollari attuali. Col senno di poi, si rivelerà un grave errore di valutazione quello commesso dallo Zar Alessandro II. E, con esso, tutt’altro che una follia – come fu definita all’epoca – l’acquisizione attuata dall’allora Segretario di Stato William Seward. Fu invece una vittoria della politica estera americana, in quanto circa vent’anni dopo si diede il via alla corsa all’oro scoperto sotto i ghiacci.

L’autocrazia russa di fatto impediva disegni coerenti di politica estera, laddove le scelte erano condizionate più dall’emotività che dal realismo. La Russia rappresentava una forza tellurica che, nonostante le preoccupazioni che incuteva alla forza talassocratica dominante, l’Impero Britannico, faceva fatica ad industrializzarsi. Temendo di cedere l’apparentemente inutile territorio dell’Alaska al nemico inglese, per mezzo del Canada optò per gli Stati Uniti.

 

La politica estera americana nell’Artico

Con l’attuale scioglimento dei ghiacci, i mari della penisola rappresentano un crocevia importante per chi attraversa il passaggio a nord-ovest, senza dimenticare la presenza di riserve di petrolio e gas. Con l’amministrazione Trump, è stato proprio l’ENI la prima azienda autorizzata alle trivellazioni sulle coste dell’Alaska.

L’Artico ha rappresentato un successo nella politica estera americana. E, al giorno d’oggi, rappresenta un’area destinata a diventare, negli anni a venire, oggetto di più approfondite analisi: senza ombra di dubbio, passerà obbligatoriamente sotto la lente di ingrandimento degli istituti di Geopolitica: sia per l’accaparramento delle risorse energetiche che per i nuovi passaggi generatisi, ergo il trasporto marittimo.

 

La politica estera americana ai Caraibi

Rispetto a quel profondo Nord dove USA e Russia quasi si toccano come a ricordare Abramo e Dio dipinti nella Cappella Sistina, i Caraibi pare siano destinati ad un ruolo meno importante dal punto di vista geopolitico, e quindi della politica estera americana: o, almeno, non di priorità per gli USA.

Nel caso del Porto Rico, dopo quattro secoli di dominazione spagnola, dalla guerra ispano-americana del 1898 l’isola di 9000 km quadrati – che conta tanti abitanti quanto emigrati negli Stati Uniti – divenne possedimento americano. Attualmente è contraddistinto da uno status giuridico sui generis, quello di Stato libero associato. L’emendamento Platt rivolto al caso di Cuba fu esteso ad inizio Novecento anche nel centro America, in funzione soprattutto anti-tedesca.

 

Dai freddi ghiacci ai caldi mari

I Caraibi, inoltre, costituirono un’area di fondamentale importanza per la politica estera americana, in quanto venivano – e, per di più, sono tuttora – considerati cortile di casa degli Stati Uniti, soprattutto per il controllo del Canale di Panama e quindi dello sbocco verso il Pacifico.

L’ex governatore del Paese ed esponente del partito progressista, Ricardo Rosselló, recentemente dimessosi, era favorevole al passaggio da Commonwealth a 51esimo Stato USA. Dall’altra parte della staccionata politica, invece, è presente un partito indipendentista minoritario ed anti-americano (ostacolato dalla forte presenza militare e diplomatica statunitense nell’isola). Col 40% della popolazione sotto la soglia della povertà, ed una lunga recessione, la situazione di questo territorio rimane ancora in bilico.

–> LEGGI ANCHE “DOMINIO MILITARE USA: RINUNCIARVI PER PORRE FINE ALLE GUERRE”

(Emilio Bangalterra)

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