Lo sguardo tragico di Guido Ceronetti

Lo sguardo tragico di Guido Ceronetti

Ha scelto per sé la qualifica di Philosophe inconnu Guido Ceronetti, ereditandola da Louis-Claude de Saint-Martin, con cui si dice unito dall’amore verso la Sofia in esilio. Nell’odierna lista di proscrizione dei saperi c’è proprio quel pane angelico che è la Filosofia, per lungo tempo amata come e più di una donna, piena di premure verso l’uomo, prodiga di risvegli e rimedi, maestra di vita e di morte, rifugiatasi ora in un luogo che non ci è noto.

Ceronetti ne evoca il ricordo: “di noi in te, il tuo in noi“. Egli è un filosofo lontano dalle cattedre accademiche, propriamente ‘non professionale’, un vagabondo del pensiero la cui peregrinazione ha sempre condotto ad una meta precisa: il Tragico. Le vicende di cronaca, gli enigmi dell’arte, la storia, le devastazioni umane, l’avvento dell’homo technicus: tutto ne è il riflesso mai scolorito.

Il Tragico non esaurisce l’Essere, non esaurisce i lutti e i dolori che ci avviluppano, ma ne fa toccare, ai culmini della parola, la smisuratezza e l’incommensurabilità. “

Non si tratta di rendere concettualmente ogni evento tragico: non sempre si è visitati dalla tragicità delle cose e quando ciò accade è bene decidere cosa conservare e cosa cancellare, così come Ceronetti ha fatto nel suo Tragico tascabile. Non tutto è egualmente tragificabile, tant’è che il nostro autore ha dichiaratamente depennato l’episodio dell’11 settembre 2001 dalla raccolta di fatti impressionanti inseriti nel libro sopra citato.

Ciononostante il tragico compone in egual misura le vicende luttuose e virtuose della cronaca quotidiana e non solo: lo si trova nell’economia odierna (la cosiddetta necroeconomia); nella musica pervertitrice alla Helter Skeleter; nel disastro della Grande Guerra; nelle catastrofi atomiche di Hiroshima e Nagasaki; nella morte delle fedi monoteiste («Un mondo decristianizzato è un mondo vuoto, che non ha ubi consistam»); nell’abdicazione degli italiani dalla loro lingua («Il mio essenziale fallimento consiste nell’aver assistito, senza poter far nulla per impedirla, alla progressiva degenerazione della lingua italiana vivente, la scritta e la parlata»); nella possibile esistenza di presenze aliene («Io posso dire, con convinzione, che la loro esistenza è perfino ovvia in una conoscenza al di fuori della percezione spazio-temporale dominante, senza essere per nulla provata sperimentalmente»); nell’abuso dell’utilizzo del cellulare («Il cellulare è una pulce che ha uno stomaco da elefante. Lo smartphone è un baratro senza fondo in cui l’Utente, una volta catturato, precipita senza fine»); nel futuro di fame a cui le statistiche ci consegnano; nella sparizione di terre fertili; nella famiglia («La famiglia è un luogo sporco, manina inutilmente lavata di Macbettina»).

Il tragico lo si direbbe altresì un’esigenza artistica: materiale da dare in pasto ai drammaturghi per la sua stessa necessità di concedersi alla parola. L’essere pensati dal tragico conduce ad un tentato approccio teorico verso quei frammenti della realtà che collochiamo nella nostra disposizione verso la capacità di sentire e interpretare tragicamente, una disposizione che preesiste in ognuno di noi. Eppure tale teoria sfuma prima che abbia il tempo e la pretesa di imporsi a qualcuno.

Tuttavia il tragico è più di un point de vue espresso a parole; esso rappresenta il vertice della coscienza umana, genera in noi quel significato che converge con la realtà una volta che essa è stata svuotata dai suoi allestimenti superficiali. È il canovaccio del teatro del Mondo; la grecità che da Sofocle conduce fino ai nostri giorni fornendo risposte a tutto; la realtà colta alla radice, ma non nella sua totalità. Perciò è necessario alzare lo sguardo da esso per avere più luce e non restare soffocati dalla sua cupezza. Non redime, infatti, il tragico. La nostra vita ne è pervasa, ma esso non è la vita. Scrive Ceronetti:

“Se il Tragico è fatto coincidere con la stessa vita, la fibbia è fibbiata. Ma, sebbene si possa dire che la vita è tragica, il Tragico se ne distingue e distanzia, Avrei lavorato invano, di pensiero e teatro, se avendo in mente di distinguerli fossi arrivato a farli coincidere.”

Con “La Iena di San Giorgio”. Tragedia per marionette, nasce nel 1970 il Teatro dei Sensibili. Si tratta di un teatrino di marionette – ispirato probabilmente ad un breve saggio di Heinrich von Kleist – il cui risvolto concettuale dominante è la totale negazione della libertà umana. Il personaggio chiave della storia, il macellaio Barnaba Caccù, pur gridando al mondo di essere l’artefice di efferati crimini e avendo fatto di un mucchio di donne chilometri di salsiccia, non viene creduto da nessuno: il suo destino è quello di non poter suscitare alcun orrore e di essere trattato con scarsa serietà, malgrado l’enormità del suo sforzo. Lo scenario orrido della vicenda si risolve in un epilogo comico, dove Caccù è il paradigma della condition humanine.

L’uomo è estromesso dall’agire storico, vittima di una pianificazione a monte. All’interno dell’opera “Per le strade della Vergine” Ceronetti scrive:

Combattere è inutile, si può soltanto rifiutare di vivere in un mondo simile.”

E la vena apocalittica, unita alla lucida disperazione, non placa la sua ascesa:

Come può interessarci che l’umanità sopravviva ancora per pochi o molti anni nel futuro, su questo o su altri pianeti, dal momento che la sua morte spirituale e mentale, il fallimento completo di tante storie di popoli civilizzati stanno avvenendo adesso, duemila anni dell’era volgare, sotto i nostri occhi di viandanti?”

Ci si può allora domandare se sia possibile individuare ancora qualcosa da attendere e sperare; in tutta la sua erudizione, scrutando testi di Ionesco, Salgari, Kafka, Buber, Dostoevskij, Cechov, Bloy Ceronetti suggerisce una fuga dall’incretinimento generale: essa sembra potersi attuare imboccando il pensiero messianico, nella pazienza vigile dell’arrivo di un Messia, con lo sguardo fisso in attesa di una luce che potrebbe non apparirci mai.

«Il Messia non viene».
«Ma perché dovrebbe venire?».
«Non lo so».

(di Enrico Ildebrando Nadai)

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