Imagine "comunista" e la ridicola politicizzazione dell'arte

Imagine “comunista” e la ridicola politicizzazione dell’arte

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Hanno fatto discutere le dichiarazioni di Giorgia Meloni in merito a Imagine di John Lennon, una canzone – secondo la presidente di Fratelli d’Italia –, bellissima ma anche “un inno all’omologazione mondialista”. Sembra che ultimamente sia di moda prendere di mira la canzone di Lennon, criticandone il testo forse senza conoscere esattamente il contesto entro il quale è stata scritta, la biografia e il percorso artistico del grande musicista. Se c’è una cosa che Lennon avrebbe odiato, sarebbe stata proprio la politicizzazione della sua musica.

Il contesto

Partiamo da una banale quanto spesso dimenticata premessa: Imagine non è stata scritta in questi anni, ma negli anni ‘70, in un contesto sociale e politico completamente diverso da quello in cui viviamo noi oggi. In piena guerra fredda e guerra del Vietnam, gli artisti influenti dell’epoca abbracciavano spesso le cause dei movimenti pacifisti, da Bob Dylan a Jimi Hendrix, da De Andrè a Guccini; andare contro l’establishment, in quegli anni, significava rifiutare la violenza e la politica estera belligerante degli Stati Uniti e quindi ogni forma di imperialismo.

Imagine infatti trae ispirazione da più fonti. Innanzitutto, da alcuni passaggi del libro Grapefruit di Yoko Ono. Pare che inizialmente la canzone fosse stata proposta con la sigla Lennon/Ono, ma gli editori alla fine rifiutarono di aggiungere il nome della moglie. Un’altra fonte di ispirazione è sicuramente il Manifesto del Partito Comunista, come ammesso dallo stesso Lennon: “La canzone dice: ‘Immagina che non ci siano religioni, né nazioni, né politica’, concetti che sono gli stessi contenuti nel Manifesto di Marx ed Engels.” Ispirazione, la sua, che del resto è più artistica che intellettuale, come prontamente specificato dal musicista: “Non sono un vero comunista, né del resto appartengo ad alcun movimento”.

Imagine: l’influenza del Cristianesimo

Ma un’altra fonte di ispirazione della canzone di Lennon – e qui i vari detrattori cascheranno dalla sedia –, è il Cristianesimo. A Lennon e Yoko Ono venne infatti regalato un libro di preghiere cristiane dall’attore Dick Gregory, e l’ex beatle ne fu profondamente ispirato.

«Il concetto di preghiera positiva… Se puoi “immaginare” un mondo in pace, senza discriminazioni dettate dalla religione – non senza religione, ma senza quell’atteggiamento “il mio Dio-è-più-grande-del-tuo-Dio”, allora può avverarsi». È chiaro dunque che il “no religion” di Lennon è un “no” alle guerre di religione, alle supremazie e alle gerarchie, in favore del pluralismo e dell’uguale rispetto per ogni credo. Ma se non fosse ancora sufficientemente chiaro, un aneddoto riportato dallo stesso Lennon durante un’intervista condotta da David Sheff potrebbe fugare ogni dubbio:

«Una volta il Consiglio ecumenico delle Chiese mi chiamò e mi chiese: “Possiamo usare il testo di Imagine e cambiarlo semplicemente in Imagine one religion al posto di no religion?” Ciò mi dimostrò che non lo capivano affatto. La modifica avrebbe affossato l’intero scopo della canzone, l’intera idea

Il messaggio di Imagine

Il fatto che sia il comunismo che il Cristianesimo avessero entrambi ispirato l’artista, è paradossale solamente se si vuole forzare l’idea di una politicizzazione dell’arte che, per fortuna, non è né verosimile né desiderabile, tanto più che Lennon aveva un forte senso per il “non-sense” e il pensiero non lineare (si veda ad esempio il suo libro Niente mosche su Frank, influenzato da Lewis Carroll). Ideologizzare ogni forma d’arte porta a derive assurde: dire che Imagine è un inno all’omologazione è ridicolo quanto dire che il rock è la musica del diavolo, che gli Offspring sono misogini e Bowie è un complottista alieno.

Ma se proprio si vuole trovare un messaggio in Imagine, questo non è propriamente politico, ma è semmai una provocazione filosofica e utopica, tesa a spronare la capacità di ognuno di pensare ad una realtà che non sia già data e preconfezionata, ma che sia in qualche modo il frutto di un processo creativo collettivo. In questo senso – e le interviste rilasciate da Lennon negli ultimi anni della sua vita sembrano confermare questa interpretazione –, Imagine si rivela più un inno apolitico che rifugge da «ismi» e idolatrie, oltre che dall’“idea di eleggere dei leader e aspettarci che facciano miracoli per noi”; un invito dunque a responsabilizzarsi e a rimboccarsi le maniche, ad agire senza aspettarsi che sia qualcun altro a farlo al nostro posto.

Ai politici, un consiglio: fate i politici, e lasciate l’arte agli artisti.

(di Flavia Corso)

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